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Gli USA rispondono al blocco di Hormuz con la minaccia di chiudere tutto, colpendo alleati e mercato globale. L’Iran aggira con accordi mirati, la Cina osserva e prepara contromosse. L’Europa paga. Più che strategia, sembra il sintomo del declino americano.
Hormuz: Washington chiude il mondo e scopre di non controllarlo più
C’è una sottile linea che separa la strategia dalla caricatura della strategia e Washington sembra aver deciso, ancora una volta, di attraversarla con entusiasmo. Alla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana, gli Stati Uniti hanno risposto con una misura speculare: restringere ulteriormente i flussi. Tradotto: se non possiamo controllare il traffico, meglio bloccarlo per tutti. Una logica che farebbe sorridere, se non riguardasse uno dei choke point energetici più cruciali del pianeta.
Il risultato? Una paralisi che non colpisce solo Teheran, ma l’intero sistema globale, a partire dagli alleati occidentali. Un capolavoro di strategia autodistruttiva, degno della stessa scuola che aveva previsto il collasso rapido della Russia a colpi di sanzioni — con effetti collaterali devastanti, però, soprattutto per l’Europa.
Il capolavoro strategico: bloccare il mondo per colpire l’Iran
Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio geografico: da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale. Intervenire su quel nodo significa agire direttamente sul sistema nervoso dell’economia globale. Eppure la risposta americana sembra ignorare questa evidenza elementare.
L’idea di fondo è semplice quanto discutibile: impedire all’Iran di esercitare un controllo selettivo sul traffico marittimo, trasformando lo spazio in una zona di interdizione generalizzata. Una mossa che, lungi dall’isolare Teheran, finisce per penalizzare tutti gli attori economici coinvolti, inclusi partner storici degli Stati Uniti.
Nel frattempo, l’Iran ha giocato una partita più sottile. Nelle settimane precedenti, Teheran ha stretto accordi bilaterali con diverse potenze — tra cui Cina, India, Giappone e perfino alcuni paesi europei — garantendo passaggi selettivi. Una diplomazia pragmatica che ha messo in difficoltà la narrativa americana del controllo totale.
Ed è proprio questo il punto: la supremazia statunitense si fonda da decenni sul dominio delle rotte marittime. Vedere altri attori negoziare accessi indipendenti equivale a una perdita di egemonia. Inaccettabile, evidentemente. Da qui la scelta di “azzerare il gioco”. Peccato che, così facendo, si colpiscano prima gli altri — e subito dopo sé stessi.
Europa spettatrice, Cina giocatrice
Il prezzo di questa partita non lo pagherà solo il Medio Oriente. L’Europa, già fragile sul piano energetico, rischia di essere la principale vittima collaterale. Senza una strategia autonoma e con una leadership politica incapace di prendere iniziative indipendenti, il continente si trova ancora una volta esposto alle conseguenze delle decisioni altrui.
Diverso il discorso per la Cina. Pechino osserva, calcola, e prepara le contromosse. Tra queste, una leva tutt’altro che simbolica: il debito americano. La Cina è uno dei principali detentori di titoli del Tesoro statunitense, e in uno scenario di tensione crescente potrebbe decidere di usare questo strumento come arma negoziale.
In altre parole, mentre Washington gioca a chiudere gli stretti, Pechino potrebbe iniziare ad aprire crepe ben più profonde nel sistema finanziario globale.
L’unilateralismo americano, lungi dal rafforzarsi, mostra segni di affaticamento. Le scelte impulsive, spesso influenzate da dinamiche politiche interne e da alleanze discutibili, rischiano di produrre effetti opposti a quelli dichiarati. E sullo sfondo resta la postura israeliana, molto meno ambigua: nessuna trattativa, nessuna mediazione, solo pressione militare continua. Una linea che contribuisce a irrigidire ulteriormente il contesto e a rendere ogni de-escalation sempre più improbabile.
Quanto ancora gli Stati Uniti potranno permettersi di confondere la forza con l’improvvisazione?

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