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Dopo Bayrou, Lecornu eredita una Francia divisa e stanca dell’austerità. Il nuovo governo sopravvive per pochi voti, mentre LFI guida la piazza e il Parlamento contro una politica di continuità. Il macronismo entra nella sua fase crepuscolare.
Lecornu e il crepuscolo del macronismo
La caduta del governo Bayrou e la rapida designazione di Sébastien Lecornu a primo ministro – dopo la prima nomina durata meno di 24 ore – segnano un momento di svolta per la politica francese. Non una transizione ordinaria, ma il sintomo di un logoramento più profondo: la crisi del modello centrista su cui Emmanuel Macron ha costruito per anni il proprio potere.
Il nuovo premier, espressione di una continuità più che di una discontinuità, eredita un Paese polarizzato, un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica sempre più ostile all’austerità che ha scandito l’ultimo decennio. Nelle strade, intanto, la protesta torna ad assumere un tono collettivo e rivendicativo, alimentata dall’idea che il governo cambi volto ma non sostanza.
L’esecutivo Lecornu: un equilibrio fragile
La nomina di Lecornu, avvenuta dopo il voto di sfiducia che ha travolto Bayrou, è apparsa sin da subito come una soluzione di continuità. Formatosi a destra e poi convertito al macronismo, il nuovo premier ha annunciato un “nuovo metodo” di governo, ma le prime mosse sono apparse più tattiche che strategiche.
L’episodio più emblematico è stato il ritiro, il 13 settembre, della proposta di sopprimere due giorni festivi: un gesto simbolico, utile a disinnescare il malcontento alla vigilia della mobilitazione nazionale, più che un segnale di inversione di rotta.
Il 18 settembre le piazze hanno risposto con forza: oltre mezzo milione di persone secondo il ministero dell’Interno, il doppio secondo i sindacati, hanno sfilato in più di 250 città. Pubblici dipendenti, operai, studenti e lavoratori precari hanno rilanciato parole d’ordine chiare — giustizia sociale, redistribuzione, difesa dei servizi pubblici — che rimettono in discussione la narrativa tecnocratica del rigore. La CGT e L’Humanité hanno trasformato quella giornata in un manifesto politico: il rifiuto dell’austerità come linguaggio dominante della Repubblica.
In Parlamento, Lecornu ha affrontato un esordio tutt’altro che rassicurante. Dopo il fallimento del primo tentativo di formare un governo, il secondo esecutivo ha superato per soli 18 voti la mozione di censura presentata da La France Insoumise (LFI) il 16 ottobre. Un margine minimo che rivela la precarietà della maggioranza e l’ampiezza del fronte trasversale contrario al bilancio in preparazione. LFI, guidata da Jean-Luc Mélenchon, ha scelto di coniugare opposizione istituzionale e pressione sociale, dando corpo a un fronte che unisce movimenti, sindacati e sinistra radicale.
Una crisi sistemica
La crisi non riguarda solo il governo, ma la legittimità stessa del progetto macronista. Dopo otto anni di potere, l’“eccezione centrista” appare esaurita: incapace di rappresentare contemporaneamente il ceto medio urbano e le periferie produttive, e sempre più percepita come una continuità di austerità e autoritarismo.
Il fallimento di Bayrou, la fragilità di Lecornu e le difficoltà parlamentari testimoniano un potere che reagisce più che guidare. Le “rotture” promesse dal nuovo premier — meno verticalità, più dialogo, maggiore attenzione sociale — riecheggiano le stesse promesse dei governi Borne e Attal, mai realmente mantenute.
Sul piano sociale, la “sospensione” della riforma delle pensioni è stata accolta come una manovra dilatoria, non come una revisione di principio. LFI denuncia la persistenza di un impianto economico “antisociale”, fatto di tagli lineari, compressione salariale e tutela delle rendite, e propone un’alternativa fondata su fiscalità progressiva e rilancio dei servizi pubblici.
Intanto, nei luoghi di lavoro, nelle università e nei settori pubblici, cresce la convinzione che l’austerità non sia più un rimedio temporaneo ma una grammatica permanente. È qui che si misura il logoramento politico del macronismo: non tanto nel fallimento elettorale, quanto nella perdita di credibilità del suo linguaggio di modernizzazione.
La Francia, oggi, appare sospesa tra l’inerzia del potere e la richiesta di un nuovo equilibrio sociale. Lecornu tenta di salvare l’impianto macronista con un volto più accomodante, ma la piazza e l’opposizione parlamentare dimostrano che la stagione dell’obbedienza sta finendo. Il crepuscolo del centro, ormai, non è più un’ipotesi: è un fatto politico in corso.

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