Il modello Piacenza, violenza e sessualità: è l’eterna Salò pasoliniana.

Dal caso Piacenza alla violenza del potere: quando il dominare, abbattere moralmente e fisicamente un essere umano è il movente stesso.

Il caso Piacenza, violenza e sessualità

Ci sono poche esperienze più amare di quella della vittima che accetta l’aiuto e viene poi tradita dal benefattore.

Prendiamo un caso più lontano dalla cronaca e nemmeno italiano, perché la questione viene da lontano ed è culturalmente globale, seppur con le peculiarità di ogni comunità.

Il 31 ottobre 2002, lo psicoterapeuta francese Jean-Pierre Trémel fu condannato a 10 anni di carcere per aver violentato e abusato sessualmente di due giovani pazienti che il giudice riconobbe come estremamente vulnerabili. Trémel, 52 anni, affermò che il suo “trattamento” era basato su una tradizione orientale, in cui gli anziani introducevano le ragazze alle pratiche sessuali.

L’abuso sessuale da parte del terapeuta è un abuso sessuale. Lo stupro da parte del terapeuta è uno stupro. Non costituiranno mai una terapia. Sembra banale ma evidentemente non è così.

Alla stessa maniera un abuso da parte di un carabiniere resta un abuso. Anzi, l’aggravante del ruolo è ancor più drammatica perché mina alla base il rapporto di fiducia tra il cittadino e il rappresentante dello Stato.

Eppure nella percezione generale scattano sempre i distinguo nei casi delle divise coinvolte.

C’è l’ovvia obiezione che, come in ogni conclave umano, ci sono persone rispettabilissime, che svolgono con scrupolo il loro lavoro, ma già doverlo rimarcare ogni volta come se non dovesse essere la normalità, fa drizzare qualche antenna.

Nel caso delle violenze sessuali poi, si tocca il parossismo. Purtroppo i casi in cui sono coinvolti appartenenti delle forze del’ordine sono diversi negli ultimi anni, e ci riferiamo solo a quelli finite alla ribalta delle cronache, con inchieste  e condanne. Del sottobosco omertoso nemmeno ci inoltriamo.

E in tutti i casi di violenza conclamata i distinguo sono sempre stati aberranti.

 Emanuele Solari, avvocato dell’appuntato Montella, imputato a Piacenza

Violenze sessuali in divisa

Ricordiamo il caso delle due turiste americane vittime di stupro da parte di due carabinieri nel 2017, vicenda poi finita nel dimenticatoio.

Per l’allora ministra Pinotti la prima vittima dello stupro di Firenze era l’arma stessa dei carabinieri. Per il Sindaco la città in balia dello sballo. Per tutta la cricca che andava da Libero a Salvini, passando per i difensori della famiglia e compagnia bella, basta ricordare il commento di Fiani, collaboratore di Adinolfi: le americane sono due zoccole.

Nello stesso anno, un’altra inchiesta sempre in Toscana, nella città di Aulla, coinvolge dei carabinieri per abusi e violenze in caserme della Lunigiana. Ci sono vari arresti e c’è il caso in particolare di una prostituta che avrebbe subito abusi sessuali in caserma.

E nel 2015 Dino Maglio carabiniere in servizio a Padova, fu condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per aver stuprato una ragazza nella sua abitazione dopo averla ospitata tramite Couchsurfing (un gratuito scambio di ospitalità).

Storia aggravata in seguito alle testimonianze di altre 14 ragazze ospitate nella stessa abitazione e finite sulle prime pagine del quotidiano britannico The Guardian.

E anche qui silenzio mediatico: si tratta sempre di mele marce isolate.

Modello Piacenza, violenza e droga

Nell’ultimo caso riguardante la caserma degli orrori a Piacenza, il copione non muta: nelle 326 pagine dell’ordinanza non ci sono infatti solo i reati di spaccio di droga in piena emergenza Covid, e di tortura e ingiuste carcerazioni di alcuni piccoli spacciatori per indurli a suon di botte a cedere lo stupefacente che i militari poi rivendevano.

C’è un ex informatore che parla di una ragazza ucraina o russa tossica che quando e’ in astinenza si rivolge all’appuntato Giuseppe Montella che la fa andare in caserma e le da la droga dietro prestazioni sessuali.

L’informatore racconta ai magistrati anche di altri festini con una transessuale brasiliana, particolarmente violenti, tra ricatti e minacce.

Da Piacenza a Melito, ma si torna sempre a Salò

Per capire meglio il fondamento culturale della vicenda Piacenza, tenendo fuori lo specifico politico, ma concentrandoci sulla percezione sessuale del ruolo, torniamo indietro a una vicenda emblematica e tragica, che diviene archetipo.

A Melito Porto di Salvo nel 2013 una ragazzina tredicenne delle scuole medie fu stuprata per due anni da nove compaesani ventenni. L’aspettavano fuori dalla scuola per portarla in luoghi appartati e poi a turno la violentavano.

I genitori vennero a sapere ma non denunciarono immediatamente per paura di un discredito della famiglia e del fatto che forse avrebbero dovuto andare ad abitare altrove.

Dopo l’arresto dei suoi aguzzini e la mediaticità della notizia  fu lei ad esser additata dai suoi conterranei come prostituta o con il sempreverde: se l’è cercata. E infatti dovette abbandonare il paese e trasferirsi.

Ma chi erano gli altri protagonisti di questa vicenda di  ipocrisia e degradazione clownesca? Tra i suoi carnefici c’era il figlio del boss locale, poi il figlio di un maresciallo dell’esercito e pure il fratello di un poliziotto che ottenne da quest’ultimo aiuto ed omertà.

All’epoca il commentato alla vicenda dalle autorità locali venne dal Sindaco e dai due Parroci, cioè i notabili perbene del paese. Il Sindaco se la prese con un servizio del Tgr Calabria sui melitesi che dicevano “Quella se l’è andata a cercare”, in quanto offensivo della reputazione del Comune (sciolto tre volte per mafia, ndr).

I parroci invece erano preoccupati perché c’è molta prostituzione in paese, e compatirono tutti i protagonisti della storia perché sono tutti vittime, anche i ragazzi.

Non v’è più alcun dubbio, siamo davanti a Salò di Pasolini. C’è il Mafioso, il Sindaco, il Parroco e il Poliziotto.

Il modello Piacenza, violenza e sessualità: è l'eterna Salò pasoliniana.
Salò o le 120 giornate di Sodoma

L’antiferno del potere

In queste rappresentazioni, da Melito a Piacenza, c’è il climax pasoliniano dell’opera maledetta.

C’è l’Antinferno (la presentazione dei personaggi, il loro ambiente), il Girone delle Manie (lo stupro perpetrato nel tempo) e il Girone della Merda (la vox populi).  Manca il Girone del Sangue.

Ma quella di Melito, come a Piacenza e in tutti gli altri casi, non è una vicenda da circoscrivere nel campo della sessualità, violenta o bestiale che dir si voglia.

Il sesso qui è una manifestazione del potere, ovvero una merce come altre. Lo stupro avviene perché può essere commesso e difatti viene perpetrato nel tempo, nel silenzio e nell’impunità assoluta, o almeno così percepita dai carnefici.

Il potere del poter farlo e del far tacere chi sa o chi immagina è il movente stesso.

Il sesso si perverte e devia nella misura in cui si fa pervertire dal potere, che non ha altro interesse che il potere stesso. Lo stupro è il trofeo del branco, l’atto in se, non la vittima.

Pasolini aveva già capito tutto, ma in fondo non c’è niente da capire. Il male è banale, vitreo, mediocre, e si nutre della nostra normalità alimentata da povertà cognitiva, lessicale e finanche da quella nutritiva degli alimenti.

Nel caso della Salò pasoliniana era letteralmente la merda nel piatto.

 

Pasolini parla di Salò o le 120 giornate di Sodoma

 

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About Alexandro Sabetti

Scrittore e autore radio e tv. Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014). ->
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