Ben-Gvir come capro espiatorio: l’ipocrisia europea che salva Israele

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Per anni politica e media europei hanno ignorato la radicalizzazione israeliana. Oggi scaricano tutto su Ben-Gvir, trasformandolo nella “mela marcia” che salva il sistema. Ma la gestione della flottiglia e di Gaza riguarda Netanyahu e l’intero apparato israeliano.

Ben Gvir come alibi: la politica italiana scopre Israele solo quando conviene

L’assalto alla flottiglia Sumud diretta verso Gaza, il sequestro dell’imbarcazione, la detenzione degli attivisti e soprattutto la diffusione di immagini e video provenienti dagli ambienti carcerari israeliani – esibiti dal minsitro Ben Gviir come un trofeo “elettorale”, hanno improvvisamente prodotto un fenomeno curioso nella politica italiana.

Esponenti del governo, Meloni, Tajani, Crosetto, impegnati da mesi a bloccare ogni tentattivo di sanzione contro il governo israeliano, il presidente Mattarella, quello che stringeva la mano sorridente al presidente Herzog, l’uomo che autografava a favore di telecamere le bombe destinate a radere al suolo Gaza, i centristi del Partito Democratico, commentatori che per anni hanno difeso ogni scelta del governo israeliano e una parte consistente dell’establishment mediatico sembrano essersi finalmente accorti della brutalità del sistema detentivo israeliano.

Meglio tardi che mai, si potrebbe dire. Ma il problema è che questa improvvisa indignazione rischia di trasformarsi nell’ennesima operazione cosmetica. Perché il bersaglio scelto è sempre lo stesso: il singolo. In questo caso Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, figura estremista perfetta per svolgere il ruolo della mela marcia. Il mostro utile. L’uomo sul quale scaricare ogni responsabilità per salvare l’albero. E l’albero, in questo caso, si chiama Israele.

Per anni il discorso pubblico europeo ha costruito una rappresentazione quasi sacrale dello Stato israeliano. La formula era sempre identica: Israele “unica democrazia del Medio Oriente”, avamposto occidentale, società pluralista, alleato strategico. Ogni critica sostanziale veniva sterilizzata attraverso una combinazione di accuse di antisemitismo, richiami alla sicurezza e continui distinguo morali.

In questo hanno avuto un ruolo importante associazioni, gruppi di pressione culturale, correnti politiche e ambienti editoriali (ormai li conoscete tutti: Sinistra per Israele, Picierno and co. , i radicali, buona parte degli ospiti quotidiani nei vari talk show televisivi, in particolare su La7, i micropartiti centristi attivissimi su x (Twitter), l’area cosiddetta “riformista”, con i Cerasa vari…etc etc) che hanno contribuito a rendere quasi impronunciabili alcune questioni fondamentali: l’occupazione permanente dei territori palestinesi, il sistema di segregazione giuridica, l’espansione delle colonie e la progressiva radicalizzazione della società israeliana.

Il mostro serve a salvare il sistema

Oggi Ben-Gvir è diventato il bersaglio perfetto perché consente di mantenere intatto l’impianto narrativo precedente. Condannare Ben-Gvir è facile. Chiedere sanzioni simboliche contro un ministro che probabilmente non avrebbe comunque alcun interesse a visitare Bruxelles è ancora più facile. Si può mostrare indignazione senza mettere realmente in discussione il rapporto privilegiato tra Europa e Israele. È il meccanismo classico della personalizzazione del male.

La responsabilità viene concentrata su un individuo particolarmente odioso e caricaturale, permettendo di evitare domande più scomode. Per esempio: Ben-Gvir rappresenta davvero una deviazione dal sistema israeliano o ne è invece una delle espressioni più coerenti? Il suo linguaggio è un’anomalia oppure il prodotto di una radicalizzazione politica e culturale che attraversa ampi settori della società israeliana?

Le immagini provenienti dalle carceri israeliane, le umiliazioni inflitte ai detenuti palestinesi e la spettacolarizzazione della loro sofferenza non sono iniziate ieri. Organizzazioni internazionali, ONG, giornalisti e osservatori indipendenti documentano da anni episodi simili. La differenza è che fino a ieri le vittime erano palestinesi. Ora, invece, nei video e nelle fotografie compaiono anche cittadini europei coinvolti nelle iniziative della flottiglia. E improvvisamente ciò che prima veniva relativizzato diventa scandaloso. Non è una scoperta morale. È una questione di prossimità.

Netanyahu resta intoccabile

C’è poi un altro elemento che colpisce. Gran parte delle critiche si concentra sul comportamento di Ben-Gvir mentre passa quasi in secondo piano il ruolo del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Eppure l’intercettazione della flottiglia, il sequestro delle navi, la gestione politica dell’operazione e la sua successiva utilizzazione mediatica non sono iniziative personali del ministro della Sicurezza. Appartengono a una strategia governativa molto più ampia.

L’obiettivo era evidente: scoraggiare future iniziative analoghe e lanciare un messaggio a chiunque tenti di rompere l’isolamento mediatico di Gaza. Da questo punto di vista l’operazione aveva una dimensione militare marginale ma una rilevanza comunicativa enorme. Ed è proprio qui che molti osservatori continuano a non capire il senso delle flottiglie.

Si discute ossessivamente della quantità di aiuti trasportati, della biografia degli attivisti, delle loro simpatie politiche. Si evita invece la questione centrale. Queste iniziative non nascono principalmente per risolvere la crisi umanitaria di Gaza. Nascono per renderla visibile.

Sono operazioni di guerriglia mediatica. Tentativi di forzare l’attenzione internazionale verso una tragedia che molti governi occidentali preferirebbero relegare sullo sfondo. Possono apparire ingenue, spettacolari o persino inefficaci. Ma rispondono a una logica precisa: costringere il potere a mostrarsi ed è proprio questo che è accaduto.

La reazione israeliana ha prodotto immagini che hanno reso visibile ciò che per anni era stato raccontato come eccezione, e che invece appare sempre più come normalità. Per questo l’improvviso sdegno di una parte della politica italiana appare così poco convincente. Perché arriva dopo anni di silenzi, omissioni e complicità culturali. E perché continua a colpire il sintomo più vistoso lasciando intatto il meccanismo che lo genera.

Condannare Ben-Gvir senza mettere in discussione il rapporto privilegiato con il governo Netanyahu equivale a denunciare il ramo malato continuando ad annaffiare l’albero.

 

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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