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martedì 12 Ottobre 2021
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Lula è pronto a salvare il Brasile da Bolsonaro

La giustizia brasiliana ha fatto il suo corso, e la verità è venuta a galla. Scagionato dalle accuse montate contro di lui, Lula potrà sfidare Bolsonaro alle elezioni presidenziali del 2022.

Solo Lula può salvare il Brasile da Bolsonaro

Manca poco più di un anno alle elezioni brasiliane che decideranno delle sorti dell’attuale presidente Jair Bolsonaro, eletto nel 2018. Questa volta, però, il leader dell’estrema destra brasiliana non potrà contare sulle forze occulte che gli hanno spianato la strada in occasione della sua vittoria elettorale, quando fu subdolamente messo fuori gioco il grande favorito Luiz Inácio Lula da Silva.

Da allora, molte cose sono cambiate: Bolsonaro ha dimostrato tutta la sua incompetenza, in particolare nella gestione della pandemia da Covid-19, mentre sono emerse le schiaccianti prove che dimostrano come Lula sia stato incastrato solamente per non permettergli di partecipare alle presidenziali del 2018.

Il giudice federale brasiliano Frederico Botelho de Barros Viana, della X Corte Federale del Distretto Federale, ha emesso lo scorso 21 giugno una sentenza che conferma l’assoluzione dell’ex presidente Lula dall’accusa di presunta corruzione nel caso relativo all’Operazione Zelotes. De Barros Viana ha affermato che non esistono “prove conclusive“, né prove minime delle accuse di presunta corruzione lanciate contro Lula, né contro altri sei funzionari e uomini d’affari implicati nel processo contro l’ex presidente. Il giudice, riferendosi alla denuncia formulata nel 2017, ha precisato che essa “manca di elementi” su cui sostenere, “al di là di ogni ragionevole dubbio, alcuna condanna a carico dell’imputato“. Insomma, una vera e propria fandonia montata ad arte per fare i comodi politici di Bolsonaro e dell’estrema destra.

Per la precisione, nella sua sentenza, Frederico Botelho de Barros Viana, afferma che “è prudente e ragionevole pronunciare un’assoluzione ancor prima della presentazione delle ultime argomentazioni da parte delle difese degli imputati, evitando maggiori restrizioni alla presunzione legittima del innocenza e favorendo la chiusura di un’accusa che, dopo lunghe e approfondite indagini, si è rivelata priva di giusta causa ai fini della condanna“.

Tale sentenza conferma dunque che le accuse erano basate unicamente su motivazioni politiche, e rappresenta una nuova vittoria giudiziaria di Lula, che sin dagli inizi ha sempre voluto affrontare a testa alta i giudici e la prigione, anche quando migliaia di brasiliani sono scesi in strada per evitarne l’incarcerazione.

Lula è pronto a salvare il Brasile da Bolsonaro

Come noto, i procedimenti giudiziari contro Lula hanno visto come protagonista il giudice Sérgio Moro, che sarebbe stato poi premiato da Bolsonaro con la carica di ministro della Giustizia, mantenuta fino all’aprile dello scorso anno. Il 23 giugno, il giudice della Corte Suprema di Giustizia, Gilmar Mendes, ha ufficialmente annullato tutti i processi dell’ex giudice Sergio Moro contro l’ex presidente Lula.

Questo atto, sancisce la vittoria definitiva di Lula contro il golpe giudiziario che è stato intentato contro di lui, consentendogli la possibilità di competere ad armi pari in vista delle presidenziali del 2022. In seguito alla decisione del giudice Mendes, gli avvocati di Lula hanno affermato che la decisione del ministro è la prova che Lula era “un obiettivo della guerra giudiziaria, che è l’uso strategico delle leggi per fini illegittimi“, e una vittima dell’operazione giudiziaria Lava Jato.

Dopo quattro anni di disastrosa presidenza Bolsonaro, i brasiliani non hanno dubbi su chi debba essere il prossimo presidente del Brasile. Secondo i sondaggi realizzati pochi giorni dopo la decisione di Mendes, il 49% degli intervistati sarebbe pronto a votare per Lula, mentre solamente il 26% riporrebbe nuovamente la propria fiducia in Bolsonaro.

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Gli altri candidati sarebbero invece relegati al ruolo di comprimari: in terza posizione del sondaggio realizzato dall’agenzia Ipec troviamo Ciro Gomes (7%), leader del Partido Democrático Trabalhista (PDT) ed ex ministro proprio sotto Lula, seguito dal governatore dello Stato di San Paolo, João Doria (5%), e Henrique Mandetta (1%), ex ministro della Sanità di Bolsonaro che si è dimesso in contrasto con le politiche del presidente nel corso della pandemia.

La mia causa è restituire al Brasile la sua sovranità e la sua qualità di vita. Questa causa mi commuove e posso tenere testa a qualsiasi candidato di destra o di estrema destra. Quando una persona ha una causa , non c’è lotta che non possa affrontare“, ha dichiarato Lula in un’intervista esclusiva rilasciata a TeleSur.

Nei suoi commenti, l’ex presidente è sempre stato molto duro nei confronti dell’attuale capo di Stato brasiliano, che in passato ha accusato di genocidio per il modo in cui ha gestito la pandemia di Covid-19, causando oltre mezzo milione di morti in tutto il Paese. Lula ha anche paragonato Bolsonaro a Donald Trump ed ai tentativi dell’ex presidente statunitense di sovvertire l’esito elettorale.

Dal punto di vista della politica estera, Lula si è detto “convinto che in America Latina si possa costruire un forte blocco economico per affrontare i blocchi di Europa e Stati Uniti; dobbiamo cercare di rafforzare il Mercosur, l’Unasur, la Celac e le relazioni con il continente africano“. “Difendo la governance globale e non accetto l’idea che gli Stati Uniti siano il faro del mondo. Ogni popolo si prende cura del proprio Paese, della democrazia e dell’economia“, ha aggiunto. Inoltre, si è schierato in maniera netta contro le sanzioni imposte illegalmente ed unilateralmente da Washington contro il Venezuela.

Presidente per due mandati tra il 2003 ed il 2010, periodo di massima crescita economica per il Brasile, Lula ha ricordato che durante la sua amministrazione l’economia è cresciuta del 7,5% all’anno e sono stati creati 20 milioni di posti di lavoro formali, con 40 milioni di persone che sono passate dalla classe povera quella media.

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Inoltre, con Lula alla presidenza il Brasile è divenuto un punto di riferimento per il continente sudamericano e per l’economia internazionale, raggiungendo il sesto posto tra le economia del pianeta: “Dopo la mia presidenza, i sondaggi hanno mostrato che avevo l’87% di approvazione”, ha aggiunto l’ex capo di Stato. “Molti in Brasile volevano che mi candidassi nel 2014, ma io non ho voluto perché mi sembrava che Dilma (Rousseff, ndr) meritasse di essere rieletta, poi volevo candidarmi nel 2018 ma la Giustizia non lo ha permesso, hanno costruito una farsa legale per farmi fuori dalla competizione elettorale“.

Sono stato la prima grande vittima della guerra giudiziaria: per impedirmi di tornare hanno creato un piano di accuse contro di me che ha coinvolto il Pubblico Ministero, la Polizia, i media egemonici e un giudice che ha costruito un processo sulla calunnia per punirmi, e mi ha punito“, ha raccontato nell’intervista. “Sono andato in carcere per dimostrare che quanto detto contro di me era una bugia. Oggi è tutto chiaro, siamo riusciti a dimostrare in mia difesa che tutto ciò era stato messo in piedi per fare in modo che non tornassi alla presidenza“.

Nel frattempo, tutto il Brasile continua ad essere scosso da ingenti proteste contro il governo federale in carica, colpito anche dalle recenti dimissioni del ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles. Il presidente Bolsonaro è invece personalmente colpito da pesanti accuse, in particolare per il reato di corruzione associato all’acquisto di vaccini contro il Covid-19 dall’azienda farmaceutica indiana Bharat Biotech.

La fine, per Jair Bolsonaro, sembra sempre più vicina, è Lula sembra oggi l’unico in grado di risollevare le sorti del gigante sudamericano.

Giulio Chinappi dal suo World Politics Blog


Giulio Chinappihttps://giuliochinappi.wordpress.com/
Laureato in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale e in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo. Ha svolto numerose attività con diverse ONG, occupandosi soprattutto di minori. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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