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Schizofrenia ANPI: Contro il riarmo, ma a favore di chi lo guida

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Il manifesto ANPI contro il riarmo, ma schierato con Mattarella, rivela la crisi della sinistra istituzionale: antifascismo rituale, rimozione delle responsabilità politiche e piena adesione al consenso bellico sotto copertura morale.

ANPI e il riarmo: l’antifascismo come alibi istituzionale

Il manifesto con cui l’ANPI dichiara di opporsi al riarmo, ribadendo al contempo il proprio sostegno al Presidente della Repubblica, non è un semplice cortocircuito comunicativo. È qualcosa di più strutturale, e per questo più inquietante: la rappresentazione plastica di una sinistra che ha rinunciato alla coerenza politica per rifugiarsi in un antifascismo rituale, ridotto a cornice identitaria buona per ogni stagione.

Sergio Mattarella, piaccia o no, è oggi uno dei principali garanti istituzionali del riarmo italiano. Le sue dichiarazioni pubbliche, sempre più frequenti negli ultimi mesi, insistono sulla necessità di rafforzare la capacità militare nazionale ed europea, di adempiere agli impegni Nato, di considerare la guerra come orizzonte strutturale della sicurezza continentale. È una linea chiara, coerente, perfettamente inserita nel nuovo consenso bellico occidentale. Fingere che non sia così significa non fare analisi politica, ma esercizio di autoassoluzione.

Ed è qui che l’ANPI mostra il suo volto più problematico. Dichiararsi contro il riarmo “ma con Mattarella” equivale a sostenere di essere vegetariani mentre si inaugura una steakhouse. Non è ambiguità: è rimozione deliberata del nesso tra scelte politiche e responsabilità istituzionali.

Il Presidente della Repubblica non è una figura ornamentale, né un simulacro neutro sopra la storia. È un attore politico, nel senso pieno e costituzionale del termine, e oggi incarna una precisa traiettoria: quella dell’integrazione militare, del vincolo atlantico, dell’economia di guerra.

Questo atteggiamento non nasce dal nulla. Da almeno trent’anni una parte consistente della sinistra italiana ha lavorato a un’operazione chirurgica: conservare i simboli, svuotare i contenuti. L’antifascismo è rimasto, la sovranità popolare no. Bella ciao si canta ancora, ma nel frattempo sono stati sostenuti governi che hanno smantellato welfare, pensioni, sanità pubblica, scuola statale; che hanno accettato senza fiatare il primato del vincolo esterno; che hanno trasformato il Parlamento in un passacarte e la democrazia in una procedura amministrativa.

In questo processo, figure come Prodi, Monti, Napolitano, Draghi sono state legittimate come “necessarie”, “responsabili”, “inevitabili”. L’ANPI, certo non da sola, ha contribuito a costruire questo clima, offrendo una copertura morale a scelte che nulla avevano a che fare con l’eredità della Resistenza. Oggi quella stessa copertura viene estesa al riarmo, purché avvenga sotto l’egida rassicurante del Quirinale.

Il risultato è una schizofrenia politica che non produce più nemmeno consenso, ma solo discredito. L’elettorato di sinistra, disabituato da anni a distinguere tra forma e sostanza, tra valori proclamati e politiche reali, è stato educato a pensare che basti stare “dalla parte giusta” simbolicamente, mentre tutto il resto può scivolare via. Così si può essere contro la guerra e a favore di chi la prepara; pacifisti a parole e disciplinati sostenitori dell’industria bellica nei fatti.

La “faglia Mattarella” – per usare una metafora geologica – non è abitabile. O si sta dalla parte del riarmo, o contro. Le formule intermedie servono solo a tranquillizzare le coscienze, non a fermare i carri armati. E quando l’antifascismo diventa un alibi per giustificare l’ordine esistente, smette di essere memoria viva e diventa liturgia. Con l’aggravante di pretendere ancora di parlare a nome di una storia che, a questo punto, meriterebbe almeno il rispetto del silenzio.

*Questo articolo parte da una considerazione di Gabriele Busti che ringraziamo per l’ispirazione.

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