Elezioni in Bulgaria: Radev rovina il brunch di von der Layen

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La Bulgaria vota “male”, vince il cosiddetto “filorusso” Radev con un agenda sociale che mette in discussione alcune linee UE: più welfare, meno armi, si al gas russo. Troppo per l’establishment che già parla di “nuovo Orban”.

La Bulgaria vota “male”

Le elezioni parlamentari in Bulgaria hanno prodotto l’ennesimo corto circuito narrativo nel salotto politico europeo. Dopo mesi di editoriali rassicuranti sulla “tenuta dell’ordine europeo”, dalle urne è uscito un risultato che — a leggere certe reazioni — deve aver reso indigesto il caffè mattutino a Ursula von der Leyen.

Secondo i dati preliminari, la coalizione guidata da Rumen Radev ha ottenuto una percentuale significativa, attestandosi attorno al 40% e conquistando una posizione dominante nel nuovo parlamento. Non un plebiscito, ma abbastanza per orientare la formazione del governo. E abbastanza, soprattutto, per mandare in tilt il riflesso condizionato di una certa lettura europea: quella che divide il mondo tra progressisti “affidabili” e deviazioni da correggere. Il problema, in questo caso, è che Radev non rientra comodamente in nessuna delle due categorie.

Programmi scomodi e priorità fuori moda

La piattaforma della coalizione vincente presenta elementi che, sulla carta, dovrebbero risultare familiari alla tradizione socialdemocratica: rafforzamento della sanità pubblica, incremento delle pensioni, maggiore intervento statale nell’economia. Politiche che, fino a qualche decennio fa, avrebbero trovato cittadinanza nel lessico della sinistra europea. Oggi, invece, producono un effetto straniante. Non perché siano radicali, ma perché appaiono fuori sincrono rispetto all’agenda dominante: il ritorno a questioni materiali — salari, welfare, infrastrutture — suona quasi anacronistico. Ma il vero nodo è un altro.

Radev ha esplicitamente messo in discussione alcune direttrici della politica europea: la gestione centralizzata dell’energia, l’impostazione delle politiche di bilancio, il ruolo della Commissione. Ha inoltre aperto alla possibilità di rivedere i rapporti energetici con la Russia e di ridurre il coinvolgimento bulgaro nel supporto militare all’Ucraina. E qui il discorso smette di essere tecnico e diventa politico nel senso pieno del termine.

L’Europa di fronte allo specchio

La reazione di una parte del establishment europeo è stata prevedibile: disorientamento, seguito da una rapida ricerca di etichette. Populismo, ambiguità, deviazione. Termini utili a ricondurre l’evento a una categoria già nota, evitando di affrontarne le implicazioni: cosa succede quando una proposta politica combina elementi sociali tradizionali con una linea estera non allineata? Dove la si colloca?

Non è un caso isolato. Dinamiche simili si sono viste in altri Paesi europei, dalla Slovacchia all’Ungheria, dove la distinzione tra destra e sinistra perde progressivamente capacità esplicativa. Nel frattempo, il sistema mediatico continua a operare secondo schemi consolidati. Le vittorie “compatibili” vengono celebrate, quelle “problematiche” vengono analizzate con cautela o ridimensionate. È una gestione selettiva dell’entusiasmo, che riflette più le aspettative che la realtà. Il paradosso è evidente.

L’Unione Europea rivendica un modello basato sul pluralismo e sulla sovranità popolare, ma fatica a integrare risultati elettorali che deviano dal percorso atteso. Non si tratta di negare la legittimità del voto, ma di ridefinirne il significato.

Eppure, la politica — quella concreta — non si muove per categorie morali, ma per interessi. Se una parte dell’elettorato bulgaro ha scelto una proposta che promette maggiore protezione sociale e una revisione dei rapporti internazionali, ignorare questa scelta non la rende meno reale. La rende solo più difficile da gestire.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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