Acerbo: “Tutti pazzi per Sanchez, però…”

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Riflessione di Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, in risposta alle polemiche: analizza il modello spagnolo di Pedro Sánchez, dove – con tutte le contraddizioni – la sinistra radicale ha comunque inciso sulle politiche. Non alleanza ideale, ma scelta tattica contro destra e neoliberismo.

Tutti pazzi per Sanchez

Divertente notare che plaudono a Sanchez compagne/i che in Italia sono ferocemente contrari alla nostra proposta di fronte per la Costituzione con Schlein, Conte e AVS (e non solo loro).

Si dà il caso che dell’internazionale progressista di Sanchez faccia parte proprio Elly Schlein che è intervenuta a Barcellona. Un fatto politico positivo perché Renzi, Gentiloni, Letta ecc. avevano come riferimenti Blair e Macron.

Chi presenta come un tradimento una desistenza doverosa per cacciare Meloni dimentica che in Spagna il socialista Sanchez è riuscito a fare il governo grazie ai voti del partito comunista e delle altre formazioni della sinistra radicale.

Il PSOE, il partito di Sanchez, come il PD e gli altri partiti “socialisti” europei, è stato per molti anni l’avversario principale della sinistra radicale e dei movimenti, una vera schifezza neoliberista con altissimi livelli di corruzione. Ricordo di aver partecipato in Spagna a cortei in cui manifestanti gridavano ‘PSOE – PPE misma mierda’.

Lo stesso Sanchez tentò, con un più volte ripetuto ricorso alle urne, di fare fuori la sinistra radicale con il voto utile (il sistema elettorale è diverso dal nostro ma non mi dilungo a spiegarlo). Podemos e Izquierda Unida ebbero l’intelligenza di cambiare tattica e di passare dal “che se ne vadano tutti” alla proposta di governo di sinistra. Mentre l’establishment socialista propendeva per un governo di grande coalizione col centrodestra del PPE fu la sinistra radicale a chiedere il voto come garanzia di un governo della sinistra.

Sanchez ebbe anche lui abbastanza intelligenza da smarcarsi dal vecchio establishment che avrebbe sacrificato la sua leadership a un governo con la destra e decise di tentare la carta dell’accordo con Unidas Podemos e poi con Sumar, movimenti indipendentisti e regionali, ecc.

Non ne è venuto fuori un governo rivoluzionario ma sicuramente l’unico governo progressista in Europa. L’agenda neoliberista è stata ridimensionata e sono stati approvati provvedimenti proposti da comunisti e sinistra radicale come l’aumento del salario minimo, l’abolizione di molte norme di precarizzazione del lavoro, l’obbligo per le piattaforme di assumere come dipendenti i rider, ecc. E una politica estera più autonoma da Commissione Europea, NATO e Stati Uniti, più critica verso Israele. Non certo il socialismo ma concrete conquiste per la classe lavoratrice, le donne, le persone lgbtq+, ecc.

Chi obietta che il Pd rimane una schifezza dentro la quale ci sono tanti responsabili di politiche neoliberiste antipopolari o ras di sistemi di potere clientelari e affaristici non dice una cosa sbagliata. Li ho combattuti per una vita e li conosco molto bene. Ma questo vale anche di più per il PSOE spagnolo.

Eppure le leadership di questi partiti ‘socialisti’ hanno scelto una svolta progressista che li rende oggi, al contrario del passato, interlocutori possibili della sinistra radicale che per anni li ha criticati duramente.

In Italia è capitato che il voto popolare nelle primarie ha sparigliato i giochi e solo dei cechi possono non vedere che la destra economica e bellicista (chiamarli centristi è esagerato) sta tentando da tempo con i suoi esponenti politici, commentatori e media di delegittimare Elly Schlein considerata troppo sovversiva. Sono gli stessi ambienti che hanno preferito con Letta (e Draghi) consegnare l’Italia a Meloni piuttosto che dover rischiare di vincere con un alleato come il M5S di Conte contrario all’invio di armi all’Ucraina.

Quello che chiamano ‘campo largo’ è carico di contraddizioni e per ora non ha un programma. Però non ha più come interlocutore privilegiato la Confindustria ma la Cgil e non pare avere l’agenda Draghi come priorità. Al contrario di Meloni e Giorgetti che applicano i diktat di Bruxelles e della NATO come soldatini.

Ci sarebbe molto da dire sull’incontro progressista di Barcellona. Di sicuro propone un asse con i governi di sinistra dell’America Latina, il no al bloqueo di Cuba e esprime un orientamento verso la pace, il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione con la Cina e i Brics, una politica contro la disuguaglianza a partire dalla tassazione delle grandi ricchezze. Forse è troppo entusiasta il manifesto ma certo siamo lontani dalla “terza via” di Blair.

Senza nasconderci gli aspetti contraddittori (accordo UE Mercosur, posizione di Sanchez su guerra in Ucraina ed esercito europeo, politiche europee, video di Hillary Clinton) il messaggio di Barcellona, democratico, antifascista e contro l’imperialismo MAGA e i crimini di Israele è ben diverso dalla piattaforma ordoliberista e di oltranzismo bellicista finora prevalsa in Europa.

È naturale l’interlocuzione per noi partiti comunisti e anticapitalisti, ecologisti e femministi della European Left che contemporaneamente abbiamo tenuto il congresso a Bruxelles con, tra gli invitati, Jeremy Corbyn, i Democratic Socialists of America di Mamdami, palestinesi e cubani.

Non siamo la stessa cosa ma dobbiamo trovare il modo di costruire fronti per sconfiggere l’ondata di fascismo planetaria di cui Trump è protagonista.

Le parole preoccupate di Lula sulla necessità di fermare il fascismo, il nazismo e che evocano Hitler non sono propaganda dopo il genocidio a Gaza. E vengono da un continente in cui tutti i governi di sinistra – non solo Cuba Venezuela – sono stati apertamente minacciati da Trump. Occorre tenerle a mente mentre discutiamo di tattiche elettorali a casa nostra in vista delle elezioni politiche 2027.

 

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Maurizio Acerbo
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

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