Gli Usa lasciano l’Iraq dopo 23 anni, ma le milizie restano armate e Teheran aspetta

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Dopo 12 anni, l’Operazione Inherent Resolve si chiude e gli ultimi soldati Usa lasciano l’Iraq dalla base di Erbil. Baghdad festeggia la sovranità, ma il disarmo delle milizie filo-iraniane resta rinviato, e Kataeb Hezbollah avverte già il governo iracheno.

L’Iraq festeggia la sovranità, ma le milizie restano armate e Teheran è alla porta

A Baghdad si è conclusa oggi l’Operazione Inherent Resolve, la missione militare a guida statunitense avviata il 15 giugno 2014 per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico, che in quel momento aveva già conquistato Mosul e vaste porzioni di Iraq e Siria. Le ultime truppe della coalizione hanno lasciato la base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ultimo presidio rimasto dopo che il grosso del contingente aveva già evacuato Baghdad e la base di Ain al-Asad nell’agosto 2025.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha parlato di una «partenza ordinata», mentre il primo ministro iracheno Ali al Zaidi ha ringraziato pubblicamente Washington e gli alleati, Italia inclusa, per la lotta condotta contro l’ISIS. Il ritiro completa un accordo firmato nel settembre 2024 dall’amministrazione Biden con il precedente governo iracheno, che prevedeva una transizione in due fasi, prima l’uscita dal territorio federale e poi, fino a questo mese, il mantenimento di una presenza residua nel nord del paese a supporto delle operazioni contro le cellule dello Stato Islamico ancora attive in Siria.

Resta però aperto il nodo più delicato di tutta l’operazione. Zaidi aveva inizialmente fissato proprio il 30 settembre come termine ultimo entro cui disarmare le milizie sciite non statali, ma il governo ha dovuto rinviare la scadenza per il prolungarsi dei negoziati. Kataeb Hezbollah, una delle formazioni filoiraniane più potenti del paese, ha definito il ritiro americano «un primo passo verso la piena sovranità», arrivando ad ammonire apertamente lo stesso Zaidi sul fatto che un governo incapace di tutelare gli interessi nazionali non meriterebbe fiducia.

Non è una minaccia astratta: tra febbraio e aprile queste formazioni avevano condotto oltre seicento attacchi contro personale e strutture americane in Iraq, nel pieno della guerra scoppiata tra Washington e Teheran il 28 febbraio. Washington chiude così una presenza militare iniziata ventitré anni fa con l’invasione del 2003, quella giustificata dal falso pretesto delle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein, costata, secondo le stime più accreditate, centinaia di migliaia di vite tra militari e civili, e interrotta soltanto dal breve ritiro del 2011, prima del ritorno nel 2014 su richiesta dello stesso governo di Baghdad.

Una sovranità concessa sulla carta, trattenuta nei fatti

Il paradosso è che questa giornata viene raccontata a Baghdad come una vittoria nazionale. Si festeggia l’uscita dell’ultimo soldato straniero, secondo le parole del portavoce militare Sabah al Numan, proprio mentre il governo iracheno non riesce a imporre il disarmo delle milizie interne che rispondono, in ultima istanza, a Teheran più che a Baghdad.

La sovranità che si celebra oggi somiglia molto a un passaggio di consegne tra tutori esterni, non a una reale riconquista di controllo territoriale: gli Stati Uniti se ne vanno, ma lasciano un vuoto che Kataeb Hezbollah e le formazioni analoghe sono già pronte a occupare, forti di un arsenale che nessuno, a questo punto, sembra realmente intenzionato a smantellare.

Vent’anni di guerre americane, e la stessa domanda irrisolta

Vale la pena ricordare, mentre Washington archivia ufficialmente ventitré anni di presenza militare irachena, che questo non è l’unico ritiro gestito dalla stessa amministrazione: Biden aveva già chiuso in modo assai più precipitoso, nell’agosto 2021, la presenza ventennale in Afghanistan, con conseguenze sulla tenuta del governo locale che restano un monito ancora attuale.

Che l’Iraq rischi oggi un destino analogo, con il vuoto di sicurezza colmato da attori regionali meno interessati alla stabilità democratica del paese che al proprio controllo geopolitico, è una domanda che la cerimonia ufficiale di oggi preferisce non porsi apertamente. Resta però lì, intatta, pronta a tornare d’attualità alla prossima ondata di attacchi con droni e missili.

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