Bulgaria fuori copione: votano socialista ma non si può dire

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In Bulgaria vince una linea socialista e pacifista che mette in crisi la narrativa UE. Il programma di Radev punta su Stato ed economia pubblica e su distensione con la Russia. Bruxelles reagisce con le solite etichette: populismo e allarme.

Bulgaria, votare “sociale” diventa un problema europeo

Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti

Le elezioni in Bulgaria hanno prodotto un risultato che, più che sorprendere, ha irritato. Non tanto per i numeri — significativi ma non apocalittici — quanto per il contenuto politico. La vittoria dell’area riconducibile a Rumen Radev rimette al centro una parola che in Europa suona quasi esotica: intervento pubblico.

Non è una rivoluzione bolscevica, sia chiaro. Ma è sufficiente per mandare in cortocircuito un certo lessico progressista occidentale, ormai più a suo agio con la “governance inclusiva” che con la redistribuzione reale. Il programma di Radev parla di sanità pubblica, pensioni, ruolo dello Stato nell’economia. Temi che altrove sarebbero considerati ordinaria amministrazione socialdemocratica, ma che oggi, nel cuore dell’Unione, sembrano un ritorno al passato. O forse, più semplicemente, un ritorno alla realtà.

Il socialismo che non si può dire

La Bulgaria non è un laboratorio ideologico. È un Paese che ha attraversato privatizzazioni aggressive, disuguaglianze crescenti e una lunga stagione di dipendenza economica. La richiesta di un maggiore intervento statale non è un capriccio ideologico, ma una risposta politica.

Eppure, nella narrazione dominante, tutto questo viene rapidamente ricondotto a categorie note: populismo, deviazione, rischio. È il riflesso automatico di un sistema che fatica a riconoscere come legittime politiche che non rientrano nei parametri della cosiddetta “economia di mercato regolata”.

Il paradosso è evidente. L’Europa che si definisce progressista fatica a gestire una proposta che, sulla carta, dovrebbe esserle familiare. Ma il problema non è il contenuto.  Perché il programma di Radev non si limita alla dimensione economica. Introduce un elemento che, nel clima attuale, è ancora più indigesto: la pace come condizione politica.

Stop al supporto militare all’Ucraina, apertura a un dialogo con la Russia, riduzione della tensione internazionale. Una linea che lo avvicina al profilo di Robert Fico.

Etichette, allarmi e riflessi automatici

La reazione mediatica non si è fatta attendere. In assenza di categorie adeguate, si ricorre a quelle disponibili: nuovo Orban, rischio illiberale, influenza esterna. È una grammatica ormai consolidata, utile a inquadrare rapidamente fenomeni complessi senza doverli analizzare. Non è una novità. Ogni volta che un risultato elettorale devia dal percorso atteso, si attiva una sequenza prevedibile: sorpresa, ridimensionamento, sospetto. Talvolta si arriva anche a evocare interferenze straniere, verifiche giudiziarie, necessità di controllo. Il tutto, naturalmente, in nome della difesa della democrazia.

Ma la questione è un’altra. Se un elettorato sceglie una piattaforma che combina politiche sociali e una linea internazionale meno allineata, il problema non è la scelta. È la difficoltà del sistema europeo a integrarla, perché ogni volta che una scelta elettorale viene trattata come un’anomalia, si rafforza l’idea che esista un perimetro implicito entro cui la politica può muoversi. E che uscire da quel perimetro comporti conseguenze.

La Bulgaria, in questo senso, non è un caso isolato. È un segnale.

 

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