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sabato 5 Giugno 2021
PolisNon attaccano il reddito di cittadinanza, ce l'hanno proprio coi poveri

Non attaccano il reddito di cittadinanza, ce l’hanno proprio coi poveri

Confindustria e ampie fette di opinione pubblica attaccano il reddito di cittadinanza con polemiche sganciate dalla realtà economica e sociale.

Attaccano il reddito di cittadinanza ma il bersaglio è un altro

Criticare la struttura del reddito di cittadinanza rispetto all’idea propagandata per anni dai CinqueStelle, è un conto. Criticarlo per l’insostenibilità per i conti pubblici, per la strampalata idea che avrebbero  offerto alla platea dei 5 milioni di richiedenti un tutor con 3 proposte di lavoro, è altrettanto ragionevole, (oltre che altamente umoristico per la parte sui tutor).

Quello che è inaccettabile sono le critiche ideologiche sul fatto che sia stato un incentivo ai furbi, al divano”, al lassismo del sud.  Sono idee da padroni delle ferriere, non tengono conto, prima ancora dell’imprevedibile emergenza sanitaria calata implacabilmente sulle nostre vite, della trasformazione del lavoro oggi. E da sinistra poi, non solo sono ancora più inconcepibili, ma fanno venire una paralisi al volto, tipo Urlo di Munch.

La mutazione dei mercati, la concorrenza delle economie emergenti dall’Asia, l’aumento della popolazione mondiale; e ancora l’invecchiamento dell’Europa, dell’Italia in particolare, ha creato una miscela esplosiva per cui abbiamo una generazione indirizzata continuamente alla spesa ma senza portafogli. E i falchi che contrappongono l’idea del creare lavoro contro l’assistenzialismo, come fossero in antitesi e non complementari, perpetrano un falso storico, aggravato dalla suddetta mutazione per la quale, sia detto senza remore, non v’è soluzione all’interno di questo sistema.

Non c’è modo di creare lavoro rispetto alla necessità oggettiva. Le nuove entrate sono subordinate ad uscite periodiche, non determinate da limiti di età o altro, ma semplicemente per spazio: non c’è spazio per tutta la forza lavorativa disponibile. Questo rende necessaria qualunque forma di sostegno pubblico alla cittadinanza, comunque la si voglia chiamare.

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Reddito di cittadinanza, dati negativi e cattiva comunicazione

Il reddito di cittadinanza è entrato in vigore il 28 gennaio 2019 e le prime tessere con l’importo mensile sono state distribuite ai beneficiari il 18 aprile dello stesso anno.

Secondo i dati Inps, i percettori del Rdc hanno un assegno mensile medio di 570 euro e sono 3 milioni. Di questi, 196mila hanno ottenuto un lavoro, ma al rilevamento del 7 luglio soltanto la metà sono rimasti lavoratori attivi. Gli altri hanno avuto lavori con contratti brevi, rientrando tra le fila dei precari. Attualmente 2 milioni e 900mila persone sta riscuotendo l’assegno del Rdc senza prospettive immediate di lavoro.

Il flop del Rdc su cui si è acceso il dibattito pubblico, dunque, è sul tema che il Movimento 5 Stelle considerava fondamentale: il lavoro, tanto che al Festival dell’Economia di Trento, Conte ha dovuto dichiarare il prossimo intervento di revisione del provvedimento:

Il progetto di inserimento nel mondo del lavoro collegato al reddito di cittadinanza ci vede ancora indietro. Dobbiamo riorganizzare una sorta di network per offrire un processo di formazione e riqualificazione ai lavoratori. 

L’impatto del Covid

Come già detto nell’introduzione, non possiamo non considerare alcuni fattori esterni che hanno contribuito a complicare ancor di più il percorso del Rdc. L’epidemia di Covid-19 ha rallentato il processo lavorativo dei navigator, che sono tornati pienamente operativi soltanto a luglio. Quelli assunti in Italia sono attualmente 2.846 e percepiscono uno stipendio di 1.700 euro al mese.

Dovrebbero tirar fuori dal cilindro tre posti di lavoro per tre milioni di persone all’interno di un sistema caotico, con i centri per l’impiego al collasso per la mancanza di offerte e senza delle direttive efficienti a livello regionale e nazionale. Una vera mandrakata…

Ma il problema principale di tutta la vicenda è dato da due aspetti. Da un lato c’è l’attacco pretestuoso delle classi dirigenti italiane che hanno cominciato a sgomitare per prendere posizione nel momento che ci sarà da raccogliere i fondi europei, dall’altra la cattiva comunicazione del governo al riguardo.

Il professor Cristiano Gori, definito il lobbista dei poveri nella presentazione del suo ultimo libro, (‘Combattere la povertà. L’Italia dalla social card al Covid 19’. Ed. Laterza), scrive:

Si sta scontando il modo sbagliato con cui è stato presentato il Rdc all’opinione pubblica da chi lo ha proposto, il M5s. Intanto perché non ha una natura miracolosa. E poi perché il principale obiettivo di questo tipo di strumenti è fronteggiare la povertà e non dare lavoro.

Così ora si rischia l’autogol. Perché si può dire che siccome l’obiettivo del Reddito era dare lavoro e non c’è riuscito, è stato un fallimento e va superato. Ma così si minano anche le poliche anti-povertà che oggi sono rappresentate dal Rdc. E stato un errore far credere che con un colpo solo si sarebbero risolti tutti i problemi: dar da mangiare a chi ha bisogno e trovargli un posto.

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L’attacco di Confindustria

Non sorprende, in questo clima di spintoni in vista della gestione dei fondi europei, l’attacco di Confindustria per bocca del presidente  Bonomi, che in maniera arrogante da una parte attacca il governo per il RdC, 3.8 miliardi di euro, e dall’altra ne chiede 25 per le imprese. E nella foga di farsi largo, Bonomi arriva a tratteggiare una riforma fiscale in cui l’Irpef venga pagata direttamente dai lavoratori, senza trattenute delle imprese in busta paga:

Perché il governo pensa di passare alla tassazione diretta mensile solo per i 5 milioni di autonomi? Facciamo lo stesso per tutti i lavoratori dipendenti, sollevando le imprese dall’onere ingrato di continuare a svolgere la funzione di sostituti d’imposta, addetti alla raccolta del gettito erariale e di essere esposti alle connesse responsabilità.

Del resto, Inps e Istat stimano fino a 3 milioni di evasori fiscali tra gli autonomi e altrettanti tra i dipendenti  Sarebbe una bella prova che lo Stato metta tutti sullo stesso piano senza più alimentare pregiudizi divisivi a seconda della diversa percezione del reddito.

Non bisogna essere marxisti-leninisti per trovare vergognosa la proposta di mettere sullo stesso piano lavoratori dipendenti e autonomi sul fisco in un paese con 110 miliardi di evasione.

Siamo alla retorica del padroncino di fantozziano che piange miseria davanti al suo dipendente, beve un Martini con ghiaccio, chiedendo al lavoratore di sacrificarsi per il bene dell’azienda.

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Il sommerso

A far da contraltare a tutto ciò c’è…la realtà! Stando alle previsioni dell’Istat, entro la fine di quest’anno circa 3,6 milioni di persone rischiano di perdere il posto di lavoro, dal momento in cui verranno meno la Cig introdotta nel periodo Covid e il blocco dei licenziamenti.

Ad ammortizzare la perdita di posti di lavoro, nel concreto, e non nelle stanze delle riunioni di confindustria, c’è l’economia sommersa mescolata ai sussidi, la parola horror che disgusta gli ultra liberisti di casa nostra, ben presenti anche a sinistra.

In Italia, secondo i dati forniti dalla Cgia, ci sono oltre 3,3 milioni di occupati in nero e il 38 per cento del totale è presente nelle regioni del Sud. Questo esercito di invisibili ogni giorno lavora nei campi, nei cantieri edili e in esercizi commerciali di piccole dimensioni; in laboratori o nelle case degli italiani per prestare attività di supporto domestico.

Pur essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che originano questi soggetti sono devastanti sui conti pubblici ma essenziali per il welfare nascosto che ancora tiene in piedi questo paese.

Uno scenario che sembra non essere contemplato in nessun dibattito. Bisogna lasciarsi alle spalle le polemiche sganciate dalla realtà, superare il frastuono delle parole e andare a guardare alla vita delle persone.

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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