15.1 C
Rome
domenica 28 Febbraio 2021
Polis Lavoro, diritti, economia Il lavoro c'è ma preferite i sussidi: la favola raccontata dagli industriali
Condividi sui social

Il lavoro c’è ma preferite i sussidi: la favola raccontata dagli industriali

Condividi sui social

Il lavoro c’è ma preferite i sussidi: è il dito puntato da aziende e industriali che periodicamente viene rilanciato dai media. Ma è davvero così?

“Il lavoro c’è ma preferite i sussidi!”

C’è una schizofrenia narrativa in Italia per la quale, da un lato, c’è la crisi strutturale del sistema, acuita in maniera devastante dalla pandemia. Una situazione al limite del tracollo sociale, che richiede l’intervento continuo dello Stato a iniettare denaro per tamponare l’emergenza e posticipare i licenziamenti; dall’altro invece, non si capisce come, puntualmente spuntano titoli di giornali, interviste a imprenditori che annunciano, udite udite, la presenza di migliaia di posti di lavoro non sfruttati perché non si avrebbe realmente voglia di lavorare. Ah signora mia questi giovani d’oggi!

La favoletta è ben nota, in Italia il lavoro non mancherebbe, tutt’altro! Purtroppo, però, i lavoratori non sono adeguatamente formati o, peggio, preferiscono poltrire godendo di qualche generoso sussidio. Il Reddito di cittadinanza è infatti uno dei bersagli preferiti di questa narrazione.

E quale sarebbe la soluzione? Guarda caso: eliminare i sussidi, incentivare la produzione di lavoro, cioè sgravi fiscali alle aziende, diminuzione del costo del lavoro e  formazione dei giovani alla manovalanza  e investimenti in politiche attive, vale a dire in tutte quelle azioni volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, piuttosto che lo sperpero di risorse nei sussidi di disoccupazione, i quali non incentiverebbero i cittadini a cercare attivamente un lavoro, lasciando scoperte le ghiotte opportunità che gli imprenditori italiani garantirebbero.

La favola preferita degli industriali: il lavoro c'è ma preferite i sussidi

Sfatiamo alcuni punti di questa visione alquanto opportunistica:

  1. In una fase di stagnazione, in cui la domanda di beni e servizi arranca, il livello di produzione sarà minore e il processo produttivo necessiterà di meno lavoratori. Risultato? Maggiore disoccupazione, indipendentemente dalle caratteristiche dei lavoratori.
  2. La scelta di lavorare o meno dovrebbe essere legittimamente associata alla retribuzione che quella posizione garantisce. Quando si va ad approfondire certe notizie sulla mancata occupazione, con le relative lamentele del titolare d’impresa di turno, il più delle volte si scopre offerte al limite della tratta umana: aziende che offrono lavori a km dalle abitazioni, con orari impossibili, conoscenze specifiche su curriculum, pregressa esperienza ma in cambio offrono rimborsi a uno zero, buoni pasto o stipendi di partenza con cui non si riesce nemmeno a pagare l’abbonamento mensile sul mezzo di trasporto necessario a raggiungere il luogo dove svolgere la mansione. Ricordiamo che in Italia l’andamento delle retribuzioni è stagnante da decenni, la quota salari sul reddito nazionale è in caduta libera e un fenomeno tremendo come quello dei working poor, lavoratori che percepiscono uno stipendio insufficiente a uscire dalla trappola della povertà, colpisce più del 12% degli occupati maggiorenni.
  3. Le aziende lamentano la scarsa formazione dei lavoratori rigettando la questione alla politica. Ma lo Stato mette mano al portafogli solo per la formazione dei lavoratori, mentre le aziende ne usufruiscono allo scopo di massimizzare i profitti, impiegandoli a loro piacimento.  Perché allora non dovrebbero essere le stesse imprese a formare la propria manodopera? Semplice: le aziende non ci pensano proprio a sobbarcarsi l’onere di formare i lavoratori, un impegno che comporta un costo diretto relativo all’apprendimento, e un costo indiretto associato alla minore produttività legata all’assumere un lavoratore alle prime armi rispetto ad un suo collega più esperto. Scaricare sullo Stato i costi di formazione consente esclusivamente di gonfiare i profitti privati, a scapito della collettività.

La favola preferita degli industriali: il lavoro c'è ma preferite i sussidi

Rapporti di forza tra lavoro e capitale

I dati sull’Italia, da qualsiasi prospettiva li si voglia guardare, mostrano un’economia affossata dalla carenza di domanda interna che azzoppa la domanda di lavoro. Qualsiasi altra considerazione di tipo narrativo appare solo come il classico tentativo di far ricadere sul lavoratore la responsabilità del suo mancato impiego in quanto non all’altezza di ciò che l’imprenditoria richiede.

Una sorta di operazione psicologica collettiva. Ma le responsabilità della disoccupazione che ormai strutturalmente caratterizza l’Italia ricadono sulle spalle di chi ha avallato precise scelte di politica economica che riflettono, e lo diciamo rispolverando una definizione novecentesca inequivocabile, i rapporti di forza tra lavoro e capitale.

Ma è un rapporto ormai deteriorato, ridotto ai minimi storici da decenni. C’è uno sbilanciamento verso la classe imprenditoriale, che si traduce in un modello di crescita trainato basato su esportazioni, compressione dei salari e sfruttamento della forza lavoro.

Con una classe dirigente che nuota felicemente nel grande mare della disoccupazione a due cifre, che gli consente assoluta libertà di movimento e di opportunità, figli di anni di politiche di austerità fiscale. Un contesto non venuto fuor come un incidente della storia, ma previsto e dovuto all’assetto istituzionale europeo che rende impossibili le politiche di stimolo alla domanda aggregata necessarie a raggiungere quella piena occupazione che sarebbe il vero trauma per i magnati dell’economia.

 

Condividi sui social


Marquez
Marquez
Corsivista, umorista instabile.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli

Condividi sui social