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Merz rafforza a Kyiv l’impegno militare tedesco verso l’Ucraina mentre in patria l’AfD conquista per la prima volta la presidenza di un parlamento regionale e l’ex capo del BND Hanning viene arrestato per spionaggio. Berlino scopre che la guerra ha anche una dimensione interna.
Merz corre a Kyiv mentre a Berlino saltano i lucchetti: AfD sfonda e l’ex capo del BND finisce in manette
Friedrich Merz era a Kyiv il 4 ottobre per annunciare oltre 1,3 miliardi di euro di nuovi aiuti alla Ucraina, di cui circa un miliardo destinato all’assistenza militare, mentre a Berlino il governo tedesco si ritrovava alle prese con due problemi che hanno poco di simbolico: l’avanzata istituzionale dell’AfD e un clamoroso caso di presunto spionaggio che coinvolge August Hanning, già presidente del Bundesnachrichtendienst, il servizio segreto esterno tedesco.
La visita del cancelliere in Ucraina non è stata una dichiarazione formale di guerra alla Russia, naturalmente, ma il linguaggio utilizzato da Merz appartiene a una fase ormai apertamente conflittuale dei rapporti tra Berlino e Mosca. Il cancelliere ha ribadito che la Germania continuerà a sostenere Kyiv, ha annunciato nuovi finanziamenti militari e ha collegato la sicurezza ucraina direttamente a quella europea. «Se la Russia non viene fermata, prima o poi la sua macchina da guerra si rivolgerà contro di noi», ha dichiarato al suo arrivo.
A Kyiv Berlino ha inoltre sottoscritto una serie di accordi con aziende e istituzioni ucraine, mentre Merz ha annunciato nuovi investimenti nella produzione di droni, sistemi di difesa e tecnologie militari. La Germania, secondo i dati diffusi durante la visita, ha già destinato all’Ucraina oltre 43 miliardi di euro dall’inizio dell’invasione russa.
Il quadro internazionale, del resto, si è ulteriormente deteriorato proprio mentre Merz era in Ucraina. Nelle ore successive sono arrivati nuovi massicci attacchi russi contro diverse regioni ucraine, con vittime civili e danni alle infrastrutture energetiche. Mosca sostiene di avere colpito obiettivi militari e industriali; Kyiv ha denunciato attacchi contro infrastrutture e popolazione.
Ma mentre il cancelliere costruiva a Kyiv l’immagine della Germania come principale pilastro europeo della resistenza ucraina, in patria il pavimento politico cominciava a scricchiolare.
A Magdeburgo il muro contro AfD perde i mattoni
Il 6 ottobre, nella prima seduta del nuovo parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, 35 anni, esponente dell’AfD, è stato eletto presidente del Landtag con 48 voti su 82. È il primo esponente dell’AfD a ottenere la presidenza di un parlamento regionale tedesco. Il risultato è significativo soprattutto perché il partito dispone di 39 seggi e il BSW, che aveva annunciato il proprio sostegno a Rausch, ne possiede cinque. I 48 voti ottenuti indicano dunque almeno quattro consensi aggiuntivi rispetto alla somma dei due gruppi.
Da dove siano arrivati quei quattro voti non è possibile stabilirlo con certezza: il voto era segreto. È stata però immediata l’attenzione sui deputati della CDU, perché la possibile provenienza di quei consensi rappresenterebbe una violazione politica del principio della Brandmauer, il cosiddetto cordone sanitario costruito dai partiti tradizionali contro la collaborazione con l’AfD.
Non è corretto trasformare l’ipotesi in un fatto: al momento non risultano defezioni CDU formalmente dichiarate. Ma il dato politico rimane, perché 48 è maggiore di 44 e quattro voti, in politica, possono pesare molto più della loro aritmetica.
Il passaggio arriva dopo la vittoria dell’AfD alle elezioni regionali del 6 settembre, quando il partito ha ottenuto quasi il 44% dei voti, restando però a tre seggi dalla maggioranza assoluta.
Il suo candidato alla guida del governo regionale, Ulrich Siegmund, non dispone quindi dei numeri necessari per governare da solo e dovrà cercare una soluzione parlamentare entro dicembre. Il BSW ha escluso una coalizione formale con AfD, ma ha lasciato aperta la possibilità di astenersi in determinati passaggi.
Per Merz è un problema serio. La CDU continua a governare a livello federale insieme alla SPD, mentre nello stesso tempo il principale partito della destra radicale tedesca cresce in diversi Länder e cerca di trasformare il consenso elettorale in potere istituzionale. La domanda non è più soltanto se la Brandmauer esista, ma quanto sia ancora impermeabile.
E qui arriva il secondo incendio.
La Germania che accusa Mosca scopre una falla nei propri servizi
Il caso August Hanning è ancora più delicato perché investe direttamente l’apparato di sicurezza dello Stato.
Hanning, 80 anni, ha diretto il BND dal 1998 al 2005 ed è stato successivamente sottosegretario al ministero dell’Interno. È stato arrestato il 6 ottobre con l’accusa di spionaggio, acquisizione di segreti di Stato e tentato tradimento. Insieme a lui è stato arrestato Manfred D., ex responsabile dell’ufficio di Hanning e dipendente del BND fino alla primavera del 2026.
Secondo la procura, Manfred D. avrebbe fornito nel corso degli anni circa 2.000 documenti riservati a Hanning, che li avrebbe acquistati e utilizzati anche per elaborare un’analisi destinata a un servizio segreto straniero. Tra il materiale vi sarebbero informazioni sul programma nucleare iraniano, sulle forze armate russe e documenti classificati provenienti da servizi di intelligence alleati.
La questione è talmente grave che non riguarda soltanto l’eventuale responsabilità penale dei due uomini. Un servizio segreto vive di una materia prima che non compare nei bilanci: la fiducia. Se un ex vertice del BND può ottenere migliaia di documenti riservati attraverso un funzionario che ha mantenuto accesso all’apparato fino a pochi mesi fa, la domanda diventa inevitabilmente più ampia. Non soltanto chi abbia ricevuto quelle informazioni, ma quanto sia robusto il sistema che avrebbe dovuto impedirne la sottrazione.
E c’è un particolare politicamente significativo: secondo le informazioni raccolte da Reuters, il caso non riguarda la Russia. Le autorità non hanno identificato pubblicamente il servizio straniero destinatario delle informazioni; indiscrezioni giornalistiche hanno indicato un possibile collegamento con l’Azerbaigian, circostanza che Baku ha successivamente negato.
Questo dettaglio dovrebbe impedire una scorciatoia narrativa piuttosto comoda: Berlino denuncia lo spionaggio russo e, contemporaneamente, scopre una propria falla interna, dunque “la Russia era dietro tutto”. No. Le informazioni disponibili non autorizzano questa conclusione. Il paradosso, semmai, è un altro.
Mentre il nuovo presidente del BND Martin Jäger sostiene che la Germania si trovi davanti a una crescente “guerra ombra” russa, con cyberattacchi, operazioni di intelligence e tentativi di destabilizzazione, e mentre Merz descrive la minaccia russa come un problema diretto per la sicurezza europea, il principale scandalo di intelligence esploso in questi giorni nasce dentro la stessa macchina tedesca.
Non significa che le accuse contro Mosca siano infondate. Significa che una politica di sicurezza seria dovrebbe essere capace di tenere insieme entrambe le cose: la valutazione delle minacce esterne e l’analisi spietata delle proprie vulnerabilità.
È qui che la vicenda diventa politicamente interessante.
La Germania di Merz sta scegliendo un profilo internazionale sempre più assertivo, investe nella difesa, aumenta il sostegno militare a Kyiv e interpreta la guerra in Ucraina come una questione direttamente connessa alla propria sicurezza. Contemporaneamente, dentro il Paese, l’AfD conquista posizioni istituzionali e la macchina dell’intelligence viene investita da uno scandalo che mette in discussione proprio quella sicurezza che il governo promette di rafforzare.
La fotografia è quasi troppo perfetta per essere vera: il cancelliere vola a Kyiv per spiegare che la guerra non deve arrivare in Germania, torna a casa e trova l’AfD seduta sulla poltrona più alta di un parlamento regionale e un ex capo dei servizi segreti in custodia cautelare.
Naturalmente la politica non è una commedia di Feydeau, anche quando sembra impegnarsi moltissimo per assomigliarle.
Il problema di Merz non è soltanto la Russia. È la capacità della Germania di mantenere contemporaneamente una politica estera muscolare, una strategia di sicurezza credibile e una tenuta interna sufficiente a impedire che le tensioni prodotte dalla guerra, dalla trasformazione economica e dalla crisi della rappresentanza vengano raccolte da chi promette di abbattere la Brandmauer.
Quanto può reggere una politica costruita sull’idea di una minaccia esterna permanente quando, dentro casa, le sue stesse barriere cominciano a cedere?

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