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martedì 12 Ottobre 2021
PolisFerragosto 2020: la sindrome dell'ultima festa

Ferragosto 2020: la sindrome dell’ultima festa

Il Ferragosto 2020, tra stanche euforie e incognite sul futuro, ci fa apparire sempre più preda della sindrome da orchestra del Titanic.

Ferragosto 2020, una sindrome collettiva

Il Ferragosto 2020 è attraversato da una scia di stanca euforia isterica, una sindrome che sta colpendo vari strati della popolazione, trasversalmente; una coazione a ripetere i soliti comportamenti, le abitudini di sempre nel periodo della festa d’agosto, sordi apparentemente ai richiami degli oscuri presagi che da più parti arrivano.

Come gli zombie di George Romero fuori al grande centro commerciale, accalcati ai vetri per entrare, senza sapere il perché, ma con una memoria semiotica del proprio agire.

Eppure non si coglie alcuna gioia in molte di queste manifestazioni: nella folla che si accalca per gli aperitivi nelle località balneari, nella lotta per accaparrarsi la propria porzioni di spiaggia, misurando il metro di distanza dal vicino, nei ristoranti fotografando le pietanze, nei ragazzi ammassati in improbabili serate in discoteca per ascoltare due pezzi in playback del super ospite pagato a peso d’oro, con il suo tormentone del momento.

È come se questa strana malia identificasse tutto ciò come una sorta di ultimo Ferragosto.

Ferragosto 2020: la sindrome dell'ultima festa

L’ultima festa

Si è puntato tutto, emotivamente, su quest’estate, come un’enorme bolla in cui isolarsi e stordirsi, sapendo che tutto quello che si è letto in questi mesi in chiave puramente numerica (Pil -9,5%  debito pubblico a 2.443 miliardi di euro) si trasformerà nei prossimi mesi in questioni pratiche per tutti i cittadini.

Nonostante i ripetuti interventi del Conte-bis, opinabili o meno, con tre scostamenti di bilancio, e in attesa del Recovery Fund o del Mes, ci sono enormi incognite sul futuro. Mai come oggi siamo, dantescamente, tra color che son sospesi,  attendendo il responso dei fatti nel prossimo autunno.

E poi, nonostante si faccia finta di nulla, si dia voce ai Zangrillo, ai negazionisti e tutto il carrozzone, i bollettini dal resto del mondo ci riportano sempre al virus, al rischio lockdown.

 

Il passato che non muore

Ci si appresta a riaprire le scuole, non si sa come e per quanto, a tornare negli uffici, scaglionati, part time, nelle fabbriche; e poi a riattivare rapidamente il ciclo delle filiere, a strappare foreste e risucchiare petrolio, a infestare l’atmosfera e cementificare i suoli.

A ripristinare insomma quelle nostre attitudini devastatrici, come specie, che sono anche tra le concause della pandemia col quale conviviamo da mesi.

Si tornerà al punto di partenza: solo più malconci e incolleriti. A guidare le nostre sorti, in giro per il pianeta, poiché la questione non è solo del nostro piccolo giardino, commissioni e comitati, agenzie, organi, consulenze, commissari, una pletora che neanche la fantasia burocratica del Saramago di Tutti i nomi avrebbe mai osato immaginare.

Ma si tratta  in prevalenza degli stessi che hanno agito e gestito il prima, economisti e manager, finanzieri e lobbisti, affaristi e faccendieri.

Si preferisce mettere in quarantena mezzo mondo, invece di risanare la catena alimentare. Meglio trovare un vaccino che riconvertire un apparato produttivo. Non sembra possibile fare diversamente. Troppo costoso sacrificare profitti e fatturati: la competizione economica globalizzata non lo permette.

E allora facciamo finta di nulla, godiamoci il mare, dimenticando tutto. Anche i corpi che galleggiano in fondo a questo stesso mare, ormai a migliaia. D’altronde sono parte dello stesso problema: eccedenza umana .

Buon Ferragosto.

 

 


Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (RockShock Edizioni)

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