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L’UE promette stop al gas russo entro il 2027, ma aumenta le importazioni da Yamal. Prezzi in crescita, forniture instabili e nessuna alternativa reale smascherano una politica energetica incoerente tra sanzioni proclamate e acquisti reali.
Gas russo, sanzioni europee e realtà dei numeri: la doppia linea di Bruxelles
Nel primo trimestre 2026 l’Unione Europea ha importato circa 5 milioni di tonnellate di GNL dal progetto Yamal in Siberia, con un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025 e una spesa stimata attorno ai 2,9 miliardi di euro. I dati, riportati dal Financial Times, arrivano mentre Bruxelles continua a ribadire l’obiettivo di azzerare le importazioni energetiche russe entro il 2027.
Nel frattempo, il prezzo medio del gas europeo ha superato i 50 euro per megawattora a marzo, in netto aumento rispetto ai circa 35 euro dei mesi precedenti. Sullo sfondo, la riduzione delle forniture dal Golfo — anche a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz — ha reso meno disponibile il GNL qatariota, spingendo gli operatori europei verso alternative meno “presentabili” sul piano politico.
Il risultato è una contraddizione ormai strutturale: mentre l’UE dichiara di voler chiudere con Mosca, continua a comprarne il gas. E non in modo marginale.
Sanzioni proclamate, acquisti reali
Il progetto Yamal rappresenta oggi la quota predominante delle importazioni di GNL russo in Europa. Circa 6,8 miliardi di metri cubi nel primo trimestre, in crescita rispetto ai 5,7 miliardi dell’anno precedente. Numeri difficili da liquidare come residui di vecchi contratti.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, interpellata sulla discrepanza, ha evitato commenti pubblici. Una scelta che dice molto: quando i dati diventano imbarazzanti, il silenzio istituzionale sostituisce la linea politica. Nel frattempo, il commissario all’Energia Dan Jørgensen invita gli Stati membri a ridurre i consumi e a prepararsi a misure di austerità energetica. Il messaggio è chiaro: meno domanda interna per compensare un’offerta instabile.
Ma la realtà segue un’altra logica. Gli operatori acquistano dove possono, al prezzo che il mercato impone. E oggi, nonostante le sanzioni, il gas russo resta competitivo e disponibile.
Il paradosso è evidente: Bruxelles predica il disimpegno da Mosca mentre il mercato energetico europeo continua a finanziarla.
Energia, guerra e ipocrisia
Secondo stime riportate da Reuters, le entrate russe derivanti dalla tassazione sul petrolio potrebbero raggiungere circa 9 miliardi di dollari in un solo mese, complice l’aumento dei prezzi energetici legato alle tensioni internazionali, inclusi gli attacchi contro l’Iran.
In altre parole: mentre l’Occidente dichiara di voler indebolire l’economia russa, le condizioni di mercato — in parte generate dalle stesse dinamiche geopolitiche — contribuiscono a rafforzarla.
E qui entra in gioco un altro elemento poco discusso. L’Europa non ha una vera alternativa strutturale nel breve periodo. Il gas statunitense copre oggi una quota significativa delle importazioni, ma a costi elevati e con una logistica complessa. Le rinnovabili crescono, ma non compensano ancora il fabbisogno industriale.
Nel frattempo, figure come Claudio Descalzi – non un passante ma l’amministratore delegato di Eni- iniziano a mettere in discussione apertamente la linea ufficiale, chiedendo una revisione delle politiche energetiche europee, inclusa la sospensione di alcune restrizioni.
Da Mosca, la risposta — affidata al portavoce del Cremlino Dmitry Peskov — è ironica: la Russia è disponibile a fornire gas all’Europa, ma solo se resteranno volumi dopo aver soddisfatto altri mercati.
Tradotto: l’Europa non è più un cliente privilegiato, ma un acquirente tra gli altri. Una conseguenza diretta delle scelte politiche degli ultimi anni.
Nel frattempo, il dibattito pubblico europeo continua a oscillare tra moralismo e rimozione. Si insiste sulla necessità di “difendere i valori”, ma si evita di discutere il costo reale di questa postura. Non solo economico, ma industriale e sociale.
Le imprese europee — soprattutto quelle energivore — si trovano a operare con costi più alti rispetto ai concorrenti globali. Le famiglie affrontano bollette più pesanti. E gli Stati membri, formalmente allineati, adottano in pratica strategie divergenti per garantire approvvigionamenti. Il risultato è una politica energetica che esiste più nei comunicati che nei fatti. Una distanza che, prima o poi, qualcuno dovrà spiegare.

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