Alex Saab consegnato agli USA: il chavismo si autodivora davanti a Washington

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La deportazione di Alex Saab negli USA da parte del nuovo potere venezuelano segna una svolta simbolica devastante: il chavismo consegna agli avversari uno degli uomini che per anni aveva definito simbolo della resistenza antiamericana. La controrivoluzione sembra ormai interna.

Venezuela, Alex Saab e il tradimento terminale del chavismo: la rivoluzione consegnata in manette a Washington

Il 17 maggio il governo venezuelano guidato da Delcy Rodríguez ha confermato la deportazione negli Stati Uniti di Alex Saab, imprenditore colombiano-venezuelano e figura storicamente legata all’apparato economico del chavismo. Saab è arrivato a Miami sotto custodia federale americana dopo essere stato arrestato mesi fa a Caracas in un’operazione congiunta tra apparati venezuelani e statunitensi. Secondo Reuters e El País, Saab potrebbe ora collaborare con la magistratura americana nei procedimenti contro Nicolás Maduro e Cilia Flores.

Per capire la portata politica della vicenda bisogna ricordare chi fosse Saab per il chavismo. Non un semplice imprenditore. Non soltanto il presunto “tesoriere” del sistema Maduro, come sostengono da anni Washington e la stampa occidentale. Saab era diventato il simbolo stesso della resistenza economica venezuelana all’assedio finanziario statunitense. Era l’uomo incaricato di mantenere aperti canali commerciali, importazioni alimentari, triangolazioni economiche e circuiti finanziari alternativi mentre il Venezuela veniva strangolato da sanzioni, sequestri e isolamento bancario internazionale.

Quando venne arrestato a Capo Verde nel 2020, il chavismo lo trasformò immediatamente in un caso geopolitico internazionale. Caracas lo definì inviato diplomatico perseguitato dagli Stati Uniti. Maduro lo celebrò come uomo della rivoluzione bolivariana. La propaganda governativa lo elevò quasi a simbolo dell’anti-imperialismo contemporaneo. Oggi, invece, quello stesso apparato lo consegna agli Stati Uniti come un pacco diplomatico deteriorato.

La rivoluzione che cambia lessico mentre cambia padrone

La parte più interessante — e più tragica — della vicenda non è giudiziaria ma politica. Per anni molti osservatori critici verso l’imperialismo americano hanno continuato a leggere le ambiguità del Venezuela come tattica, adattamento, sopravvivenza dentro una situazione geopolitica estrema. Del resto Washington non ha mai smesso di lavorare per la destabilizzazione del paese: sanzioni petrolifere, guerra finanziaria, riconoscimento di governi paralleli, sequestri di riserve all’estero, sostegno all’opposizione radicale. Tutto vero. Ma proprio per questo la deportazione di Saab assume un valore devastante. Perché segnala che il mutamento probabilmente non sta avvenendo dall’esterno ma dentro gli stessi apparati del potere venezuelano.

La controrivoluzione contemporanea non arriva più necessariamente coi carri armati davanti al palazzo presidenziale. Arriva spesso attraverso una lenta mutazione interna degli equilibri politici, mentre il linguaggio ufficiale continua a parlare di sovranità, resistenza e rivoluzione bolivariana. È un processo molecolare: prima le aperture economiche selettive, poi la normalizzazione diplomatica, infine la collaborazione securitaria con gli stessi Stati Uniti che fino a ieri venivano descritti come il centro dell’aggressione imperialista.

Washington vince, ma il prezzo politico è enorme

Naturalmente gli Stati Uniti stanno sfruttando il momento con la solita ipocrisia morale travestita da legalità internazionale. Washington, che per anni ha strangolato economicamente il Venezuela provocando effetti sociali devastanti, oggi si presenta come garante della giustizia e della democrazia regionale. La stessa potenza che sequestra beni sovrani, finanzia destabilizzazioni e applica sanzioni extraterritoriali pretende ora di impartire lezioni sullo stato di diritto.

Ma il problema, per chi aveva guardato al chavismo come argine geopolitico all’unipolarismo americano, è ancora più amaro. Perché il tradimento più grave non arriva dal nemico storico. Arriva da settori interni che sembrano aver scelto la sopravvivenza politica personale attraverso la normalizzazione con Washington.

E infatti il dettaglio più umiliante della vicenda non è soltanto la deportazione di Saab. È il fatto che il nuovo potere venezuelano abbia perfino messo in discussione la sua cittadinanza venezuelana, prendendo improvvisamente sul serio le stesse categorie giuridiche americane che il chavismo aveva contestato per anni.

Anche nel tradimento, normalmente, si tenta almeno di salvare la forma. Qui invece la forma viene demolita con zelo quasi collaborazionista.

Per questo il caso Saab pesa simbolicamente molto più del suo valore processuale. Perché racconta la possibile fine di un ciclo storico latinoamericano. E lascia una domanda sgradevole sul tavolo: quando una rivoluzione inizia a consegnare i propri uomini agli avversari geopolitici, il problema è ancora l’assedio esterno o è già cominciata la decomposizione interna?

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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