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Il caso Kallas mostra una diplomazia europea allo sbando: gaffe storiche, analisi superficiali e crescente isolamento internazionale. Una classe dirigente incapace di leggere la realtà sta trasformando l’UE in un attore marginale e deriso nello scenario globale.
Kallas e l’arte di stonare in Europa
La diplomazia europea ha conosciuto tempi migliori. Oggi sembra affidata a figure che trasformano ogni intervento pubblico in un test di resistenza collettiva: resistenza al grottesco, alla superficialità e, soprattutto, alla vergogna riflessa. Kaja Kallas, responsabile della Politica Estera dell’Unione, ne è l’emblema. Non tanto per opinioni controverse – quelle almeno presupporrebbero una visione –, quanto per una sequenza di leggerezze che hanno trasformato l’Europa da potenza normativa a gag involontaria nel teatro internazionale.
Gli episodi controversi ormai non si contano, tanto da lasciare un dubbio grave nei commentatori politici: siamo di fronte a un problema politico, o a una questione quasi clinica? A Bruxelles si minimizza, come sempre. Ma basta ascoltare alcune sue esternazioni per comprendere che il problema non è tanto la presunta “linea dura” contro Mosca o Pechino, bensì la sorprendente inconsapevolezza con cui vengono formulate.
Dilettantismo travestito da fermezza
Kallas è nota da anni per scivoloni che sfiorano il paradossale. Celebre la trovata visionaria sulla “dissoluzione controllata” della Federazione Russa, (con 6500 testate nuclaeari sparpagliate tra vari Stati): una proposta che avrebbe senso solo in una sceneggiatura distopica, non certo nelle mani di chi dovrebbe mantenere la stabilità strategica del continente.
Altrettanto memorabile il dibattito sulla Seconda guerra mondiale affrontato con leggerezza adolescenziale davanti ai cinesi, che non hanno potuto credere che un’alta funzionaria europea ignorasse chi avesse contribuito a sconfiggere il nazismo.
Eppure il meglio – o il peggio – si è visto con il famigerato “Libro bianco per la prontezza della difesa europea 2030”, composto a quattro mani con il commissario lituano Andrius Kubilius: ventidue pagine che avrebbero fatto arrossire perfino uno studente alle prime armi. Non stupisce che figure come Marco Rubio abbiano evitato accuratamente incontri ufficiali; la prudenza americana, in questo caso, appare più che comprensibile.
Siamo di fronte a una diplomazia che pretende di dettare condizioni a Mosca chiedendo di ridurre le proprie truppe, mentre sul terreno ucraino la questione riguarda innanzitutto Kiev. Un approccio che rivela non solo una fragilità analitica, ma una sorprendente impermeabilità ai rapporti di forza globali. Non a caso, la responsabile della politica estera europea non viene più ricevuta né a Mosca, né a Pechino, né a Washington: un primato difficilmente eguagliabile.
Ignoranza storica come strategia
Un passaggio particolarmente imbarazzante è arrivato quando Kallas ha dichiarato di aver scoperto “solo di recente” che Russia e Cina avessero combattuto contro il fascismo nella Seconda guerra mondiale. Una frase che basterebbe da sola a spiegare la progressiva marginalizzazione della sua figura. L’imbarazzo diplomatico è stato tale da costringere perfino il Ministero degli Esteri cinese a intervenire con una nota insolitamente dura.
A ciò si aggiunge la curiosa teoria antropologica secondo cui i cinesi sarebbero eccellenti nella tecnologia ma carenti nelle scienze sociali, mentre i russi l’esatto contrario. Un’uscita così caricaturale da sembrare un esercizio di satira, se non fosse stata pronunciata seriamente da una carica istituzionale.
Ma la responsabilità non è solo individuale: questa sequenza di errori rivela un deterioramento complessivo della capacità europea di comprendere il mondo. Il rischio è evidente: trasformarsi in spettatori passivi dell’ordine globale emergente, incapaci di incidere e sempre più inclini all’autolesionismo politico.
La farsa finale
Il culmine è stato raggiunto quando sui canali russi ha iniziato a circolare l’immagine, manipolata, di Kallas con una camicia di forza: un simbolo della perdita di credibilità internazionale dell’UE. Mentre a Bruxelles si tentava di reagire con indignazione rituale, anche voci interne – come quella dell’ex ministro Andrea Orlando – cominciano a riconoscere che la situazione è diventata ingestibile.
Una Commissione che pretende di rappresentare la razionalità occidentale ma è sostenuta da figure così maldestramente fuori fuoco rischia di trascinare l’Europa in una spirale di irrilevanza.
Non è più solo una questione di errori: è un problema di cultura politica, di capacità, di senso del limite. Se questa è la classe dirigente che pretende di guidare la transizione europea nel mondo multipolare, il futuro del continente appare più che incerto. E, purtroppo, non c’è ironia che basti a renderlo meno amaro.

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