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I droni che compaiono nei cieli baltici sono riconosciuti sempre più spesso di origine ucraina. Tra allarmi, intercettazioni e accuse russe, cresce il rischio di incidenti tra NATO e Mosca. Il problema non è il drone: è l’escalation che può provocare.
Droni ucraini nel Baltico e nervi scoperti della NATO*
Negli ultimi giorni la Lituania ha vissuto ore di autentica tensione dopo un allarme provocato da un drone non identificato. Traffico aereo sospeso, scuole evacuate, governo trasferito in strutture protette, jet NATO fatti decollare d’urgenza. Per qualche ora un intero Paese si è comportato come se fosse sotto attacco. Alla fine del drone nessuna traccia. Ma il dato interessante non è l’episodio in sé. È ciò che rivela sullo stato psicologico e strategico della regione baltica. Perché stavolta il sospetto non punta immediatamente verso Mosca.
Diversi episodi analoghi sono accaduti negli ultimi mesi , che hanno coinvolto droni successivamente identificati, o ritenuti con elevata probabilità, come di provenienza ucraina. Un drone precipitato in Lettonia nei pressi di infrastrutture sensibili, un altro abbattuto nei cieli estoni da un caccia NATO, altri ancora finiti fuori rotta lungo il confine orientale dell’Alleanza. Episodi che stanno producendo un effetto paradossale: i Paesi baltici, che chiedono continuamente un maggiore coinvolgimento occidentale contro la Russia, si trovano sempre più spesso a gestire problemi generati dal loro principale alleato regionale.
L’accusa russa e il silenzio imbarazzato dell’Europa
A rendere la situazione ancora più delicata è intervenuto un comunicato dell’SVR, l’intelligence estera russa. Secondo Mosca, l’Ucraina utilizzerebbe regolarmente corridoi aerei che attraversano i Paesi baltici per colpire obiettivi nelle regioni settentrionali della Federazione Russa. Non solo. L’SVR sostiene che esisterebbero strutture militari in Lettonia dove opererebbe personale ucraino e da cui potrebbero partire missioni dirette contro il territorio russo.
Naturalmente Lettonia, Estonia, Ucraina e istituzioni europee hanno immediatamente smentito. Il presidente lettone Edgars Rinkēvičs, il governo di Riga, il portavoce del ministero degli Esteri ucraino Heorhii Tykhyi e perfino Ursula von der Leyen hanno attribuito la vicenda alla propaganda russa. Una reazione prevedibile.
Meno prevedibile è però un’altra questione. Se questi droni sono davvero ucraini — e ormai persino i ministeri della Difesa baltici lo ammettono con crescente frequenza — come fanno ad attraversare sistematicamente spazi aerei teoricamente sorvegliati ventiquattro ore al giorno dalla NATO? È una domanda piuttosto scomoda.
Perché le possibilità sono soltanto due. O le difese aeree dell’Alleanza vengono regolarmente sorprese da velivoli relativamente piccoli e lenti. Oppure esiste una forma di tolleranza informale verso operazioni considerate utili alla strategia generale contro la Russia. Nessuna delle due opzioni è particolarmente rassicurante.
Il problema non è il drone ma l’escalation
La parte più interessante della vicenda arriva però da Varsavia. Il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, figura difficilmente accusabile di simpatie filorusse, ha invitato apertamente Kiev a migliorare la precisione delle proprie operazioni per evitare rischi alla sicurezza dei Paesi alleati. Una dichiarazione che vale molto più di decine di comunicati ufficiali. Perché implica una presa d’atto: il problema esiste.
Il rischio non riguarda soltanto un drone caduto nel posto sbagliato. Riguarda la possibilità che episodi di questo tipo producano un incidente incontrollato tra Russia e NATO. Mosca, infatti, ha già lasciato intendere che i moderni sistemi di intelligence consentirebbero di individuare con precisione i punti di decollo dei droni. E ha aggiunto una frase che, letta con attenzione, appare meno propagandistica di quanto sembri: l’appartenenza alla NATO non dovrebbe essere considerata una garanzia assoluta per chi partecipasse ad attacchi contro il territorio russo. È il linguaggio tipico della deterrenza. Ma è anche il linguaggio che precede le crisi.
Nel frattempo Bruxelles continua a ripetere che la colpa è esclusivamente della Russia, Kiev continua a negare qualsiasi coordinamento con i baltici e i governi locali insistono sulla propria innocenza. Tutti negano. Tutti smentiscono. Tutti rassicurano.
Ma intanto i droni continuano a comparire nei cieli baltici, i governi vengono evacuati nei bunker e i caccia NATO decollano sempre più spesso per intercettare velivoli che non dovrebbero trovarsi lì. Forse il dato più inquietante non è sapere chi abbia ragione, ma osservare quanto rapidamente l’Europa si stia abituando a vivere dentro una zona grigia dove il confine tra incidente, provocazione e guerra diventa ogni giorno più sottile.

* Analisi e commento dalle riflessioni di Francesco dall’Aglio.
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