Mali, la caduta di Kidal e il nuovo asse ribelle: separatismo e jihadismo convergono

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Offensiva coordinata in Mali: separatisti FLA e jihadisti JNIM conquistano Kidal, ucciso il ministro Sadio Camara, la giunta di Goïta sotto attacco. Gli Africa Korps russi si ritirano. Non è solo guerra: è il crollo di un sistema.

Mali, Kidal cade: jihadisti e ribelli insieme, Mosca arretra

Il 25 aprile ha segnato una cesura netta nel già fragile equilibrio del Mali. In quella data, centinaia — forse migliaia — di combattenti hanno lanciato un’offensiva coordinata che ha rapidamente travolto diversi centri strategici del Paese. A guidare l’operazione è stato il Front de libération de l’Azawad (FLA), affiancato apertamente dal gruppo jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda.

Il dato politico più rilevante non è soltanto militare, ma simbolico: per la prima volta, due soggetti storicamente distinti — uno con ambizioni separatiste tuareg, l’altro con agenda jihadista transnazionale — dichiarano esplicitamente una convergenza operativa. Non più azioni parallele, ma una strategia condivisa contro la giunta militare di Bamako guidata da Assimi Goïta.

La città di Kidal, nel nord del Paese, torna al centro della scena. Dopo essere stata riconquistata dall’esercito maliano nel 2023 con il supporto di mercenari russi, viene nuovamente sottratta al controllo statale. Il FLA ne rivendica il pieno possesso, parlando apertamente di “liberazione”, mentre le autorità centrali sostengono — senza fornire prove definitive — di aver ristabilito l’ordine.

Il caos informativo riflette quello sul terreno. Scontri sono segnalati anche a Gao, Mopti e Sevaré, mentre nella capitale Bamako viene imposto il coprifuoco. Il Mali appare attraversato da una crisi simultanea, in cui il controllo territoriale si dissolve a macchia di leopardo.

Il crollo della giunta e il ritiro russo

L’offensiva ha prodotto un effetto a catena che travolge non solo le linee militari, ma anche gli equilibri politici. Sabato, un attacco suicida con un camion imbottito di esplosivo colpisce la residenza del ministro della Difesa Sadio Camara a Kati, una delle principali basi militari vicino alla capitale. Camara muore per le ferite riportate, insieme ad alcuni membri della sua famiglia. Un colpo diretto al cuore del potere militare.

Nello stesso momento, anche la residenza del presidente Goïta viene presa di mira. Il leader della giunta viene trasferito in una località sicura, mentre il Paese entra in uno stato di allerta generalizzato.

Sul piano internazionale, emerge un altro elemento decisivo: il ritiro dell’Africa Corps, la struttura che ha sostituito il gruppo Wagner nel continente. Dopo due giorni di combattimenti, i contingenti russi abbandonano Kidal insieme alle truppe maliane, evacuando feriti e mezzi pesanti. Il FLA parla di un accordo per un ritiro permanente, dichiarando la città “libera”.

Mosca, pur confermando il ripiegamento, precisa che le operazioni continueranno altrove in Mali. Una formula che suona più come una ritirata tattica che come una strategia consolidata. Il dato politico resta: la presenza russa, presentata dalla giunta come garanzia di stabilità, non ha impedito il collasso del fronte settentrionale.

Nel frattempo, il JNIM rivendica la resa delle forze governative a Tessit, nel sud di Gao — informazione non confermata ufficialmente, ma coerente con il quadro di disgregazione generale.

Il Mali si ritrova così in una fase inedita: un’alleanza tra separatisti e jihadisti, una giunta sotto attacco diretto, e un alleato internazionale che arretra proprio nel momento più critico. Più che una crisi, un cambio di paradigma.

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parole ribelli, menti libere

Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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