Bosnia sull’orlo: secessioni, ingerenze esterne e rischio di nuovo conflitto

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La Bosnia-Erzegovina rischia una nuova crisi: Dodik sfida Sarajevo e prepara referendum secessionisti. Russia, Usa, Turchia e Ungheria si contendono l’influenza, mentre l’Ue resta marginale. I Balcani tornano epicentro del confronto tra potenze globali.

Bosnia al bivio: la fragile architettura di Dayton e il ritorno delle tensioni

A quasi trent’anni dagli Accordi di Dayton, la Bosnia-Erzegovina torna a vivere una stagione di instabilità che richiama i fantasmi del passato. La fragile architettura della “Bosnia una e trina” è oggi minacciata dalle spinte separatiste della Republika Srpska, guidata da Milorad Dodik. Condannato a un anno di carcere e privato del mandato, il leader serbo-bosniaco ha scelto di sfidare apertamente l’Alto Commissario internazionale Christian Schmidt, rifiutando di rispettare il verdetto e annunciando un boicottaggio delle future elezioni.

Il braccio di ferro assume contorni pericolosi. A Banja Luka si prepara un referendum che mette in discussione la legittimità delle istituzioni centrali e, indirettamente, l’unità del Paese. Nei quesiti, redatti in modo provocatorio, si chiede agli elettori se accettino le decisioni di Schmidt e della Corte costituzionale, presentate come imposizioni straniere. Il voto, fissato per il 25 ottobre, rischia di trasformarsi in una sfida diretta a Sarajevo, preludio a una crisi di rottura.

Non si tratta soltanto di tensioni interne. Il Parlamento della Republika Srpska ha approvato una bozza di nuova Costituzione che prevede la creazione di un esercito e di un servizio di intelligence propri, misure che segnano un passo deciso verso la secessione. Dodik non ha nascosto di voler cercare l’appoggio di Belgrado e Mosca, ma anche della nuova amministrazione statunitense, evidenziando quanto la crisi bosniaca sia terreno di confronto internazionale.

Interferenze esterne: dagli Stati Uniti alla Turchia, passando per Orbán

La partita balcanica non si gioca solo tra Sarajevo e Banja Luka. È una questione geopolitica che coinvolge grandi potenze e attori regionali. Gli Stati Uniti hanno storicamente avuto un ruolo decisivo nella costruzione dell’assetto post-bellico, e oggi tornano a manifestare interesse attraverso figure controverse.

L’ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich, graziato da Donald Trump nel 2020, ha paragonato Dodik allo stesso ex presidente americano, definendolo un “perseguitato politico”. I suoi legami con la Republika Srpska, sostenuti anche da attività di lobbying, mostrano come la politica statunitense possa influenzare il dibattito bosniaco, anche in chiave elettorale interna agli USA.

Parallelamente, la Russia di Vladimir Putin resta un alleato naturale della leadership serba, mentre la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan cerca spazi di influenza sull’altra sponda, sostenendo la componente musulmana bosniaca. In questo mosaico si inserisce anche l’Ungheria di Viktor Orbán, che ha concesso prestiti milionari a Dodik e persino inviato unità antiterrorismo a Banja Luka, gesto che ha provocato un caso diplomatico con Sarajevo. Orbán, oltre a rivendicare un ruolo nel bacino dei Carpazi, punta a rafforzare la propria immagine di protettore delle minoranze in Europa centrale e balcanica.

Il quadro si complica con l’intervento del Regno Unito, che già nel 2022 aveva annunciato un piano di sostegno alle forze armate bosniache per contrastare i rischi secessionisti. Londra ha anche investito nella cybersicurezza per combattere disinformazione e fake news, segnalando quanto il terreno bosniaco sia percepito come vulnerabile alle interferenze esterne.

Una crisi europea che può riaccendere i Balcani

Questa molteplicità di attori rende la Bosnia-Erzegovina un nodo delicatissimo del “Grande Gioco” contemporaneo. Non è più soltanto la sopravvivenza dello Stato a essere in discussione, ma la stabilità dell’intera regione balcanica. L’eco delle parole di Nenad Stevandić, presidente dell’Assemblea della Republika Srpska, è eloquente: “Dodik non è una sedia che si può spostare a piacere. Rappresenta la volontà popolare serba”.

Se la minaccia secessionista dovesse concretizzarsi, l’Europa si troverebbe di fronte a una crisi potenzialmente esplosiva alle proprie porte, in un momento in cui la guerra in Ucraina ha già riaperto fratture profonde nell’ordine continentale. Le interferenze incrociate di Washington, Mosca, Ankara e Budapest rischiano di trasformare la Bosnia in un campo di battaglia politico e simbolico, con conseguenze difficilmente controllabili.

Come avvertiva Miloš Lukić, ex direttore della Gazzetta Ufficiale di Banja Luka, la Bosnia ha forse perso l’ultima occasione di diventare uno Stato inclusivo. Il rischio è che la frattura interna si trasformi in un conflitto a bassa intensità, con i Balcani nuovamente al centro della competizione tra grandi potenze.

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