Gaza assediata: la nuova flottiglia sfida Israele tra silenzi europei e piani di controllo

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Gaza continua a subire blocco e devastazione. La Global Sumud Flotilla sfida l’assedio con aiuti e denuncia internazionale, mentre l’Italia resta ambigua. La società civile chiede giustizia e corridoi umanitari reali.

Il blocco di Gaza, Hamas e le sue ragioni

Torniamo indietro nel tempo per raccontare il presente: Hamas è un’organizzazione politico-militare palestinese, nata nel 1987 durante la Prima Intifada come ramo dei Fratelli Musulmani palestinesi. Ha come obiettivo dichiarato la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana e il governo della Striscia secondo principi islamisti.

Attraverso la sua ala militare, le Brigate al-Qassām, si è resa responsabile di diversi attacchi contro Israele, il più cruento dei quali è quello del 7 ottobre 2023, costato la vita a 1200 persone, oltre a 250 persone rapite. All’efferatezza di tali azioni si è presto aggiunta la reazione dell’esercito israeliano, attraverso lo sterminio sistematico della popolazione palestinese, tutt’ora in corso.

Ormai è sotto gli occhi di tutto il mondo che Gaza oggi è devastata e la popolazione vive una realtà di estrema violenza e privazione: i bombardamenti indiscriminati hanno causato la morte di oltre 60mila civili e circa mezzo milione di sfollati; la mancanza di cibo e acqua è cronica; gli ospedali sono distrutti o gravemente danneggiati.

Quasi tutto il panorama politico internazionale, di qualsiasi orientamento e sia pure con diverse sfumature, considera tale situazione come ascrivibile alla pulizia etnica e al genocidio.

La Freedom Flotilla del 2010: missione, assalto e conseguenze

Già dopo la presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007, Israele impose un blocco terrestre, aereo e marittimo sulla Striscia, come misura di sicurezza, per impedire il contrabbando di armi e materiali militari verso Gaza. Tuttavia le restrizioni colpirono principalmente la popolazione civile: beni essenziali, materiali medici, carburante e materiali da costruzione furono quasi completamente bloccati.

Gli effetti risultarono drammatici: oltre due milioni di persone isolate, elettricità disponibile poche ore al giorno, acqua potabile insufficiente e ospedali al collasso. Secondo l’ONU, già nel 2010 oltre l’80% della popolazione dipendeva dagli aiuti internazionali per sopravvivere.

La Freedom Flotilla nacque nel 2010 come tentativo di rompere l’assedio e denunciare la gravità della situazione, portando aiuti e visibilità internazionale a Gaza. Il 25 maggio del 2010, sei imbarcazioni salparono verso Gaza, tra cui la più conosciuta Mavi Marmara, battente bandiera turca.

A bordo vi erano 600 attivisti provenienti da 37 Paesi, tra cui sei italiani. Il convoglio trasportava circa 10.000 tonnellate di aiuti, tra cui materiali per costruzioni, farmaci e beni di prima necessità.

La missione mirava a denunciare le condizioni di vita nella Striscia e a sfidare il blocco navale imposto da Israele. La notte tra il 30 e il 31 maggio 2010, in acque internazionali, la Mavi Marmara fu abbordata dai commandos israeliani Shayetet 13.

Gli attivisti tentarono di difendersi con oggetti improvvisati, ma l’operazione degenerò rapidamente: nove attivisti furono uccisi sul colpo, un decimo morì in seguito alle ferite, e 50 rimasero feriti. Fra le vittime, soprattutto di nazionalità turca, vi era anche un cittadino turco-americano, Furkan Doğan di 19 anni. Gli spararono mentre stava filmando gli eventi. In sua memoria, venne poi istituita una borsa di studio per studenti di medicina a Gaza.

L’episodio suscitò forte condanna internazionale e portò a una crisi diplomatica tra Israele e Turchia.

In seguito, il governo israeliano ammise alcune responsabilità, ma non furono mai trovati gli autori delle uccisioni. Il blocco su Gaza rimase però intatto e le relazioni diplomatiche, inclusi i rapporti tra Israele e Turchia, furono normalizzate senza misure concrete per porre fine all’assedio. La Freedom Flottiglia resta un simbolo di resistenza civile e solidarietà internazionale.

La nuova flottiglia del 2025

Quindici anni dopo, a fine agosto scorso è partita una nuova missione internazionale per Gaza: la Global Sumud Flotilla, composta da circa 50 imbarcazioni, il cui obiettivo è senz’altro quello di portare sostegno materiale alla popolazione palestinese, ma anche quello tutto politico di denunciare l’assedio e il genocidio in corso e permettere l’apertura di un corridoio umanitario permanente.

L’iniziativa è stata organizzata da una coalizione di movimenti e organizzazioni della società civile, tra cui la Freedom Flotilla Coalition, il Global Movement to Gaza, la Maghreb Sumud Flotilla e la Sumud Nusantara. A bordo ci sono attivisti, medici, giornalisti, osservatori dei diritti umani e cittadini comuni, di cui 56 italiani, insieme a volontari provenienti da oltre 44 nazioni. Gli organizzatori parlano di oltre 15.000 partecipanti registrati, un numero che include chi contribuisce dalla terraferma, nelle operazioni di coordinamento, comunicazione e logistica.

Nonostante sospetti di infiltrazioni o tentativi di delegittimare la missione, la flottiglia mantiene un ruolo fondamentale: dimostra che la solidarietà internazionale può ancora farsi sentire. Le navi stanno affrontando condizioni estremamente difficili, tra cui attacchi con droni e minacce di intercettazione da parte delle forze israeliane.

La missione si trova attualmente a pochissime miglia nautiche da Gaza e sta per entrare in una “zona ad alto rischio” nel Mediterraneo Orientale, dove Israele ha precedentemente intercettato imbarcazioni in circostanze simili. La nave militare italiana a protezione della Flottiglia, per ordine del governo è tornata indietro, per cui saranno forse le navi militari turche a proteggere la missione per far sì che non si ripeta ciò che accadde nel 2010. Israele ha già avvertito che tratterà i partecipanti come “terroristi” ponendoli in detenzione prolungata. T

uttavia, la flottiglia ha finora rifiutato l’offerta israeliana di scaricare gli aiuti nel porto di Ashkelon, insistendo sulla necessità di consegnare direttamente gli aiuti a Gaza, ritenendo peraltro irrinunciabile l’intento di aprire un corridoio umanitario permanente.

Il ruolo ambiguo dell’Italia tra politica europea e crisi a Gaza

L’Italia, guidata da Giorgia Meloni, si inserisce in un contesto europeo sempre più caratterizzato da governi conservatori e di estrema destra, molti dei quali mantengono linee politiche favorevoli a Israele e ostacolano iniziative umanitarie come quella della Global Sumud Flotilla.

Tali governi, sia pure regolarmente eletti e formalmente responsabili verso l’opinione pubblica, si pongono in tutta evidenza come passivi o addirittura apertamente compiacenti di fronte a palesi violazioni dei diritti umani, come quelle perpetrate a Gaza, in nome della non compromissione di rapporti politici, strategici e commerciali.

La posizione privilegiata di Israele nell’alleanza occidentale garantisce infatti concreti vantaggi:

  • protezione delle rotte energetiche e commerciali, fondamentali per l’approvvigionamento europeo;
  • accesso a tecnologia militare avanzata e intelligence strategica, utile ai Paesi occidentali per la sicurezza regionale e globale;
  • influenza geopolitica nel Medio Oriente, che consente di controllare aree chiave e contenere attori considerati ostili.

Questo intreccio tra politica, economia e sicurezza rende estremamente difficile qualsiasi efficace pressione o concreta sanzione nei confronti di Israele, anche di fronte a violazioni sistematiche dei diritti umani e al concretizzarsi di crimini internazionali.

Il silenzio o l’inazione di governi come quello italiano non è quindi solo frutto di una (peraltro già discutibile) scelta politica interna, ma il risultato di un equilibrio geopolitico che privilegia interessi strategici rispetto alla giustizia e alla solidarietà internazionale.

Il piano Trump: pace o controllo mascherato?

L’annuncio del piano in 20 punti di Donald Trump, accolto da Netanyahu come “storico”, è stato presentato come una svolta verso la pace a Gaza. Tuttavia, una lettura attenta ne rivela forti limiti e ambiguità.

Da un lato, il piano promette cessate-il-fuoco, rilascio degli ostaggi e arrivo di aiuti umanitari, insieme a una ricostruzione internazionale. Dall’altro, vincola la fine del conflitto alla fine del governo di Hamas, senza chiarire i reali meccanismi di transizione né il futuro politico della popolazione palestinese.

Il progetto di un governo tecnico sotto supervisione internazionale guidato da Trump e Blair appare più come uno strumento di controllo esterno che come un passo verso l’autodeterminazione dei palestinesi. Non viene mai citata in maniera chiara la prospettiva di uno Stato palestinese sovrano, né un calendario per il ritiro delle forze israeliane.

Inoltre, la prosecuzione dei bombardamenti anche dopo l’annuncio mina la credibilità stessa del piano: Israele sembra usare la sua approvazione non come strumento di tregua, ma come copertura diplomatica per mantenere la pressione militare.

Molti osservatori sottolineano come questo piano, più che costruire la pace, rischi di consolidare una nuova forma di amministrazione coloniale, con Gaza privata della propria voce politica e costretta a vivere sotto la pressione degli interessi arabo-occidentali.

L’importanza della mobilitazione dei cittadini

In questo contesto di silenzi istituzionali e pressioni geopolitiche, la partecipazione attiva può orientare l’attenzione dei governi, influenzare l’opinione pubblica e creare un clima internazionale atto a spingere le autorità a prendere posizione.

Scendere in piazza non è solo un gesto simbolico, è un segnale concreto che la comunità internazionale e le istituzioni italiane non possono ignorare. Mostra che la solidarietà verso Gaza è ampia, trasversale e determinata, e che la società civile continua a reclamare rispetto per i diritti umani e la pace.

In un periodo storico segnato da guerre, crisi umanitarie e crescenti derive autoritarie è normale che molti cittadini abbiano difficoltà a fidarsi delle istituzioni o a credere nell’efficacia delle mobilitazioni. Proprio per questo, la partecipazione collettiva diventa uno strumento imprescindibile per mantenere un clima di umanità, solidarietà e spinta costante affinché i governi non ignorino le violazioni dei diritti umani.

Non esistono scorciatoie politiche quando la giustizia e la dignità umana sono in gioco. Ognuno può contribuire a dare voce a Gaza, e ogni piazza piena rappresenta un passo verso la possibilità reale di orientare le azioni dei governi, anche sotto le pressioni economico-politiche.

 

 

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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