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La Cina usa il mercato per rafforzare lo Stato, non per smantellarlo. Un modello che ricorda l’Europa del dopoguerra, oggi rimossa dal dogma neoliberale. Il vero scontro è culturale: tra un capitalismo totale e la possibilità, ancora negata, di immaginare alternative.
La Cina e il modello sociale europeo
Tra i tanti aspetti sconosciuti della Cina vi è questo suo utilizzare il mercato e il capitalismo come strumenti utili alla realizzazione compiuta del socialismo. L’obiettivo cinese di una “società moderatamente prospera” passa anche attraverso una via che parte dal socialismo e si serve del mercato per formare una società socialista avanzata.
Ma questo passaggio concettuale è impossibile da comprendere per la popolazione occidentale soprattutto perché la nostra accademia, la nostra cortigianeria intellettuale e i nostri mezzi di comunicazione, spiegano la crescita cinese attraverso una supposta genuflessione della sua classe dirigente al managerialismo del capitalismo privato americano. La Cina, insomma, sarebbe cresciuta quando si è votata al liberismo economico. Altro che socialismo. Sempre un buon modo per non ragionare.
La Cina fonda la propria incommensurabile crescita sull’industria di Stato e sull’intervento attivo dello stesso per ciò che concerne i settori strategici. Questo aspetto ricorda un altro impianto sociale storicamente determinato: quello dell’Europa (e soprattutto dell’Italia) del trentennio glorioso.
Sia la vecchia struttura del capitalismo misto sia il socialismo con caratteristiche cinesi hanno ragionato di economia reprimendo la volatilità della finanza speculativa. Per cui si può dire che la strategia cinese di servirsi del mercato rappresenta un equivalente rovesciato di quella traiettoria dove lo Stato nazionale e una società capitalista, attraverso obiettivi strategici di piena occupazione e di libertà positive, e attraverso il protagonismo delle aziende pubbliche, avevano posto le basi per la realizzazione di una socialdemocrazia compiuta, sollecitata democraticamente dal conflitto sociale organizzato.
Tanto che gli studiosi neoliberali hanno sempre avuto, sin dagli albori del Dopoguerra, la consapevolezza che il timone del boom economico fosse in mano allo Stato e non al mercato. In Occidente fece la sua comparsa un capitalismo necessariamente concentrato, data anche la forza attrattiva dell’Unione Sovietica, sui bisogni della società e che pian piano si stava confondendo col socialismo.
Alla caduta del tasso di profitto facevano da contraltare l’aumento dei salari e la diffusione della conflittualità verticale. Il capitale si salvò da questa spirale ragionando politicamente, come classe dotata di coscienza politica. Difatti pose la sua costituzione economica imperniata sul principio di concorrenza a perno delle strutture sovranazionali, così da condizionare in senso privatistico le politiche economiche degli Stati e così da imbavagliare sulla via del consumo a debito la vita degli individui.
La Cina dimostra, dopo anni di pensiero unico votato all’ordine di mercato, che esiste la possibilità di pensare un modello alternativo, da riadattare attraverso i canoni della nostra sensibilità sociale e della nostra tradizione culturale ovviamente, ma spogliate da qualsiasi tentazione imperiale e coloniale. L’attrattività del modello cinese diventa un serio rischio per l’Occidente collettivo.
Motivo del ricorso alla guerra quale linguaggio diplomatico ordinario e delle strenue difese dei vincoli economici di bilancio: quelle strettoie macroeconomiche progettate a uso e consumo dei profitti privati e delle riforme antisociali imposte dalla sfera sovranazionale.
Ma anche motivo per cui vi è un ritorno alla repressione del dissenso, dopo essere stato per anni ignorato e allegramente sbeffeggiato. Una dimensione repressiva che si muove implacabile nonostante la società sia tutt’altro che politicizzata. La stragrande maggioranza della popolazione continua a pensarsi un imprenditore di sé che realizzerà il proprio capitale umano in una continua dimensione evolutiva e di auto-costruzione.
La via della liberazione passa, soprattutto nell’era della globalizzazione digitale, dalla costruzione di un immaginario alternativo a quello del management solipsistico. La lotta contro il modello culturale del capitalismo finanziario dovrebbe sempre accompagnare quella economico/sociale.
Un modello totalitario perché provvisto di una sua versione reazionaria e identitaria e di una progressista e libertaria. Ma che conducono, ormai da decenni, a uno sterminio sociale e umano, in quella terra di nessuno dove l’imperativo categorico resta sempre quello prestazionale.

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