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In Sudan, sopravvissuti e testimoni di una serie di attacchi per motivi etnici, compiuti dalle Forze di supporto rapido (Fsr) e dalle milizie arabe loro alleate, hanno descritto ad Amnesty International una serie di “orrori inimmaginabili” nel Darfur delle fazioni armate che se ne contendono il controllo.
Sudan, la lunga agonia del Darfur
Dopo il rovesciamento nel 2019 del dittatore Omar al Bashir, e il nuovo golpe militare del 2021, nel Sudan regna l’instabilità.
Dal 15 aprile, il paese è dilaniato da una guerra tra due leader militari: l’esercito del Generale Abdel Fattah Al-Burnham, Presidente del Consiglio di sovranità di transizione, e le forze di Mohamed Hamdan Dogolo (noto come «Hemeti») e le sue Rapid Support Forces (RSF) – sostenute in particolare da combattenti del gruppo Wagner. Quest’ultime, eredi delle famigerate milizie “janjaweed” dello stesso Hemedti, sono note per le violenze e le stragi di civili. Anche se lo stesso esercito regolare non è meno a violenza indiscriminata.
Nessuno si salva: donne, bambini e anziani primi bersagli di stragi. L’intento è quello di indurre la popolazione a fuggire verso il vicino deserto del Sahara e la Libia, da dove i fuggitivi, se non vengono prima imprigionati dai libici, pagheranno gli scafisti per attraversare il Mediterraneo e approdare, se il barcone non affonda, in Europa (e in Italia in particolare).
Ora le milizie ‘Rsf’ di Hemedti stanno prendendo il sopravvento. Hanno infatti conquistato la città chiave di Jebel Aulia e il suo aeroporto, a soli 40 km dalla capitale Khartoum. Nelle vicinanze c’è anche una diga che ha già subito danni nei combattimenti. Se crollasse, la stessa Khartoum sarebbe allagata e la capitale del Sudan diventerebbe inabitabile.
Purtroppo non vi sono segnali di accordo tra Burhan e Hemedti, e la battaglia prosegue feroce pur in presenza di oltre 6 milioni di profughi interni e di 1,4 milioni di persone che si sono rifugiate nei Paesi confinanti (peraltro poverissimi).
L’evanescente OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) non riesce a frenare la guerra civile. Il Darfur era già al collasso in precedenza, e adesso potrebbe andare incontro alla rovina finale. L’80% degli ospedali della regione non funzionano più, e aumentano i rischi di carestia e i casi di morte per fame, che coinvolgono in primo luogo i bambini.
Con Khartoum in pratica distrutta, non solo il Darfur, ma l’intero Sudan è vicino all’implosione, senza che la comunità internazionale riesca a interrompere il massacro.

(Fonte – Remocontro)
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