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domenica 6 Giugno 2021
PolisCosa ne penserebbe il giovane Marx della pandemia?

Cosa ne penserebbe il giovane Marx della pandemia?

Tra coronavirus e pandemia, di fronte alla crisi odierna, cerchiamo di studiare l’attualità delle categorie e delle analisi del giovane Marx.

Di Catia Crescente e Simone Rossi  del  Gruppo giovani de La Città Futura

Coronavirus, crisi e il giovane Marx

Il pensiero di Marx si rivela estremamente complesso se non considerato nella sua evoluzione, alimentata dagli studi, dalle letture e dalle critiche che l’accompagnarono. In essa ebbe sicuramente un ruolo fondamentale il concetto di rivoluzione.

Nella visione del pensatore tedesco, la rivoluzione non segna semplicemente il passaggio da un’epoca storica a quella successiva, come fosse figlia di un cambiamento di corrente culturale venuto dal nulla, ma è l’atto stesso in cui avviene tale cambiamento.

In altre parole, la (auto)trasformazione degli uomini può avvenire solo in un atto pratico che è, appunto, la rivoluzione. Per tale motivo sarebbe interessante capire qual è la sua genesi, constatato che essa non è di origine ideale.

Per cercarla Marx analizza la storia, vera protagonista del suo pensiero nel suo andamento dialettico, e la rivoluzione francese in particolar modo. Quest’ultima, agli occhi di Marx, non è stata spinta dalla necessità impellente di affermare principi quali l’uguaglianza di fronte alla legge o la giustizia ma da ciò da cui scaturisce tale necessità: le forze produttive della borghesia, all’alba della rivoluzione francese, erano ormai cresciute più di quanto le istituzioni feudali potessero sostenere, al punto che anche il sistema ideologico, culturale e politico pre-borghese non faceva altro che limitare le possibilità di produzione della classe borghese stessa.

È in questo momento, ovvero quando le forze produttive crescono ed i rapporti di produzione, rigidi, non riescono più a gestirle, che si crea una contraddizione e di conseguenza, per l’appunto, si apre alla possibilità di una rivoluzione.

Viene ora da chiedersi: esattamente quando l’apparato politico diviene insufficiente?

Secondo Marx questo avviene quando esso ha sviluppato tutte le sue forze produttive, esaurendo la sua energia interna, le sue risorse. Nel caso della borghesia tale crisi avviene proprio quando essa ha esteso il suo mercato a tutto il mondo, in modo tale che l’economia mondiale sia un’economia del capitale.

Queste sono le conclusioni alle quali Marx arriva nella prefazione a Per la critica dell’economia politica, nella quale espose per la prima volta al pubblico, in forma compiuta e sintetica, il nucleo della concezione materialistica della storia che aveva già da tempo formulato ed approfondito.

La questione non è però semplice e meccanica come potrebbe apparire. Parleremo più avanti dei problemi impliciti in questa semplificazione, per ora si noti che persino lo stesso Marx, assieme ad Engels, pensava di poter assistere in vita ad una crisi in grado di distruggere il sistema, o per lo meno si augurava di contribuire ad avvicinarla: in questo senso, come è ovvio, fece un errore di valutazione.

La borghesia non solo è sopravvissuta alle prime crisi che il capitalismo sperimentava nel 1800, ma addirittura ha raggiunto, ai nostri giorni, l’obiettivo che i padri del marxismo le avevano assegnato 150 anni fa: le istituzioni, i princìpi, le idee e l’economia borghese si stanno diffondendo su scala globale ed hanno già conquistato molti paesi in tutto il mondo, nei quali si sono radicate verticalmente [1].

Cosa ne penserebbe Marx della pandemia?

Questo processo, chiamato globalizzazione, appare ad oggi un fatto compiuto ed anzi messo sempre più in discussione, per la prima volta dalla fine della guerra fredda e dalla vittoria (almeno apparente) del modello neoliberista, dalla crisi organica che da tempo sconvolge il pianeta e che con la pandemia è arrivata ad un nuovo e più grave stadio.

La guerra commerciale, la propaganda anticinese e il riarmo sono solo alcune espressioni di una crisi latente e profonda le cui ripercussioni si manifestano in ogni piano del reale; i gravi tagli ad ogni settore pubblico (in particolare alla sanità), e la delocalizzazione (nonché una classe dirigente incompetente ed arrivista) sono tra le principali cause di incontrollabilità nel nostro paese di una crisi sanitaria che si è visto essere, se ben amministrata, più che gestibile (si veda a questo titolo l’azione di paesi come il Vietnam, Cuba o la stessa Cina).

Sono allo stesso tempo gli effetti di quella spaventosa crisi strutturale del sistema produttivo che va avanti da decenni e su cui lo stop alle attività produttive e la crisi sanitaria in generale graveranno in modo spaventoso al punto tale che, pur senza averla generata, sono fattori fondamentali per comprenderne oggi la condizione.

Se la situazione è quella appena descritta, potremmo ben chiederci come potesse Marx aspettare una crisi che avrebbe dovuto, ormai centocinquant’anni fa, abbattere il sistema capitalistico di produzione, allora ancora acerbo.

La questione, come è ovvio, è complessa, tuttavia i detrattori di Marx, prendendo le mosse da un Marx “scienziato delle crisi” che studia un sistema capitalistico che si definisce come “destinato” a cadere, utilizzano questo disatteso realizzarsi delle prospettive marxiane nel seguente modo: ma perché – si chiedono – se Marx ha correttamente analizzato la società, ed il capitalismo in crisi ci è già entrato, noi siamo ancora qui ed il capitalismo stesso esiste ancora?

Questo tipo di domanda lascia intendere implicitamente che il marxismo abbia in qualche modo esaurito (se non mai avuto) la sua funzione storica, e fa supporre non ci sia più bisogno di una rivoluzione o in generale dei comunisti; ci si chiede perché, anche se persino “Il Sole 24 Ore” sostiene in alcuni suoi articoli che la crisi attuale sia la più grave della storia del capitalismo da quella del 1929 [2], questo dovrebbe in qualche modo segnare una “differenza” rispetto al passato, e si conclude che non abbia senso pensarlo, in quanto anche in passato le più gravi crisi del sistema fino a quel momento erano quelle verificatisi allora, e nulla vieta che un domani una crisi ancora peggiore di quella odierna dilani la nostra società in un modo fino ad oggi ignoto.

Quando il lavoro rende poveri

Questo sistema di argomentazioni, che discende a cascata dall’interpretazione di un Marx “oggettivista” ed ha come conseguenza l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria e del marxismo in quanto tale, ha purtroppo delle radici nei testi marxiani, criticati per questo schematismo dallo stesso Gramsci, ma oltre ad aggrapparsi ai testi di Marx si sforza anche di estremizzarne le posizioni e di cancellare ogni altro suo aspetto.

Il ruolo del soggetto nella crisi rivoluzionaria viene rimosso completamente e si dimentica la fatidica previsione sull’esito della lotta di classe, che Marx ed Engels pongono all’inizio del loro Manifesto del Partito Comunista: ‘’La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta” [3].

Infatti il soggetto, inteso come il proletariato costituito in classe, è di fondamentale importanza nel processo rivoluzionario, di cui è il vero attore e che non può realizzarsi senza di esso, nonostante Marx non abbia maturato questa consapevolezza immediatamente ma lo abbia fatto solo nel corso dei suoi studi. In questo senso hanno un ruolo importante le sovrastrutture.

In particolare, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, Marx chiarisce che, se il conflitto nella struttura gioca un ruolo centrale, è solo nelle forme ideologiche che gli uomini si rendono consapevoli di tale conflitto. Scrive Marx: “è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo’’ [4].

In altre parole struttura (società civile) e sovrastruttura (rapporti giuridici, forme dello stato, filosofia, arte ecc.) sono in un rapporto dialettico tra loro ma vanno distinte in quanto la prima può essere misurata con un metodo scientifico mentre per la seconda non è possibile.

 

La conclusione alla quale arriva Marx è che struttura e sovrastruttura non sono l’una il riflesso immediato dell’altra e che, quindi, il loro mutamento è asimmetrico. Ma, a partire da questa conclusione, viene chiarito anche un altro aspetto: il soggetto ha uno spazio all’interno della contraddizione oggettiva nella misura in cui prende coscienza del movimento oggettivo della struttura e combatte il conflitto che risiede in essa favorendo o ostacolando tale movimento.

Questo significa che, secondo la posizione marxiana, una rivoluzione non può accadere mai se la forma sociale non ha sviluppato tutte le sue forze produttive e, quindi, se i tempi non sono maturi; ma vuol dire anche che quando ciò avviene effettivamente deve essere il soggetto a promuoverla.

Nel Manifesto del partito comunista la questione viene ulteriormente chiarita; Marx ed Engels, come abbiamo visto prima, sottolineano che il conflitto è necessario nella storia ma non è altrettanto necessaria la sua conclusione che è aperta a due esiti molto diversi: il naufragio comune di tutte le classi in lotta oppure la trasformazione dei rapporti di produzione.

I due autori espongono anche le peculiarità della società borghese in tal senso. Infatti, a differenza di quanto avveniva in tutte le epoche precedenti, nella società capitalistica tutte le classi tendono a polarizzarsi progressivamente in due sole, contrapposte: borghesia e proletariato.

Inoltre in questo tipo di organizzazione sociale la contraddizione, insita nella struttura, ha come aspetto oggettivo una crisi peculiare, tipica della società borghese, che è quella di sovrapproduzione, la quale si risolve solo in una distruzione di forze produttive o con la vendita dell’eccesso e, di conseguenza, attraverso gli strumenti della colonizzazione o della guerra. In questo modo si manifesta l’incapacità di questa organizzazione sociale di gestire, da quando si è manifestata la contraddizione con i rapporti di produzione, le forze produttive che essa stessa ha generato e continua a generare.

Sempre nel Manifesto, inoltre, si dà una celebre definizione di quel soggetto a cui ci stiamo riferendo come indispensabile per concretizzare il processo rivoluzionario, quando si dice che la borghesia, crescendo, produce anche chi può oltrepassarla: il proletariato, che è proprio l’aspetto soggettivo della contraddizione e che, per superare la società capitalistica, deve costituirsi in classe ed avere coscienza di classe (essere pienamente consapevole del suo ruolo).

Ritorniamo a Marx che aspetta il crollo del sistema e si scambia con Engels informazioni sull’andamento del mercato e che, come ora sappiamo, è consapevole della possibilità che il sistema crolli su se stesso se non si verifica il superamento rivoluzionario dell’esistente che sarebbe necessario, e ribaltiamo la domanda che ci siamo posti prima, chiedendoci se in realtà non fosse proprio Marx ad avere ragione e noi a non essere stati capaci, finora, di trasformare in prassi rivoluzionaria la teoria marxiana (e marxista).

La risposta a questa domanda è, a nostro avviso, molto più interessante ed ancora tutta da scoprire. La borghesia è effettivamente stata apparentemente capace di superare fino ad oggi molteplici crisi, come, per esempio, il celebre crollo della borsa di Wall Street in quel famoso giovedì nero di oltre 90 anni fa, o la crisi del 2008; ma a quale prezzo?

Guerre mondiali, colonialismo ed imperialismo, sfruttamento generalizzato dei popoli di tutto il mondo ed oggi, all’indomani dell’esplosione della bolla finanziaria successiva al fallimento della Lehman Brothers, il terreno fertile, in termini di devastazione ambientale e di distruzione del tessuto sociale, al diffondersi di una pandemia che sta causando milioni di vittime nel mondo e che provocherà ulteriori sconvolgimenti economico-politico-sociali.

Un costo mostruoso ma che non ha intaccato il sistema nel suo insieme, mentre l’umanità nel suo complesso sprofonda assieme al capitalismo in crisi, che non crolla da solo e che attualmente nessuno soggetto (che resta da costituire) sta facendo tentennare. L’attualità del marxismo è tutta qui.

Certamente non sarà la pandemia a distruggere il capitalismo, anche per l’importante ruolo del soggetto rivoluzionario di cui abbiamo parlato ma, data l’enorme espansione del capitalismo, che abbraccia tutto il mondo, e la sua profonda situazione di crisi, può essere questo un momento di sua grande debolezza che va sfruttato per provocarne un cedimento? Forse è questo quello che ne penserebbe Marx.

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Note

[1] Come dicono Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “Essa [la borghesia] costringe tutte le nazioni a adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”, p. 3.

[2] Il “Sole 24 Ore” cita a sua volta la prefazione al rapporto di primavera del 2020, del Fondo monetario internazionale.

[3] Manifesto del Partito Comunista, p. 1.

[4] Prefazione a Per la critica dell’economia politica, Londra 1859.

 

 

La Città Futura


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