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venerdì 3 Settembre 2021
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Grafica Veneta, arrestati per caporalato i manager dell’azienda che lamentava di non trovare lavoratori

Caporalato, i vertici di Grafica Veneta ai domiciliari. Tre anni fa l’azienda diceva: “Non troviamo giovani disposti a lavorare”.

Grafica Veneta, arrestati per caporalato i manager dell’azienda

Suo malgrado l’azienda Grafica Veneta diviene il paradigma dell’imprenditoria italiana che spazza via il campo dalle ambiguità e dalla falsa narrazione che da mesi occupa le cronache, con la costante concessionee del microfono a personaggi che, con sfumature diverse, lamentano la mancanza di mano d’opera, soprattutto tra i giovani, che preferirebbero sussidi (il satanico Reddito di Cittadinanza!) e divani ai turni lavorativi.

A leggere le cronache dell’inchiesta, c’è da capirli però questi presunti giovani: chi non preferirebbe stare a casa piuttosto che essere sequestrato in fabbrica e vessato per 4 euro all’ora? Ma andiamo con ordine.

Nel 2018 Grafica Veneta, attraverso il suo numero uno Fabio Franceschi, attaccava i giovani “colpevoli” di rinunciare alle offerte di lavoro della sua azienda per via dei turni. “La situazione è particolarmente critica nella fascia d’età dei ragazzi giovani: qualche ragazzotto che dà la disponibilità c’è ma poco dopo rinunciano per via dei turni. ‘Troppo pesante con i turni’, raccontava ai giornali.

Parliamo di un’azienda di prestigio nel campo editoriale, famosa per la stampa di best seller come la saga di Harry Potter o la biografia di Obama.

Grafica Veneta, arrestati per caporalato i manager dell'azienda che lamentava di non trovare lavoratori

A distanza di tre anni la nota azienda si è ritrovata coinvolta in una inchiesta che ha portato a 11 arresti tra cui l’amministratore delegato e il direttore dell’area tecnica dell’azienda padovana, Giorgio Bertan e Giampaolo Pinton.

Secondo la procura i due dirigenti erano a conoscenza della situazione di illegalità e dei metodi violenti usati per soggiogare e intimidire lavoratori – l’Arma ha accertato che gli operai venivano assunti con regolari contratti ma lavoravano anche fino a 12 ore al giorno, senza pause, ferie, né tutele – e avrebbero cercato di eludere i controlli di sicurezza.

L’inchiesta

Le indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale di Padova in collaborazione con il gruppo carabinieri Tutela del lavoro di Venezia, hanno appurato che per completare il confezionamento dei libri stampati, Grafica Veneta si avvaleva da anni della ditta cooperativa “B.M. Services” di Lavis (Trento), gestita da Arshad Mahmood Badar e dal figlio Asdullah, entrambi pakistani. I quali sono finiti in carcere insieme ad altri tre connazionali in quanto accusati di lesioni, rapina, sequestro di persona, estorsione e sfruttamento del lavoro. i Badar avevano alle loro dipendenze circa 35 connazionali costretti a vivereammassati in due case e che venivano prelevati alle 5 del mattino con dei pullmini e portati all’interno di Grafica Veneta dove rimanevano almeno 12 ore per applicare bollini e fascette ai bestseller.

Grafica Veneta, arrestati per caporalato i manager dell'azienda che lamentava di non trovare lavoratori

Il tutto senza pause pranzo. Ma non finisce: pagati 4,50 euro all’ora, a fine mese i lavoratori\schiavi erano costretti a ridare parte dello stipendio che veniva versato loro e dovevano anche pagare dai 150 ai 200 euro per il posto letto che occupavano nelle due abitazioni, in cui venivano riportati a fine turno e sorvegliati.

Nel maggio 2020 undici di loro hanno provato a ribellarsi, e la reazione dei Badar è stata brutale: i pakistani sono stati infatti rapiti, privati di ogni bene, picchiati selvaggiamente e abbandonati in vari paesi vicini a Piove di Sacco (Padova) legati e imbavagliati. Un episodio che ha fatto scattare le lunghe indagini, culminate con le ordinanze di custodia cautelare.

Le dichiarazioni del Procuratore di Padova Antonino Cappelleri fanno luce sulla gravità della situazione e sulla connivenza e corresponsabilità dell’azienda: “Qui non c’è soltanto la vicenda del caporalato che viene posta in essere in maniera molto cinica da datori di lavoro pakistani che offrono manodopera e determinati servizi ad aziende italiane, ma anche la compartecipazione di quest’ultime a livello organizzativo, in quanto acquistano il servizio con consapevolezza e soprattutto palese corresponsabilità”.

 

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