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Davanti alle migliaia morti e una carestia annunciata a Gaza, i governi occidentali fingono svolte morali. Riconoscere la Palestina non basta: servono sanzioni e azioni concrete contro Israele. Il popolo palestinese paga il prezzo dell’inerzia internazionale.
Palestina dopo Gaza: lo sdegno globale rompe il silenzio dei governi complici
L’assedio di Gaza ha provocato una frattura morale anche nelle capitali occidentali più allineate con Israele. Dopo mesi di devastazione e oltre 60mila vittime civili secondo il Ministero della Sanità di Gaza – ma secondo molti report le vittime reali potrebbero essere almeno il doppio – lo sdegno popolare ha raggiunto livelli tali da obbligare anche i leader più prudenti ad abbozzare segnali politici di discontinuità. Ma si tratta di gesti tardivi, contraddittori e, in molti casi, ipocriti.
Il caso britannico: il passo obbligato di Keir Starmer
Il leader laburista britannico Keir Starmer, accusato a più riprese di connivenza con la linea israeliana, ha recentemente annunciato che il Regno Unito potrebbe riconoscere lo Stato di Palestina in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Tuttavia, la dichiarazione è stata accompagnata da una serie di condizioni praticamente inattuabili nel breve termine: cessate il fuoco da entrambe le parti, disarmo di Hamas, stop alle annessioni israeliane in Cisgiordania, ripresa degli aiuti umanitari e accettazione della soluzione a due Stati.
In realtà, questa svolta di facciata arriva sotto la spinta dell’Eliseo: Emmanuel Macron ha avviato una campagna diplomatica per fare della Francia il perno europeo del riconoscimento palestinese.
Starmer si è così trovato a rincorrere un’iniziativa che non voleva nemmeno affrontare. Secondo il Guardian, oltre 200 deputati laburisti lo avevano già da tempo invitato a rompere con Netanyahu e a prendere una posizione più netta, in sintonia con il crescente disagio dell’opinione pubblica britannica.
L’Europa si muove a rilento
Mentre Parigi spinge, Berlino temporeggia e Roma tace. L’Italia guidata da Giorgia Meloni, in tandem con il vicepremier Salvini, si distingue per la totale assenza di iniziativa. Il nostro Paese sembra allineato con le posizioni più oltranziste del blocco occidentale, ignorando la crescente mobilitazione popolare in difesa dei diritti dei palestinesi.
La posizione italiana si ritrova così in compagnia di quella del presidente statunitense Donald Trump e del premier israeliano Netanyahu, figure simbolo di una destra globale incapace di riconoscere le responsabilità israeliane.
Nel frattempo, i Paesi Bassi hanno lanciato un segnale inedito: il Coordinamento nazionale per l’antiterrorismo (NCTV), insieme ai servizi AIVD e MIVD, ha inserito Israele tra i Paesi “osservati speciali” per disinformazione e tentativi di manipolazione politica. Due ministri israeliani – Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – sono stati dichiarati indesiderati nei Paesi Bassi a causa del loro sostegno pubblico alla pulizia etnica.
Gaza: carestia e genocidio
Secondo l’Indice integrato della sicurezza alimentare (IPC), la situazione nella Striscia ha raggiunto livelli di “carestia conclamata”. Le dichiarazioni ufficiali israeliane parlano ora di un’occupazione definitiva dell’enclave, mentre le “pause umanitarie” e i “corridoi sicuri” sbandierati da Tel Aviv si rivelano meri strumenti propagandistici. Domenica, 19 civili sono stati uccisi mentre cercavano di raggiungere un centro di distribuzione umanitaria.
Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha definito quanto sta accadendo “una tragedia epica di enormi proporzioni” e ha invitato la comunità internazionale a intervenire urgentemente per evitare il collasso totale della popolazione civile palestinese.
Oltre le parole: serve un’azione concreta
Il riconoscimento simbolico dello Stato palestinese, da solo, appare oggi come una cortina fumogena. La vera sfida resta quella di costringere Israele a rispettare il diritto internazionale. Questo richiede sanzioni economiche, isolamento diplomatico, embargo sulle armi e piena attuazione dei mandati internazionali pendenti. Altrimenti, ogni presa di posizione resterà vuota, mentre la macchina della guerra continuerà a schiacciare ciò che resta della Palestina.

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