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L’ossessione di Washington per il dominio globale si traduce in un susseguirsi di scenari assurdi e strategie disperate. Dall’11 settembre alle guerre per procura, fino alla farsa della russofobia, tutto serve a mantenere in vita un impero che non accetta la propria fine.
American First, l’ultima recita dell’impero
“Se le agenzie strategiche di Washington sentissero approssimarsi la fine, scatenerebbero l’inferno. La formidabile militarizzazione degli Stati Uniti, espressione di una cultura fieramente violenta, può spingere il Numero Uno a pensare l’impensabile, a fare l’infattibile per salvare il trono» (L.Caracciolo, in «Limes», 9/2020, Editoriale).
Questo scriveva Caracciolo nel 2020 e mai profezia fu più azzeccata: l’impero USA, nella sua fase di declino, ha trasformato il mondo in un palcoscenico in cui l’inverosimile diventa realtà. L’idea di un “Nuovo Secolo Americano“, teorizzata dai neoconservatori prima ancora dell’11 settembre, si è scontrata con l’ascesa inarrestabile di altre potenze. Ma l’egemonia non si abbandona facilmente e, pur di mantenerla, Washington è pronta a tutto, anche a sceneggiare crisi su scala globale.
La sequenza degli eventi è tanto metodica quanto ripugnante: l’uso sistematico del false flag, l’interventismo mascherato da crociata democratica, il terrorismo come strumento tattico, la manipolazione delle economie avversarie.
Dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Ucraina alla guerra commerciale contro la Cina, ogni tappa è un tassello di un mosaico di disperazione imperiale. Il tenore di vita americano “non è negoziabile”, e per mantenerlo si è disposti a calpestare qualsiasi principio, compreso quello della realtà.
Russofobia e armamenti, l’illusione di un’Europa militante
L’ultima fase di questa strategia è la creazione di una minaccia artificiale: la Russia trasformata nel nuovo ‘Terzo Reich’, il cui presunto espansionismo giustifica ogni azione occidentale. La NATO spinge i suoi confini sempre più a est, mentre l’Unione Europea si fa docile strumento di strategie che la penalizzano direttamente.
Il parossismo si manifesta in episodi quasi comici: dall’esclusione della lingua russa nelle scuole estoni ai “kit di sopravvivenza” distribuiti in Europa come se la Terza Guerra Mondiale fosse imminente.
Il ministro italiano della Difesa Crosetto si fa portavoce di un riarmo isterico, mentre il governo tedesco, un tempo protagonista di una politica estera pragmatica, si accartoccia su se stesso tra amnesie e velleità belliche.
Ma la farsa ha dei costi: l’economia europea, già fiaccata dalla pandemia e dal blocco energetico autoimposto, rischia di collassare definitivamente. Le industrie riconvertite alle armi prosperano, sostituendo progressivamente la manifattura tradizionale, ma questa trasformazione ha un solo vincitore: l’industria bellica statunitense. Perché, se c’è un obiettivo in tutto questo teatro dell’assurdo, è garantire che l’Europa resti un’appendice funzionale agli interessi americani.
La realtà che non si può dire
Dietro la retorica da Guerra Fredda e i proclami di difesa della democrazia, si cela una verità semplice: gli Stati Uniti stanno perdendo la loro centralità geopolitica e non sanno come gestire il declino.
La loro ossessione per la supremazia li porta a un’aggressività crescente, ma i tempi sono cambiati. Né la Russia né la Cina si piegano, e il resto del mondo sta prendendo le distanze da una narrazione ormai logora.
Questa recita ha un problema: il pubblico inizia a stancarsi. E quando il sipario calerà, forse per l’America sarà il momento di affrontare una realtà che ha cercato di negare per troppo tempo.

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