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Dalla politica come conflitto reale alla politica come marketing emotivo: la democrazia perde profondità, sostituita da slogan, storytelling e consenso istantaneo. Il risultato è una società frammentata, senza memoria né visione strategica.
C’era una volta
Da quando non esiste più la democrazia con il suo pudore liturgico, con le adunate di partito, con le minuziose discussioni correntizie sulla linea politica, con i suoi comizi militanti, la verità è diventata un accessorio. Allora, per esempio, la crisi energetica rappresentava un dramma internazionale. I toni, le rughe dei volti e le sillabe pronunciate dalla politica accettavano la gravità della situazione fino a svuotare le città dai tubi di scappamento.
Oggi, al contrario, tra un Vinitaly e un’amichevole comparsata televisiva, la carica motivazionale del messaggio è preponderante. Tutto si risolve in un comportamentismo psicanalitico di massa: “ce la faremo”, “l’Italia ha le capacità di resistere”. Nessuna solennità ma una cadenza ridanciana e autocompiaciuta tanto per favorire l’inquadratura più fotogenica, tanto per assecondare la prossima campagna di marketing.
Parlare al vuoto è l’esito diretto del governare il vuoto. Si imboniscono i followers per la discussione del giorno, domani dimenticata nei labirinti della memoria.
Questo continuo straparlare con linguaggio roboante determina la cifra stilistica della postdemocrazia che si risolve nel prossimo lunedì di sondaggi. Finisce la serietà delle scelte strategiche ma finisce anche il sacrificio intellettuale di un’esistenza votata alla passione politica.
Erano le prospettive che rendevano sostanziale il conflitto politico perché incentrato sulla verità dei rapporti di produzione e non sulle narrazioni affabulatorie dei brand identity e delle targetizzazioni del messaggio.
Alla democrazia serve sicuramente l’etica del conflitto sociale ma servono anche l’autorevolezza dei tempi lunghi e la compostezza dei silenzi coscienziosi e ingrati. Al contrario l’afflusso di continue dichiarazioni spezza la società per costruire singoli individui affamati di opinioni. Proprio così si disintegra la collettività politica.
In questa voragine di incosciente disimpegno impolitico starnazzano gli strateghi della comunicazione fino all’implosione finale dell’intelligenza.

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