Si avvicina la fatidica data delle elezioni e progressisti non ci si inventa, asseriscono in coro Letta e il Pd per screditare la pretesa dei 5S d’essere tali.
Elezioni: andirivieni sulle rotte del progressismo. Ma n’do vai se la banana non ce l’hai ?
Di Fausto Anderlini*
Progressisti non ci si inventa, asseriscono in coro Letta e il Pd per screditare la pretesa dei 5S d’essere tali. In realtà al di là della foto che ritrae Conte con Salvini mentre presentano i decreti sicurezza, non c’è altro appiglio che suffraghi la tesi.
Sin dall’origine il programma grillino presenta elementi propri del progressismo socialista e di quello radico-liberale, nella versione anarchico-giacobina. Fiducia nella scienza nella transizione ecologica e digitale, la lotta ai privilegi ereditari, castali e corporativi, l’egalitarismo politico come democrazia diretta e non intermediata, cioè come autogoverno integrale, l’orientamento alla redistribuzione del reddito.
Sono tutti elementi di programma a pieno titolo progressisti. Come tali antipodici all’antropologia della destra e della reazione. Sebbene anomali rispetto al progressismo socialista classico nelle sue forme storiche: assenza di una visione escatologica (Sol dell’avvenire, comunismo) e di un soggetto socialmente determinato come motore della storia e dell’emancipazione umana (la classe operaia e l’egalitarismo sociale).
Sostituito, quest’ultimo, almeno nella fase aurorale del movimento, da giovani intellettualizzati appartenenti alla classe media in via di proletarizzazione. Unico elemento equivoco una cornice vagamente esoteristica stile new age con l’affidamento della funzione di leadership a un guru-portavoce con tratti dispotico-carismatici.
Questi elementi irrazionali sono stati però fortemente ridimensionati dall’avvento alla leadership di Giuseppe Conte e dalla riforma statutaria da lui messa in campo. Nel mentre è cresciuta una vera e propria vocazione laburista e più generalmente sociale che ha allargato l’originaria base di riferimento e ha messo in secondo piano la componente anarchico-giacobina del progressismo.

A tutti gli effetti, una volta depurato il magma elettorale del boom del 2018, la rappresentanza sociale del M5S è venuta privilegiando gli strati poveri del lavoro e non istituzionalizzati (sia dipendente che autonomo), il mondo del precariato e della povertà, con una base geografica prevalentemente localizzata a sud.
Una rappresentanza cruciale per dare voce a una parte della società altrimenti orientata all’astensionismo e/o a cadere nelle braccia della propaganda securitaria della destra.
La direzione impressa da Conte al processo di istituzionalizzazione del movimento ha scartato decisamente in direzione ‘progressista’ smentendo le attese di chi confidava in una paradossale evoluzione all’insegna del mero moderatismo con conseguente estinzione, anche fisica, dell’anomalia grillina (tal quale incarnata da Di Maio e dai suoi mandanti).
Ci si chiederà: che senso hanno queste considerazioni? Di fronte alla preannunciata vittoria della destra fascio-liberale non stiamo forse parlando del sesso degli angeli ? C’è del vero, e aggiungo che l’idea di una rapida dissoluzione del blocco di destra a favore di una restaurazione del centrismo draghiano è una pia illusione.
La vittoria della destra sarà tale per dimensioni da generare un classico mutamento hegeliano della quantità in qualità. Il pericolo di un cambio di sistema costituzionale non è mai stato così reale.
Ma la decisione di lasciare campo alla destra per perdersi in una dissennata concorrenza neo-proporzionalista nel campo del centro sinistra ha il suo principale responsabile nel Pd lettiano e post-renziano, e nella sua ossessione per l’agenda Draghi (cioè di un corpo estraneo), per quanto non vadano sottaciuti altri influssi convergenti.

Perciò se di concorrenza fra perdenti siamo costretti a parlare è giocoforza mettere i puntini sulle i. Anche in vista dell’opposizione futura che pure bisognerà mettere in piedi una vol ta che saremo entrati in una drammatica buriana politico-sociale.
Il responso finale è perciò che il M5S a guida contiana può essere dichiarato progressista con tutti i crismi del caso, sia in origine, sia, tanto più, nella sua attuale configurazione. Nei fatti i 5S sono evoluti vero il progressismo socialista assai più di quanto il Pd abbia resistito alla sua rimozione.
Se è opinabile che progressisti non ci si inventa è un dato certo che progressisti si può smettere di essere. In una degenerazione che ha portato il Pd a imboccare il ramo morto del neo-liberismo come surrogato del ‘riformismo’, mandando alle ortiche tutto l’impianto socialista e cristiano-sociale ereditato dalla storia sino alla sua vera e propria persecuzione in epoca renziana. Ancora adesso, si pensi, il timore più grande che alberga in quel partito è d’essersi spostato troppo a sinistra, cioè nelle catacombe, solo perché ha perso per strada i centristi calendo-renziani! Cose da ridere.
Ecco, se proprio vogliamo mettere i puntini sulle i in questo dibattito da concilio di Nicea nel quale siamo costretti a decidere chi ha la patente del vero ‘progressismo’ non c’è dubbio che la palma vada a Conte più che a Letta. Il Pd piuttosto che fare le pulci alla new entry dei cinque stelle fra i ‘progressisti’, dovrebbe semmai fare una autocritica per il proprio deragliamento dai binari del ‘progressismo’. Ma sarebbe davvero chiedere troppo (*)
(*) Se ne è reso conto anche il gruppo dirigente di Art. 1 (al netto di Bersani). In principio era questa autocritica che chiedeva per ritornare a casa. Poi si è reso conto che era davvero come chiedere la luna e ha deciso di soprassedere. Bastando un cambio di nome. Per ironia della sorte: ‘Democratici e progressisti’.
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