Sudan, continua la guerra invisibile: milioni di sfollati fuori dal radar globale

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Guerra in Sudan: oltre 11 milioni di sfollati, carestie e centinaia di migliaia di morti. Ma resta fuori dai riflettori globali. Un conflitto alimentato da interessi esterni e ignorato perché geopoliticamente “irrilevante”.

Sudan, tre anni di guerra e 11,6 milioni di sfollati: la crisi che non fa notizia

Il 15 aprile 2023 è iniziata una guerra che oggi coinvolge oltre 33 milioni di persone bisognose di assistenza e ha prodotto circa 11,6 milioni di sfollati. Le Nazioni Unite la definiscono “una delle peggiori crisi umanitarie al mondo”. Eppure il conflitto in Sudan resta ai margini dell’attenzione globale.

I numeri sono difficili da ignorare: carestie riconosciute ufficialmente in più aree del Paese, sistema sanitario collassato all’80%, infrastrutture idriche distrutte in larga parte. Eppure la copertura mediatica è intermittente, subordinata alla gerarchia geopolitica del momento. Prima l’Ucraina, poi Gaza, poi le tensioni con l’Iran. Il Sudan scivola sempre dopo.

Generali, milizie e una guerra per il controllo delle risorse

Il conflitto nasce da uno scontro interno al potere militare. Da una parte il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Sudanese Armed Forces. Dall’altra Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Rapid Support Forces, eredi dirette delle milizie Janjaweed già protagoniste delle violenze in Darfur nei primi anni Duemila.

Non è una guerra ideologica. È una guerra per il controllo di territori, rotte commerciali e risorse. Oro, gomma arabica, snodi logistici: il Sudan è un nodo strategico nel continente africano, e proprio per questo conteso.

Il Paese è oggi diviso: il centro-est, inclusa Khartoum e Port Sudan, è sotto il controllo dell’esercito regolare; il sud-ovest e gran parte del Darfur sono dominati dalle RSF. Il fronte si sposta continuamente, con un’intensificazione recente dei combattimenti nella regione del Kordofan.

Le stime sulle vittime sono incerte, ma rivelatrici. L’inviato statunitense Tom Perriello aveva parlato nel 2024 di circa 150.000 morti. Oggi, secondo valutazioni riportate anche dal The New York Times, la cifra potrebbe aver superato i 400.000.

Nel frattempo, la macchina umanitaria fatica a operare. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere denunciano attacchi agli operatori, violenze diffuse e ostacoli sistematici alla distribuzione degli aiuti.

La guerra ignorata e le responsabilità globali

Il conflitto sudanese non è isolato. È alimentato — direttamente o indirettamente — da attori esterni. Gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di sostenere le RSF, mentre l’Egitto appoggia le forze regolari. Indagini giornalistiche hanno suggerito anche il coinvolgimento di reti regionali nella formazione e nel supporto logistico.

Nel frattempo, le risorse del Sudan continuano a fluire verso i mercati internazionali. L’oro esce, le armi entrano. Un equilibrio perverso che consente alla guerra di autosostenersi.

Sul piano umanitario, la situazione è prossima al collasso totale. Circa 29 milioni di persone sono a rischio fame. Il sistema alimentare è distrutto: campi bruciati, raccolti saccheggiati, agricoltori uccisi. I prezzi sono fuori controllo: beni di prima necessità diventano inaccessibili per gran parte della popolazione.

Eppure, la risposta internazionale resta insufficiente. Il piano di aiuti da 2,87 miliardi di dollari è finanziato per appena il 16%. Gli interventi europei, pur rilevanti sul piano simbolico, non incidono sulla dinamica del conflitto. È una crisi geopolitica ignorata. Non perché manchino le informazioni, ma perché manca l’interesse. Questo produce un effetto concreto: l’assenza di pressione internazionale efficace. I negoziati falliscono, le parti in guerra non hanno incentivi reali a fermarsi, e il conflitto continua a espandersi.

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