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Il pericolo estremista oggi arriva da quello spazio politico genericamente definito “centro”. Per questi esponenti la scuola è un ossessione: mercato, impiegabilità e istruzione devono andare di pari passo perché l’accesso all’istruzione delle classi popolari abbia un ritorno di profitto per l’impresa.
Estremismo di centro e la scuola
Il pericolo estremista oggi arriva da quello spazio politico genericamente definito “centro“. Un centro molto differente da quello incarnato dalla Democrazia cristiana negli anni della Costituzione dei partiti che poteva fregiarsi della sua natura popolare e di massa, consapevole della legittimità del conflitto sociale e della divisione in classi con coscienza politica.
Quel “centro” è stato pian piano sostituito da un “profondo centro” incarnato da un estremismo liberale e classista, civilizzato e accademico nella sua postura, elitario e assolutista che pone l’individuo di mercato al di sopra di ogni costrutto sociale.
Il sistema scolastico per questi esponenti dell’ultra liberalismo è praticamente un’ossessione. Mercato, impiegabilità e istruzione devono andare di pari passo perché l’accesso alla Scuola delle classi popolari abbia un ritorno di profitto per l’impresa.
In questo quadro, non solo le scuole devono aziendalizzarsi proponendo percorsi di formazione utili alla formazione di un individuo che evolve nel mercato e che programma un “saper essere”, un carattere docilmente controllabile e un ingentilimento spendibile nella subordinazione lavorativa ma propongono una cultura manageriale che prevede progetti extra-scolastici avulsi dalla didattica, buoni per il buon nome dell’Istituto, ormai di fatto immerso nella dimensione concorrenziale di mercato.
Così proliferano sponsorizzazioni di aziende e di enti per scampagnate liberatorie e rigeneranti di studenti affrancati dalla serietà dell’impegno in quanto clienti e per innescare l’idea della stretta connessione tra didattica e lavoro, tanto da incentrare il prestigio del singolo istituto nella manipolazione da marketing e nella promozione a manager di successo dei professori più entusiasticamente integrati nel sistema a punti dato dal mercato. Ma tutto ciò per gli estremisti del “profondo centro” non è sufficiente.
Lo dimostra Ernesto Galli Della Loggia, quando individua il male della Scuola non in questa sua progressiva privatizzazione bensì in ciò che resta della sua natura costituzionale e democratica.
Contesta l’accesso indiscriminato all’istruzione, sottintendendo ovviamente il riscatto culturale delle classi popolari le quali impedirebbero, di fatto, il librarsi in volo degli studenti con più capacità e naturalmente con più risorse economiche e familiari.
La concorrenza economica stabilisce una classifica che separa irrimediabilmente vincenti e perdenti e le colpe degli sconfitti non possono rallentare la corsa all’oro dei meritevoli. Se proprio si troveranno eccezioni a conferma della regola si interverrà con generose borse di studio finanziate da caritatevoli business men tanto da istituzionalizzare la beneficenza.
La Scuola sognata da Confindustria, dalle grandi multinazionali e dalle Business School è ormai a portata di mano; che i figli dei perdenti trovassero il riscatto nel sacrificio, in qualche brigata di un ristorante o si inventassero un percorso di successo con le proprie forze, senza disturbare troppo chi in casa è stato cullato da un pianoforte a coda, dalle sonate di Mozart come ninna nanna e chi ha potuto sfogliare, sin dall’infanzia, pagine sparse e invecchiate trovate nelle librerie monumentali poste a ornamento dei doppi saloni. Loro sono predestinati e non vanno distratti.

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