Botteri e giornalismo in Italia: passione, talento e santi in paradiso

Dal body shaming nel caso Botteri, allo scambio di direttori tra testate, passando dai soliti volti noti del giornalismo: com’è mutata l’informazione?

Il caso Botteri e lo stato del giornalismo in Italia

Sciatta, spettinata, struccata, vestita sempre allo stesso modo: sono queste le caratteristiche di Giovanna Botteri riportate qualche giorno fa da un servizio di Striscia la notizia che utilizzava il pretesto del web per lanciare il sasso e provocare il prevedibile dibattito.

Una valanga di accuse di body shaming ha travolto il programma dell’ammiraglia Mediaset, in particolare verso la conduttrice Michelle Hunzicker:  Quella che ride sempre, che c’ha da ride, ridono le galline e via dicendo. Siamo passati in pochissime ore dal body shaming allo smile shaming

In difesa della Botteri tante voci, fino al muoversi dei vertici della RAI, con le colleghe di categoria che hanno emesso un comunicato: “In inglese si chiama body shaming, ma la potenza negativa di questa pratica si esprime bene anche usando l’italiano. Derisione, fino ad arrivare a vere e proprie offese, per come si appare, per come è il corpo, per come ci si veste. Nemmeno a dirlo è una pratica ormai diffusissima nei social network – si legge nel comunicatoColpite sono soprattutto le donne, che sono il gruppo sociale più odiato in rete. Una forma di attacco subdolo perché attraverso la risata che vorrebbe suscitare, ridicolizza, ferisce. In questo ultimo periodo ne è stata oggetto la collega Giovanna Botteri, corrispondente RAI da Pechino. La si giudica, deride, offende per come si veste. Per i suoi capelli. L’abbiamo contattata per esprimerle la nostra solidarietà. Lei non ha voluto, non vuole farne un caso personale. Ma ci invita tutte e tutti ad una sacrosanta battaglia culturale.“.

 

E quali parole ha usato la Botteri per rimarcare questa sacrosanta battaglia culturale?

Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista.

 

 

Fin qui i fatti e le reazioni. Ora qualche considerazione. Del caso Giovanna Botteri trovo stucchevole la questione dress code. Stare qui a parlare dell’aspetto di una persona in correlazione alle proprie capacità, al proprio ruolo, al proprio curriculum, è semplicemente avvilente. Non v’è nessun barlume di progresso, nel senso di avanzamento, in nessuna parola consolatoria pronunciata dai vari soggetti.

Forse si potrebbe cogliere l’occasione per ripensare alcuni aspetti decisamente sessisti e vetusti ancora presenti nei vari format televisivi dedicati al grande pubblico. Ma la battaglia culturale dovrebbe avere più gambe per correre in varie direzioni, tutte parimenti importanti.

Una di queste me la suggerisce proprio la risposta della giornalista, che mi porta nel campo sempre oscurato, blandito bonariamente, del merito, delle possibilità, delle occasioni concesse.

Ovvero:  quando la Botteri dice a proposito delle giornaliste della Bbc:    Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista.” Ha perfettamente ragione. Si ascolta quello che dicono, senza domandarsi, chi sono, chi è il loro parrucchiere, come vestono, o, peggio ancora, come coda avvelenata: come sono arrivate lì? Hanno vinto qualche concorso? Oppure, per esempio, anche loro sono figlie di giornalisti, capostruttura, ex direttori, o di qualche dirigente RAI, come la Botteri, figlia di quel Guido Botteri, ex direttore della sede RAI a Trieste?

Ovviamente questa seconda coda avvelenata alla fine di una prima coda avvelenata, è uno spunto, non riguarda la brava Botteri, come potrebbe apparire. Primo perché è una situazione nota e riguarda una quantità di professionisti enorme, basta farsi un giro su internet per trovare i nomi di una casistica impressionante.

Secondo, perché discutere la professionalità inappuntabile sarebbe da sciocchi, così come la carriera quarantennale, i suoi servizi da Paesi come la Bosnia, l’Algeria, il Sudafrica, l’Iran, l’Albania, il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq parlano da soli. Il talento, la passione, la competenza, sono valori riconosciuti, la questione che ci poniamo spesso, è quella delle possibilità, della prima occasione da cogliere, da quel muro che separa le aspirazioni possibili, da quelle impossibili (per i più, nonostante l’impegno o le doti).

Quanti giovani giornalisti hanno la possibilità di scalare posizioni di prestigio nei vari ambiti senza essere di nobile lignaggio?

Come ha detto il nobel per l’economia Joseph StiglitzIl 90% di quelli che nascono poveri, muoiono poveri, per quanto intelligenti e laboriosi possano essere, e il 90% di quelli che nascono ricchi muoiono ricchi, per quanto idioti o fannulloni possano essere. Da ciò si deduce che il merito conta ben poco. 

La povertà di cui parliamo in questo caso, è quella di censo, di appartenenza.  E la mutazione del giornalismo è proprio questa: esistono i grandi media, i giornali dei gruppi principali, ancora con tutele, come grossi elefanti arrancanti ma coriacei, e le loro grandi firme sono una compagnia di giro su tavoli fermi che si scambiano semplicemente di posto.

Abbiamo assistito pochi giorni fa al gioco dei quattro cantoni: a Repubblica via Verdelli e al suo posto è arrivato dalla Stampa Maurizio Molinari. Alla Stampa, incrociandosi, è andato Massimo Giannini da Repubblica. Quindi Mattia Feltri, dalla Stampa è passato all’HuffingtonPost al posto di Lucia Annunziata

I grandi media nazionali non informano più come missione principale, formano opinione, veicolano su informazione procurata da altri. È  il branding delle info. La delocalizzazione della professione, come delle scarpe confezionate nelle Filippine e firmate negli Usa

Gli editorialisti commentano notizie procacciate da giornalisti invisibili nella maggior parte dei casi, poco tutelati, che materialmente corrono da un posto all’altro, per le agenzie, confezionando news rivendute. Sono una sorta di rider dell’informazione. Dei Glovo della stampa, delle Amazon News.

Scoprire la fonte originaria della notizie, al tempo di internet, è facilissimo in certi casi o diametralmente l’opposto, quasi impossibile. Si fanno interi talk show commentando tweet di sottosegretari, interpretando se la virgola era dopo o prima dell’avverbio, e da quello dipendono crisi di governo. Contemporaneamente si commenta sbrigativamente la notizia di un bombardamento chimico, senza sapere se la fonte è lo stesso soggetto che avrebbe ordito l’attacco, un’ agenzia di stampa locale, un civile che con un cellulare ha ripreso qualcosa.

E per concludere, ultimo spunto che parte sempre dalla vicenda Botteri, che ci concede anche una punta d’ironia, è l’osservazione della gestione della figura de “l’inviato” da parte della TV pubblica. Per anni, qualsiasi cosa accadesse nel mondo, la RAI si collegava con “Giovanna Botteri da New York“. Crisi tra le due Coree, tensione in Venezuela, un naufrago in Australia? Collegamento con “Giovanna Botteri da New York”

Che è un po’ come se gli Usa avessero un corrispondente dall’Italia e chiedessero a lui delle elezioni in Sri Lanka o dell’inverno in Lapponia.

Dal 2019 la Botteri è a Pechino, nuovo centro strategico mondiale, contraltare ideologico al bilanciamento polare della Guerra Fredda, quella vissuta domesticamente da noi arnesi novecenteschi, seduti a tavola la sera, in famiglia, coi bambini contenti perché magari la mamma aveva messo l’idrolitina nella brocca d’acqua, a guardare le previsioni del tempo del colonnello Bernacca e poi l’edizione sacrale del TG UNO, con l’immancabile collegamento con l’inviato da Mosca, Giulietto Chiesa, e in seguito da Sergio Canciani, con lo sfondo del Cremlino alle spalle.

Sergio Cangiani
Sergio Cangiani

Ora c’è Giovanna da Pechino, segno dei tempi, in una dimensione meno globale apparentemente, ma la gestione da parte di Mamma RAI è la stessa degli ultimi anni: cosa fa Duarte nelle Filippine? C’è tensione sul Karakoram? Chiedete alla Botteri.

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About Alexandro Sabetti

Scrittore e autore radio e tv. Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014). ->
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