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sabato 6 Marzo 2021
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La fuga di cervelli all’estero ci costa 20 volte più del taglio dei parlamentari

La fuga di cervelli all’estero è un boomerang per la nostra economia: una spesa importante che non genera alcun rientro per la spesa sociale.

Il fallimento dello Stato azienda e la fuga di cervelli all’estero

Gli ultimi 30 anni hanno visto la vulgata ultra liberista, quella per la quale le virtù manageriali sono una dote a prescindere, arrivare alle radici dello Stato nell’interpretazione della vita pubblica. E dunque le funzioni dello Stato sono identificate alla pari di quelle di un azienda, per cui anche servizi essenziali come la sanità devono generare utili. Di conseguenza, come qualsiasi altro ramo aziendale, son soggetti a ristrutturazioni (che nel gergo aziendale significa la scure dei tagli ai costi, cioè ai servizi).

I risultati nello specifico sanitario, li abbiamo visti tutti in questo tragico anno di pandemia. Ospedali al collasso, mancanza di posti letto, di personale, di attrezzature. Idem per il comparto scolastico.

Restando in ambito formativo, seguendo i nefasti parametri osservati fono ad ora, dovremmo fare un altro ragionamento su costi\benefici applicata a un altra categoria: i laureati altamente specializzati che lavorano e pagano le tasse all’estero.  Lo diciamo con un esempio pratico legato anche a temi di attualità: la cosiddetta fuga di cervelli all’estero ci costa 20 volte più del taglio dei parlamentari.

La fuga di cervelli all'estero ci costa 20 volte più del taglio dei parlamentari

La fuga di cervelli vale 21 volte più del taglio dei parlamentari

Secondo l’Istat, nel 2017, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, i laureati italiani che hanno lasciato il Paese per cercare fortuna all’estero sono stati 25.566. Calcolatrice alla mano il costo è subito detto.

Secondo l’OCSE la spesa pubblica annuale italiana destinata all’istruzione ammonta a 9.300 dollari circa per studente: 8.400 per la scuola primaria, 8.900 per quella secondaria e 11.500 per quella universitaria.

Ipotizzando un ciclo di studi regolare (8 anni di scuola primaria, 5 di scuola superiore e altrettanti, mediamente, per l’università) e applicando i dati di cui sopra otteniamo una spesa pro capite per ciascun laureato pari a 169.200 dollari (67.200 per la scuola primaria + 44.500 per la secondaria + 57.500 per l’università).  Che al cambio attuale fanno 153.000 euro.

Che moltiplicato per i 25.566 mila laureati che hanno lasciato il paese, genera un costo di istruzione pari a circa 3,9 miliardi.

Ovviamente il problema non è dato da chi tenta fortuna all’estero. Se da noi questi Cervelli restano precari, sottopagati, spesso costretti ad accontentarsi di impieghi poco qualificati rispetto al percorso formativo, è chiaro che  l’Italia forma giovani promettenti ma non crede poi nelle loro potenzialità di professionisti.

Andarsene per la quasi totalità di essi significa sopravvivere.

La fuga di cervelli all'estero ci costa 20 volte più del taglio dei parlamentari

Welfare penalizzato

È sempre più massiccio l’esodo dei laureati verso mete più redditizie: il Regno Unito resta la prima destinazione dei laureati italiani espatriati nel 2017 secondo l’Istat: quasi 4.300.

Nel 2009-2018, sono stati 182mila i laureati emigrati all’estero, una fuga di cervelli che non sembra arrestarsi. Solo nel 2018 hanno lasciato il paese in 29mila (+6% sul decennio, ma ben il 45% in più negli ultimi 5 anni).

Nella prima metà del decennio la fuga dei cervelli italiani al’’estero è costata oltre 10 miliardi. Una misura della spesa inutile sostenuta dall’istruzione pubblica a fronte dell’esodo poiché non c’è rientro per la spesa sociale.

Ma la cifra ipotizzata rappresenta solo una parte del problema, perché i costi della fuga dei cervelli devono tenere conto anche del mancato contributo dei giovani lavoratori che lasciano il Paese.

I costi economici dell’emigrazione altamente qualificata sono assai elevati, poiché diminuiscono il potenziale produttivo e aumentano i rischi di non sostenibilità della spesa sociale,

ha scritto oltre un anno fa Francesco Gagliardi, ricercatore dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Moltiplicando tra loro i fattori, il costo reale dell’esodo per la prima metà del decennio sfiora così i 10,6 miliardi.
A questo punto, per fare la comparazione basta sfogliare le cifre spese per i principali progetti di welfare nel paese.

La fuga dei cervelli costa ben più di quanto necessario per finanziare il reddito di cittadinanza (sono stati necessari 7,1 miliardi) ed è pari a più del doppio dell’esborso per l’introduzione di quota 100 (4,7 miliardi).

Una cifra complessiva che fa perdere all’Italia almeno 21 (ventuno) volte di più di quanto farebbe risparmiare in una legislatura completa il taglio dei parlamentari.

Ragionare e invertire le dinamiche consolidate sull’istruzione e sul rapporto inesistente tra scuola e lavoro (lasciamo perdere la farsa dell’alternanza!) è non solo doveroso filologicamente, ma necessario, molto pragmaticamente, per il futuro del paese e dei suoi conti.

 

La fuga di cervelli all’estero. Alcuni dati



Sira De Vanna
Sira De Vanna
Speaker radiofonica, redattrice, storico dell'arte. Caporedattore per Kulturjam.it

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