Legge truffa o legge porta blindata? Lo Stabilicum e il muro delle firme

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Con 227 sì la Camera approva lo Stabilicum: premio di 105 seggi al 42%, preferenze con il capolista bloccato e muro di firme per i nuovi partiti. Meloni promette di far scegliere tutto, ma l’unica scelta garantita resta quella dei partiti. Ora la parola alla Consulta.

Meloni cambia il sistema di voto: chi è già dentro ha la porta aperta

«Ora gli italiani potranno scegliere tutto», ha dichiarato la presidente del Consiglio dopo il via libera alla nuova legge elettorale, con la sicurezza di chi ha appena restituito all’elettorato ogni libertà di decisione, salvo il primo nome di ogni lista, l’accesso dei partiti nuovi e il nome del candidato premier sulla scheda.

La Camera ha approvato in terza lettura, in via definitiva, il testo noto come Stabilicum (Melonellum per le opposizioni): 227 sì e 164 no, a scrutinio segreto, dopo tre voti di fiducia. Con 391 presenti ne servivano 196. Il voto segreto era il terreno dei timori della maggioranza, perché a luglio almeno una cinquantina di deputati del centrodestra aveva contribuito a bocciare un emendamento sulle preferenze. Questa volta i franchi tiratori non si sono visti, e l’opposizione ha esposto in Aula cartelli con scritto «Legge truffa».

Il sistema è un proporzionale con premio: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere, fino a un tetto di 220 deputati, il 55 per cento, e 113 senatori, il 56,5 per cento. In assenza del 42 per cento scatta il proporzionale puro e la maggioranza va cercata in Parlamento. Restano le soglie di sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni.

Tornano le preferenze, ma in versione ridotta: fino a tre, dal secondo candidato di una lista corta di sei nomi, con un capolista bloccato scelto dal partito, eletto a prescindere dai voti. L’alternanza di genere vale solo quando si esprimono più preferenze, mentre i partiti sono liberi nella scelta del genere del capolista, e la quota minima del 40 per cento di donne richiesta dalle opposizioni non è stata prevista. orizzontescuola

Il capitolo più discusso riguarda i nuovi partiti. Chi non è rappresentato in Parlamento dovrà raccogliere almeno 6.000 firme in ogni collegio plurinominale, invece delle 1.500 attuali, per un totale nazionale di almeno 294mila, mentre sono esentati i partiti già costituiti in gruppo o componente parlamentare, anche piccola, a una delle due Camere. I partiti e le coalizioni dovranno infine indicare il candidato premier al momento del deposito del simbolo e del programma, ma il nome non comparirà sulla scheda. ilpost

Le opposizioni annunciano ricorsi, a partire dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, con l’obiettivo di portare la legge davanti alla Corte costituzionale. Tra i punti contestati ci sono la stretta sulle firme, letta come violazione dell’articolo 49 della Costituzione, il mancato equilibrio di genere tra i capilista e la previsione dell’indicazione del premier, che alcuni giuristi considerano un «premierato di fatto» in tensione con le prerogative del Presidente della Repubblica.

La libertà di scegliere, purché tra i candidati già scelti

Chi promette di far scegliere agli italiani «tutto» dovrebbe spiegare che cosa intenda per tutto. Il capolista bloccato è sicuro di essere eletto, le preferenze riguardano soltanto i gregari, e la libertà dell’elettore si esercita su un menù in cui il primo piatto è già assegnato. È una delle forme più eleganti di democrazia amministrata: l’elettore partecipa, il partito decide.

Il muro delle firme è un capolavoro di ingegneria dell’autoconservazione. Un partito che esiste già in Parlamento, anche con un’unica componente in una sola Camera, resta esente. Un partito che nasce oggi deve raccogliere circa 300mila firme, più dei voti ottenuti nel 2022 da alcune forze che siedono oggi in Aula.

L’indicazione del candidato premier ha il merito di dirci come la maggioranza intenda la Costituzione: l’articolo 92 affida al Presidente della Repubblica la nomina del capo del governo, ma una norma ordinaria che obbliga i partiti a indicare un nome in anticipo, in un sistema con premio di maggioranza, trasforma il voto in un’investitura preventiva.

Se l’obiettivo fosse davvero quello, bisognava avere il coraggio di cambiare la Carta, e non di importare il premierato dalla porta di servizio. Non a caso le opposizioni leggono la norma come un’arma contro il campo largo, privo di candidato e di programma.

La storia suggerisce prudenza. Questa è la quarta legge elettorale in vent’anni, e la Corte costituzionale ha già smontato i due precedenti sistemi con premio: il Porcellum nel 2014, per il premio senza soglia, e l’Italicum nel 2017. Il Parlamento eletto con il Porcellum, dichiarato illegittimo dopo tre elezioni, rimase in carica fino a fine legislatura, e nulla garantisce che la Consulta, se mai dovesse pronunciarsi, lo faccia in tempo per evitare che le urne del 2027 si svolgano con regole sub iudice.

Resta il dato politico di una maggioranza che, in nome della governabilità, ha scelto di blindare il perimetro dei partecipanti, di ridurre l’imprevedibilità delle preferenze e di spostare in anticipo il baricentro dell’esecutivo. Una legge pensata per rendere stabile il governo, e per rendere difficile a chiunque altro di entrarvi.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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