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lunedì 17 Gennaio 2022
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Donne e economia: la parità di genere avrebbe un impatto enorme sul PIL

Diversi studi dimostrano come l’aumento del PIL sarebbe strutturale ottenendo la parità di genere, grazie al lavoro delle donne. Questo non solo grazie ai loro stipendi, tasse e contributi, ma ad una crescita complessiva del sistema.

Donne e economia: esiste una dicotomia tra elevata crescita economica e parità di genere?

Vi è un’ampia letteratura economica – teorica ed empirica – che tenta di spiegare gli effetti delle differenze di genere sul PIL di un paese [cfr. Kabeer e Natali]. Quasi tutti gli economisti convengono che una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro abbia effetti positivi sulla crescita economica:

Si sono tentati esercizi controfattuali (simili a quelli realizzati per altri paesi, come gli Stati Uniti e il Giappone, dove si stima che la chiusura del gap occupazionale innalzerebbe il PIL rispettivamente del 9% e del 16%). Un maggiore accesso femminile al mercato del lavoro, che ne innalzasse il tasso di occupazione all’obiettivo di Lisbona (60%) si assocerebbe meccanicamente a un PIL più elevato del 7%, anche in presenza di una riduzione della produttività media [Bianco, Lotti, Zizza, 8].

Uno studio del Parlamento Europeo afferma inoltre che azzerando il gender gap si avrebbe una crescita del PIL mondiale del 26%, pari a 28.000 miliardi di dollari [cfr. European Parliamentary Research Service].  Per quanto riguarda invece la relazione opposta – cioè come la crescita economica possa influenzare la partecipazione delle donne al lavoro– le ricerche sembrano non offrire una risposta chiara.

Lavoro e crescita economica

La letteratura economica pressoché unanimemente attribuisce un effetto determinante sulla crescita, ossia l’accumulazione del capitale fisico, al progresso tecnico e alla formazione di capitale umano […]. Per capitale umano gli economisti intendono l’insieme o, per analogia con il capitale fisico, lo stock di conoscenze e di capacità produttive delle quali un uomo o più uomini sono dotati. L’importanza di questo fattore per lo sviluppo di un paese era già stata compresa da Smith che lo chiamava l’arte, la destrezza e l’intelligenza con cui vi si esercita il lavoro” [cfr. Treccani].

Il lavoro rappresenta dunque un fattore produttivo fondamentale, che influenza il livello di ricchezza di un paese. Il lavoro viene a sua volta influenzato dalla crescita di un paese, come afferma la legge di Okun, che ipotizza una correlazione inversa fra il tasso di crescita del PIL e il tasso di disoccupazione. Ovviamente la relazione può variare in base alle differenze del mercato del lavoro nei diversi Paesi, ma è indubbio che la crescita dell’economia sia influenzata dal lavoro e che il lavoro sia influenzato dalla crescita dell’economia [cfr. Fini].

Donne e economia la parità di genere avrebbe un impatto enorme sul PIL3

La crescita economica riduce il gender-gap?

Nell’ambito degli studi relativi al lavoro e allo sviluppo economico, esistono una serie di ricerche che prendono in considerazione il gender gap (1) e che mostrano che tra la partecipazione delle donne al lavoro e la ricchezza nazionale vi è una relazione prima decrescente e poi crescente (una cosiddetta curva a “U”). In breve: lo sviluppo economico, misurato dal Prodotto Interno Lordo pro-capite, ovvero il PIL totale diviso la popolazione residente, influenza la forza lavoro femminile (FLF) in un modo non univoco che dipende dallo stadi di sviluppo in cui si trova l’economia.

La parte decrescente della curva – nelle fasi iniziali dello sviluppo – mostra che nel passaggio da economia agricola a industriale labor-intensive la domanda di lavoro è rivolta soprattutto agli uomini, dunque nei primi stadi della crescita economica, esiste un trade-off negativo tra PIL pro-capite e FLF. Tale trade-off sembra attenuarsi e poi scomparire con la terziarizzazione dell’economia (2): la crescita economica si accompagna alla diminuzione dei tassi di natalità, all’aumento della scolarizzazione femminile e all’aumento della FLF nell’economia. Tale fase è rappresentata dalla parte crescente della curva a “U” [cfr. Lechman].

Le differenze (di genere) persistenti

Le differenze nel mercato del lavoro sono tuttavia, ancora forti in Italia, come in quasi tutto il resto del mondo. Come si può infatti leggere sul Global Gender Gap Report 2020, “neanche fra cent’anni ci sarà una vera parità di genere fra uomini e donne nel mondo. O meglio, ci vorrà almeno un secolo per colmare questo divario […] Secondo lo studio la
maggior difficoltà nel chiudere il gender gap risiede nella scarsa rappresentanza femminile nei ruoli emergenti”.

L’Italia è il secondo paese europeo con il più ampio divario occupazionale uomo-donna: 19,8 punti di differenza rispetto a una media UE di 11,5. Per fare un esempio, nei paesi scandinavi e del nord Europa le differenze sono molto più contenute: 1 punto in Lituania, 3,5 in Finlandia, 4 in Svezia. Il gap occupazionale aumenta se si confrontano i soli uomini e donne con figli. Rispetto a una media europea di 18,8 punti percentuali di distanza tra padri e madri occupate, l’Italia si trova al di sopra di quasi 10 punti (28,1). Un dato in linea con quello della Grecia e molto distante dagli 8,3 punti di differenza della Svezia” [cfr. Openpolis].

In Italia le disparità di genere a livello di occupazione dipendono in gran parte dal fatto che le responsabilità di assistenza nei confronti di altri individui, in particolar modo la genitorialità, spesso ricadono unicamente sulla donna e non sull’uomo [cfr. Openpolis].

A ciò si aggiunge che l’Italia è il terz’ultimo paese OCSE, davanti a Turchia e Messico, per livello di partecipazione femminile nel mercato del lavoro. Meno del 30% dei bambini al di sotto dei tre anni usufruisce dei servizi all’infanzia e il 33% circa delle donne Italiane lavora part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari (la media OCSE è 24%). Le donne sono spesso percepite come le prime responsabili per la cura della famiglia e della casa [cfr.
Closing the gender gap].

Secondo l’ultimo Rapporto sulla conciliazione tra lavoro e famiglia dell’ISTAT “tutto il carico familiare, nonostante la situazione sia visibilmente migliorata, grava essenzialmente sulle spalle delle donne: la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna tra i 25 e i 44 anni, sul totale del carico di lavoro familiare della coppia, in cui entrambi i componenti sono occupati, diminuisce dal 71,9% del 2008-2009 al 67% nel 2013-2014, ultimo dato disponibile.

Ma le donne presentano comunque una maggiore quota di sovraccarico tra impegni lavorativi e familiari: più della metà delle donne occupate (54,1%) svolge oltre 60 ore settimanali di lavoro retribuito e/o familiare (46,6% gli uomini). E in una coppia sono comunque e soprattutto le donne ad aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per meglio combinare il lavoro con le esigenze di cura dei figli: il 38,3% delle madri occupate infatti ha dichiarato di aver apportato almeno una modifica, contro l’11,9% dei padri occupati.

Percentuale che per le madri occupate di bambini tra 0 e 2 anni sale al 44,9%, mentre per i padri con figli nella stessa classe di età è di poco inferiore al 13%”. Quanto detto apre a una interessante ipotesi per le economie avanzate: nei periodi in cui il PIL pro-capite e i salari crescono a ritmi elevati, diventa meno necessario che in famiglia vi siano due redditi e spesso è la donna a rinunciare a all’occupazione viste le difficoltà pratiche di conciliare la sua vita lavorativa e quella familiare.

Evidenze empiriche

Partendo da questa ipotesi, abbiamo riportato su un grafico i tassi di occupazione maschile e femminile (3) e i tassi di crescita del PIL pro-capite a prezzi costanti 2010 (4) dal 1970 al 2019. Abbiamo elaborato i dati dell’ISTAT e ragionato su medie mobili biennali (5).

Donne e economia la parità di genere avrebbe un impatto enorme sul Pil2

Come si può vedere in figura, nel caso degli uomini, a elevati tassi di crescita del PIL procapite, corrispondono tassi di occupazione maggiori, nel caso delle donne tale relazione è inversa: nei periodi di forte crescita del PIL pro-capite i tassi di occupazione femminile sono più bassi. Con questo non si vuole affermare sic et simpliciter che se il PIL pro-capite aumenta, il tasso di occupazione femminile diminuisce, quanto piuttosto che ad alti tassi di crescita del PIL pro-capite, cioè durante i periodi in cui il sistema economico è più dinamico, gli uomini hanno, in percentuale, più opportunità di lavoro, rispetto alle donne, per i motivi che abbiamo elencato in precedenza.

Il tema andrebbe approfondito, magari valutando il legame tra tassi di occupazione e tassi di crescita del PIL procapite a livello regionale oppure cercando di verificare con altri strumenti se questa correlazione implica causalità. Resta comunque il fatto che vi è un legame di un qualche tipo (inverso) tra gender-gap e fasi di espansione dell’economia.


1. Col termine gender gap si indica il divario esistente tra uomini e donne in tanti ambiti diversi, ma che impattano profondamente sulla vita quotidiana e il suo svolgimento, come la salute, l’educazione, il lavoro, l’accesso alle attività economiche e così via.

2. La terziarizzazione è il processo, proprio delle economie avanzate, che consiste nella progressiva minore incidenza del settore industriale sulla formazione del PIL e sull’occupazione, a vantaggio del settore terziario, in partic. di quello avanzato che comprende i servizi alla produzione e alle imprese, caratterizzati dal continuo sviluppo delle tecnologie informative e informatiche [Treccani]

3. Il tasso di occupazione è il rapporto tra gli occupati e la popolazione di 15 anni o più. Abbiamo usato questo indicatore e non il tasso di disoccupazione perché esso è “il principale indicatore del mercato del lavoro, in quanto indica la capacità dello stesso di utilizzare le risorse umane disponibili” [cfr. Regione Emilia Romagna].

4. Per capire la dinamica reale dell’economica, e cioè come è cambiata nel tempo la quantità prodotta di tutti i beni e servizi, si suppone che i prezzi siano sempre gli stessi nel corso del tempo. In questo caso, le variazioni dei valori relativi ai beni e servizi prodotti segnalano esclusivamente variazioni delle quantità prodotte e quindi la dinamica reale dell’economia. Il valore del PIL calcolato a prezzi costanti è il PIL reale.

5. L’effetto di una media mobile è quello di ridurre la variabilità della serie, smorzandone i picchi ed innalzandone le valli. La media mobile svolge un’azione spianante, ossia rende più “liscia” la serie originale.

 

 


Massimiliano Scarna
Ha scritto di cinema e informatica su svariate riviste nazionali (Horrormania, IdeaWeb…), insegna diritto ed economia nelle scuole superiori. Ha pubblicato tre antologie di racconti – Istanti d’istanti, Extra e Ultrabizzarro– più una manciata di storie su riviste, e siti web. Ama i libri, la musica metal e il cinema.

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