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venerdì 30 Luglio 2021
PolisLa pandemia in Italia: un disastro liberista

La pandemia in Italia: un disastro liberista

La pandemia in Italia ha un tasso di mortalità dieci volte superiore a quello della stessa Cina che ha oltre un miliardo di abitanti. Com’è possibile?

La gestione liberista della pandemia in Italia ha prodotto disastri

Nel recente report del sindacato dei medici Anaao Assomed possiamo leggere che ancora poco più di vent’anni fa “nel 1998 i posti letto negli ospedali erano 311mila. Nel 2007, anno immediatamente a ridosso della crisi economica che ha innescato la successiva austerity, erano ridotti di circa 90mila unità e nel 2017 erano circa 190mila. In Italia, partendo dal 5,8 per mille abitanti del 1998, siamo arrivati al 3,2 attuale contro una media Ue vicina a 5. Nel 2017 l’indice di occupazione dei posti letto in ospedale per i casi acuti era del 78,9%, contro una media Ocse del 75,2%. Con il blocco del turnover il carico di lavoro per i medici è schizzato al 115%, poi è arrivato il virus ed è salito al 150%”.

Questi dati storici ci consentono di cominciare a comprendere meglio perché siamo di nuovo il paese con l’indice di mortalità più alto dell’intero continente europeo. Siamo arrivati a quasi quattro decessi ogni 100 positivi, un tasso quasi doppio alla media europea che si attesta a 2,5. Abbiamo un tasso di mortalità quasi doppio rispetto alla Francia, due volte e mezzo superiore a quello tedesco e decisamente superiore persino a quello spagnolo, fermo al 2.79. [1] In Italia c’è stato il lockdown più rigido d’Europa fino a maggio, per poi divenire quello più “libertino” nei mesi estivi, pur di rilanciare i profitti dei privati nel settore del turismo, con i risultati che vediamo, ovvero siamo tornati a essere il paese più colpito dalla pandemia del continente a tutti i livelli.

La pandemia in Italia uccide più che in Europa

Se il Covid uccide più in Italia rispetto a tutto il resto d’Europa è perché i costanti tagli al sistema sanitario pubblico italiano lo hanno reso del tutto incapace di intercettare il virus sul territorio, dove i servizi di medicina di base sono stati a tal punto ridotti da risultare oggi del tutto insufficienti e inadeguati. Ciò nonostante in tutti questi mesi di pandemia nulla è stato fatto per riorganizzare e rilanciare la medicina territoriale.

La totale incapacità di prevenire e di pianificare, dovuta alla completa genuflessione del nostro paese al pensiero unico della restaurazione liberista, ha fatto sì che tanto nella prima, quanto ancora più colpevolmente nella seconda ondata del virus, il sistema sanitario italiano non ha fatto nulla per anticipare i contagi, riducendosi a doverli inseguire senza avere nemmeno la capacità di tracciarli. Una gestione letteralmente catastrofica, che ci ha posto agli antipodi dei paesi governati dal partito comunista.

La pandemia in Italia: un disastro liberista

Ecco perché è enormemente superiore l’incidenza del virus nel nostro paese rispetto ai tali paesi. In effetti, pur basandoci su fonti occidentali, ovvero: Johns Hopkins Center for System Science and Engineering , Worldometer, il numero di contagi per ogni diecimila abitanti in Italia è 228 volte superiore al dato cinese, ancora maggiore rispetto a quello del Vietnam e oltre 30 volte maggiore del dato cubano, nonostante il paese sopravviva da decenni nello stato d’assedio impostole dalla maggiore potenza imperialista mondiale.

Il tasso di nuovi contagi nel nostro paese è di oltre duemila volte superiore a quello della Repubblica popolare cinese, di oltre trentamila volte superiore a quello del Vietnam. In totale pur avendo un numero di abitanti 23 volte inferiore, abbiamo avuto un numero di contagi di oltre 16 volte superiore alla Cina, sebbene il virus sia giunto da noi con mesi di ritardo. Rispetto al Vietnam, pur avendo l’Italia una popolazione inferiore di 32 milioni e pur essendo decisamente meno densamente popolata, ha avuto un numero di contagi mille volte superiore.

Anche in questo caso, la pandemia ha colpito il Vietnam alcuni mesi prima del nostro paese. Mentre il tasso di mortalità italiano è oltre 1.400 volte superiore a quello vietnamita e oltre dieci volte superiore a quello della stessa Cina che ha oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti.

Senza contare che l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ha evidenziato come abbiamo superato la soglia limite del 40% di posti internistici da pazienti Covid, dal momento che abbiamo raggiunto la spaventosa soglia del 54%. D’altra parte, persino questo allarmante dato è palesemente sottostimato.

Come denuncia ancora Anaao Assomed: “se rapportassimo i ricoverati Covid al 16 novembre con i posti letto internistici al 2018, avremmo un tasso di saturazione del 128,8%”. Il segretario nazionale di Assomed [2] chiarisce: “l’incremento di posti è reale, ma avviene attraverso la netta riduzione negli altri reparti, sottraendo cioè letti a ortopedia o chirurgia generale. Se allarghi l’area Covid assorbendo i posti delle specialistiche modifichi l’indice allargando il denominatore e la percentuale di saturazione diventa più bassa.

La prima conseguenza è che il resto delle patologie hanno difficoltà a entrare nel sistema delle cure, stiamo preparando la seconda epidemia dei malati non Covid. Nella prima ondata abbiamo già avuto 13 milioni di visite specialistiche rinviate, 500mila interventi chirurgici rimandati, 1 milione e 400mila screening oncologici non effettuati. Tutto questo lo pagheremo in termini di peggioramento delle prognosi”.

A tale proposito cita un caso eclatante: “prendiamo ad esempio l’infarto miocardico acuto. La mortalità è passata da 4% al 12% perché il sistema del 118 è concentrato sull’emergenza epidemica, i posti di cardiologia sono ridotti e poi i pazienti hanno paura, il dolore toracico se lo tengono e non arrivano in tempo in ospedale.

Con i tagli lineari l’equilibrio di bilancio non l’abbiamo ottenuto, i cittadini hanno pagato con la desertificazione degli ospedali e con un peggioramento della loro salute. Non possiamo più accettare commissari incompetenti in un settore così delicato.

Dunque, se si tenessero nel conto i “danni collaterali” alla salute del popolo italiano, dovuti alla mancata prevenzione e pianificazione e alla dogmatica applicazione delle fallimentari dottrine neoliberiste, il bilancio sarebbe decisamente più drammatico.

La pandemia in Italia: un disastro liberista

Senza dimenticare che, denuncia ancora il segretario nazionale di Anaao Assomed, “la mancanza di posti letto per acuti, soprattutto nelle branche internistiche, è stato uno dei motivi che negli ultimi anni ha portato il sistema dei Pronto soccorso in grave sofferenza, ancora prima del 2020. Le regioni che sono state in piano di rientro hanno sofferto di più in termini di dotazione di personale e posti letto.

La Campania aveva circa due posti letto pubblici per mille abitanti nel 2018, l’Emilia Romagna era a 3,5. Il calo del personale degli ultimi dieci anni (43mila unità in meno) è concentrato soprattutto in Campania, Lazio, Calabria, Sicilia e Molise”.

La miopia di questi risparmi sulla sanità pubblica diviene particolarmente intollerabile nel momento in cui si misura quanto è costata al paese con la pandemia. Secondo stime della stessa Commissione europea, nell’anno in corso l’Italia sarà in una spaventosa recessione con un calo del Pil del 10%, ovvero quasi il doppio della Germania, mentre l’economia della Repubblica popolare cinese sarà praticamente l’unica in crescita nel 2020, insieme a quella del Vietnam il cui incremento è stimato al 2,2%.

Anche in questi casi è evidente come l’economia neoliberista adottata nel nostro paese oltre che più ingiusta e ineguale è anche decisamente meno razionale e funzionale anche dal punto di vista economico, rispetto a quella portata avanti da paesi guidati dal partito comunista.

Peraltro, a forza di finanziare con i soldi pubblici i mancati profitti della borghesia, il debito pubblico italiano crescerà nel 2020 di ben 25 punti, più del doppio di quello tedesco, arrivando alla drammatica soglia del 160% del Pil. Anche l’occupazione subirà un tracollo, con un calo superiore al 10%, ovvero più del doppio della media europea e quasi dieci volte di più del calo dell’occupazione tedesca.

A ulteriore dimostrazione di quanto l’Italia – proprio al contrario di quanto ripetutamente asserito dal governo e dal coro dei mezzi di comunicazione di massa – sia stata un modello a livello internazionale di gestione della pandemia non certo positivo, ma decisamente negativo.

 

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La pandemia in Italia, un lockdown operaio

Se il drastico lockdown durante la prima ondata è stato essenzialmente il prodotto della mobilitazione spontanea del proletariato e, in primo luogo, della classe operaia, il lassismo che ha permesso e non sta affrontando in modo adatto la seconda ondata deriva dalla ripresa della lotta di classe condotta sostanzialmente in modo unilaterale dall’alto dalla classe dominante, pronta nuovamente a sacrificare migliaia di membri delle classi subalterne alla propria esigenza immediata di accrescere i profitti.

Tanto più che a pagare il prezzo più alto della pandemia sono i subalterni in pensione o parte di quell’esercito di riserva sovraprodotto (inoccupati, lavoratori al nero) la cui drastica diminuzione aumenta la quantità di ricchezza sottratta al salario sociale di classe per essere redistribuita al fine di rilanciare i profitti, resi sempre più incerti dalla progressiva caduta del loro tasso.

Anche ora la borghesia al potere sta facendo di tutto per massimizzare i profitti sfruttando le feste di Natale, riducendo al minimo le restrizioni indispensabili per dare respiro alla sanità pubblica, sempre meno in grado di far fronte alle sempre più pressanti richieste di soccorso da parte dei ceti subalterni. Allo stesso modo, solo una nuova sollevazione della forza lavoro e, in primis, della classe operaia potrà porre un limite a questo quotidiano stillicidio.

D’altra parte, se tale capacità di lotta continuerà a innescarsi in modo per lo più spontaneo, solo quando le condizioni di riproduzione divengono davvero proibitive per il proletariato, è evidente che nulla sarà fatto per invertire la restaurazione liberista e la progressiva dequalificazione del sistema sanitario, dell’istruzione e dei trasporti pubblici.

In tale contingenza diviene sempre più urgente la necessità di ricomporre la apparentemente inarrestabile diaspora dei comunisti, a partire dalla concretezza dello scontro di classe nei luoghi della produzione e della riproduzione della forza-lavoro.

Da questo punto di vista, sono in atto alcuni coraggiosi tentativi che, in completa controtendenza rispetto alla naturale progressiva frammentazione delle forze rivoluzionarie nei momenti di profonda crisi, stanno cercando di gettare le basi per un processo ricompositivo del partito comunista.

Tali generosi tentativi, per non ridursi a uno sforzo soggettivistico di poche coraggiose e lungimiranti avanguardie, debbono trovare quanto prima il supporto dei comunisti che rischiano sempre più di disperdersi nella diaspora prodotta da una ormai decennale rotta.


Note:

La pandemia in Italia

[1] Dati desunti dall’ottimo articolo: Il triplo circolo vizioso della pandemia. Sanità inadeguata, politica debole, contagi incontrollati di Alessandro Barbano su “Uffpost” del 15/11/2020.

[2] Le dichiarazioni del segretario nazionale di Anaao Assomed, Carlo Palermo, e le citazione dal report del suddetto sindacato dei medici sono desunte dal prezioso articolo: Ospedali oltre la soglia, il Covid espelle gli altri malati di Adriana Pollice ne “Il manifesto” del 22/11/2020.

 

L’articolo originale di Renato Caputo è stato pubblicato su “La città futura”

 

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Renato Caputo
è dottore di ricerca in Filosofia e insegna Storia e Filosofia

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