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L’UE inserisce la Turchia tra le minacce sistemiche insieme a Russia e Cina, mentre resta impotente di fronte all’espansione israeliana. Una politica estera incoerente, tra retorica e doppi standard, che rivela il fallimento strategico europeo.
Europa, la bussola rotta: Ankara nemico, Tel Aviv interlocutore
Nel giorno in cui l’Unione europea dimostra, ancora una volta, la propria irrilevanza operativa nel tentativo di frenare l’azione militare israeliana, arriva una dichiarazione che suona più come un lapsus che come una linea strategica: Ursula von der Leyen invoca la necessità di “completare il continente europeo” per sottrarlo all’influenza di Russia, Cina e – novità non marginale – Turchia.
Il cortocircuito è evidente. Nel pieno di una crisi mediorientale che vede Benjamin Netanyahu intensificare le operazioni militari e ridefinire unilateralmente gli equilibri territoriali, aumentando le tensioni proprio con Erdogan, Bruxelles individua come minaccia sistemica un paese membro della NATO. Non un avversario esterno, ma un alleato formale. Un partner scomodo, certo, ma pur sempre integrato in quel sistema di sicurezza che l’Europa continua a evocare come fondamento della propria stabilità.
Nel frattempo, Israele pubblica una mappa operativa per una “zona cuscinetto” nel sud del Libano che ingloba anche il giacimento di gas di Qana. Una mossa che, al netto delle formule diplomatiche, ha implicazioni economiche e strategiche rilevanti. Eppure, da Bruxelles, nessuna leva concreta viene attivata per condizionare o anche solo rallentare questa espansione de facto. L’Unione osserva, commenta, si dichiara “preoccupata”. E poi torna a discutere di architetture teoriche.
Il paradosso strategico europeo
Inserire la Turchia nello stesso perimetro concettuale di Russia e Cina significa operare una semplificazione che sfiora la caricatura. Turchia è un attore regionale assertivo, spesso ambiguo, talvolta apertamente conflittuale con alcune capitali europee. Ma è anche un nodo essenziale per la gestione dei flussi migratori, un perno energetico e un attore militare integrato nelle strutture occidentali.
Equipararla a potenze che l’UE definisce esplicitamente rivali sistemici non è solo un errore analitico: è una scelta politica che rischia di produrre conseguenze concrete. Significa, di fatto, spingere Ankara verso ulteriori margini di autonomia strategica, rafforzando proprio quelle dinamiche che Bruxelles dichiara di voler contenere.
Il dato più sorprendente, tuttavia, è un altro: mentre si costruisce una narrazione di contenimento nei confronti della Turchia, non si riesce a elaborare una posizione coerente rispetto a Israele. L’azione militare in corso, le tensioni regionali, le implicazioni energetiche – tutto viene ricondotto a un registro di dichiarazioni prudenti, quando non evasive.
Oltre alla palese sudditanza verso Tel Aviv, che sfiora ormai il grottesco, a politica estera europea appare come un esercizio di equilibrismo retorico: molto attenta a definire minacce astratte, assai meno capace di incidere su quelle concrete.
Il risultato è una narrazione che tende a scivolare verso una lettura civilizzazionale dei conflitti: da un lato un “noi” da proteggere, dall’altro una serie di “altri” da contenere, classificati in modo sempre più grossolano. Russia e Cina erano già lì. Ora si aggiunge la Turchia. Domani, chissà.

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