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La guerra a Gaza e le manovre di Netanyahu in Siria esasperano i rapporti tra Israele e Turchia. Ankara giudica destabilizzante la vendita di armi a Cipro e teme accordi segreti tra Tel Aviv, Damasco e Washington. Un equilibrio fragile che rischia di spezzarsi.
Crisi diplomatica innescata da Gaza: l’asse Turchia-Israele a rischio
Le conseguenze della guerra a Gaza non si limitano al campo militare. La politica estera di Benjamin Netanyahu, sostenuta senza remore da Donald Trump, sta aprendo nuove fratture nello scacchiere mediorientale.
L’ultima riguarda le relazioni con la Turchia, già difficili e ora sull’orlo della rottura. Ankara considera «destabilizzante» la possibile fornitura del sistema di difesa aerea israeliano Barak MX a Cipro, temendo un mutamento degli equilibri in una regione dove il nodo cipriota rimane irrisolto da decenni.
La questione cipriota, infatti, è un vulcano mai sopito: a nord la Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo da Ankara; a sud la parte greca, membro dell’Unione Europea. Un’eventuale militarizzazione con armi israeliane rischierebbe di riaprire vecchie ferite e di accendere tensioni difficili da controllare.
Parallelamente, Netanyahu gioca una partita altrettanto delicata in Siria. Presentandosi come protettore della comunità drusa, punta a estendere l’influenza israeliana dal Golan fino alle porte di Damasco.
Le trattative con il nuovo regime siriano di Ahmed al-Sharaa, confermate da fonti diplomatiche e think tank come Al Monitor, avrebbero già posto le basi di un accordo non scritto: Israele ottiene un corridoio di sicurezza, mentre il nuovo potere siriano, sostenuto da Washington, riceve un alleggerimento delle sanzioni e, soprattutto, dollari indispensabili a consolidare il proprio fragile dominio.
Siria come campo di battaglia geopolitico: la triangolazione con Washington
Gli Stati Uniti svolgono un ruolo decisivo. La recente visita a Washington del ministro degli Esteri siriano al-Shaibani, la prima dopo un quarto di secolo, è la prova di un riavvicinamento calibrato.
Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha lasciato intendere che il destino del Caesar Act del 2019, che imponeva severe sanzioni al regime di Assad, potrebbe cambiare. Ma a condizione che Damasco mantenga un canale di cooperazione con Israele. È la logica dello scambio: pace parziale in Siria in cambio di normalizzazione e aperture economiche.
Questa dinamica, tuttavia, non può lasciare indifferente la Turchia. Per Recep Tayyip Erdogan, la Siria rappresenta un’area di influenza imprescindibile, sia per motivi strategici sia per contenere le rivendicazioni curde. Ankara ha reagito inviando il capo dei servizi segreti, Ibrahim Kalin, a Damasco per ottenere chiarimenti diretti sui colloqui tra israeliani e siriani. In particolare, i turchi temono che gli accordi comprendano un corridoio aereo per i jet israeliani, utile a colpire obiettivi in Iran con la tacita benedizione statunitense.
Il quadro mostra chiaramente una complessa triangolazione: Tel Aviv punta a consolidare la propria posizione in Siria con l’appoggio americano; Damasco tenta di ottenere risorse e riconoscimento internazionale; Washington utilizza il dossier come leva per condizionare entrambi. In mezzo, la Turchia, che difficilmente accetterà di perdere peso strategico nella regione senza reagire.
Un equilibrio precario
La tensione crescente tra Israele e Turchia è dunque il risultato di una combinazione esplosiva di fattori. Erdogan, pur pragmatico e incline al negoziato quando si tratta di affari, non può tollerare di essere escluso dal tavolo in un’area cruciale per la sicurezza nazionale turca.
Se a questo si aggiunge la tradizionale rivalità tra Ankara e Tel Aviv, l’equilibrio rischia di rompersi definitivamente. Il risultato sarebbe un Medio Oriente ancora più frammentato, con nuove faglie geopolitiche che aggraverebbero la crisi già in corso.

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