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La Cina accusa gli USA di arroganza e violazioni del diritto internazionale dopo il rifiuto del visto al Presidente palestinese ʿAbbās. L’ONU consente il suo intervento in video. Washington isola se stessa, ponendo nuovi veti al cessate il fuoco a Gaza.
Visto negato a ʿAbbās: la Cina accusa gli USA di arroganza all’ONU
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua 80ª sessione del 19 settembre 2025, ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che consente al Presidente palestinese Maḥmūd ʿAbbās di intervenire via collegamento video alla settimana di alto livello dei leader mondiali. La decisione si è resa necessaria dopo che Washington ha negato il visto al capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, impedendogli così la presenza fisica a New York.
La risoluzione è stata approvata con 145 voti favorevoli, 5 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati Stati Uniti e Israele, confermando la loro linea tradizionalmente ostile a ogni iniziativa che rafforzi la legittimità internazionale della causa palestinese.
Per Pechino, la vicenda rappresenta un chiaro segnale della crescente arroganza statunitense e del suo progressivo isolamento diplomatico. L’inviato cinese alle Nazioni Unite, Geng Shuang, ha sottolineato come gli Stati Uniti continuino a violare lo spirito e la lettera degli accordi internazionali, utilizzando il loro ruolo di Paese ospitante in modo discriminatorio.
Pechino: “Gli USA violano il diritto internazionale”
Secondo Geng, l’atteggiamento americano non si limita al caso del visto negato. Da anni Washington assume una posizione sbilanciata sulla questione palestinese, bloccando sistematicamente le iniziative dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza per promuovere un cessate il fuoco a Gaza. Al contempo, gli Stati Uniti continuano a garantire protezione diplomatica a Israele, nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
Il diplomatico cinese ha richiamato l’attenzione sulla risoluzione approvata lo scorso anno in una Sessione Speciale d’Emergenza, la quale stabilisce chiaramente che la Palestina, in quanto Stato osservatore, gode del diritto a una partecipazione effettiva alle conferenze e riunioni convocate dalle Nazioni Unite. L’Accordo relativo alla sede dell’ONU, ha ricordato Geng, obbliga il Paese ospitante a garantire il rilascio dei visti per consentire la presenza dei delegati. L’atteggiamento statunitense, dunque, appare contrario non solo alle regole diplomatiche ma anche agli obblighi giuridici internazionali.
Nonostante ciò, alla vigilia della nuova sessione, Washington ha annunciato la revoca dei visti per diversi funzionari palestinesi, innescando critiche e preoccupazioni. Pechino ha espresso “profonda insoddisfazione” e invitato gli Stati Uniti a rispettare la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la Convenzione ONU sulle prerogative e immunità.
Nuovo veto americano sul cessate il fuoco a Gaza
L’episodio del visto negato si inserisce in un contesto più ampio: quello della decima riunione millenaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, durante la quale gli Stati Uniti hanno posto nuovamente il veto a una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente a Gaza. La proposta, elaborata dai dieci membri non permanenti del Consiglio, prevedeva anche la rimozione delle restrizioni israeliane agli aiuti umanitari e il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas e altri gruppi armati.
Il veto americano ha provocato indignazione in numerose capitali e ha rafforzato la percezione di un Paese sempre più isolato nelle sue posizioni, in particolare riguardo al conflitto israelo-palestinese. La Cina ha rimarcato che un tale comportamento mina la credibilità del Consiglio di Sicurezza e ostacola il lavoro della comunità internazionale per una pace duratura in Medio Oriente.
La crescente frattura diplomatica
Il caso del visto negato ad ʿAbbās e l’ennesimo veto al cessate il fuoco evidenziano una tendenza di lungo periodo: gli Stati Uniti, tradizionalmente considerati garanti dell’ordine internazionale, finiscono per porsi sempre più spesso come ostacolo ai processi multilaterali, specie quando questi mettono in discussione la loro alleanza con Israele.
La Cina, dal canto suo, coglie l’occasione per rafforzare il proprio profilo di potenza difensore del diritto internazionale e promotrice di un multilateralismo alternativo a quello guidato da Washington. Una dinamica che riflette le tensioni geopolitiche globali e che, sul piano simbolico, fa apparire il rifiuto di un semplice visto come una prova lampante di un declino di credibilità americana.

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