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Trump annuncia il ritorno degli USA a Bagram, mentre i Talebani bandiscono libri e materie universitarie. L’Afghanistan resta prigioniero tra geopolitica militare e oscurantismo culturale, con la popolazione e la memoria storica a pagare il prezzo più alto.
Afghanistan, tra ritorno delle basi NATO e censura talebana*
Il nome di Bagram ritorna al centro della geopolitica mondiale. Donald Trump, durante la visita ufficiale a Londra accanto al primo ministro britannico Keir Starmer, ha annunciato la volontà degli Stati Uniti di riattivare la storica base aerea, già fulcro delle operazioni NATO in Afghanistan. L’obiettivo dichiarato è contrastare la crescente influenza cinese nella regione.
La notizia segna un ulteriore passo indietro rispetto alla promessa di disimpegno americano dal Paese centroasiatico, confermando come Kabul resti uno scacchiere strategico non solo per Washington, ma anche per gli equilibri globali.
Quasi in contemporanea, la BBC Afghan ha diffuso le nuove misure restrittive adottate dal governo talebano sull’istruzione femminile. Si tratta di provvedimenti in realtà già in vigore da oltre un mese, ma ora rilanciati con forza dai media occidentali. Secondo i decreti, 140 libri scritti da donne sono stati eliminati dai programmi universitari e ben 18 materie di studio – considerate non conformi alla legge islamica – sono state bandite.
Le direttive hanno colpito anche centinaia di testi di provenienza iraniana, con l’esplicita giustificazione di voler impedire la diffusione di contenuti ritenuti “pericolosi” per l’identità culturale afghana.
Il governo talebano, interpellato sull’argomento, ha risposto ribadendo di voler rispettare i “diritti delle donne secondo la propria cultura”, respingendo qualsiasi forma di ingerenza straniera. Il messaggio, tuttavia, si colloca nel contesto di un rigido controllo sociale che continua a colpire in particolare il mondo femminile e accademico.
Archeologia cancellata e geopolitica del presente
La notizia del possibile ritorno degli Stati Uniti a Bagram riporta alla memoria il controverso passato della base. Originariamente ampliata dopo l’invasione americana del 2001, essa divenne il principale centro operativo della NATO in Afghanistan. La sua ricostruzione, però, ha comportato la distruzione di quattro livelli di scavi archeologici unici: Bagram, infatti, coincide con l’antica Alessandria del Caucaso, fondata da Alessandro Magno nel 320 a.C. lungo le rotte della Via della Seta.
Il cosiddetto “Tesoro di Bagram”, frutto delle campagne di scavo franco-afghane degli anni Trenta e Quaranta, custodiva reperti di straordinario valore storico e artistico, oggi divisi tra il Museo Nazionale di Kabul e il Museo Guimet di Parigi. La cancellazione di quel patrimonio, sacrificato all’urgenza militare, resta un simbolo delle contraddizioni di una presenza straniera che ha trasformato l’Afghanistan in laboratorio di guerra permanente, con conseguenze devastanti per la società e per la memoria storica del Paese.
Oggi, la coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Trump e la diffusione delle nuove norme talebane non appare casuale. Da un lato, gli Stati Uniti riattivano la retorica della sicurezza per giustificare un ritorno militare; dall’altro, i Talebani ostentano la loro autonomia politica attraverso decreti che, più che religiosi, appaiono come strumenti di affermazione identitaria e di propaganda. In questo gioco di specchi, i diritti delle donne e la libertà accademica diventano moneta di scambio, mentre le macerie culturali e archeologiche di Bagram ricordano che la storia viene spesso sacrificata agli interessi geopolitici.
Il quadro che emerge è quello di un Afghanistan ancora ostaggio delle logiche di potenza. L’annunciato ritorno della NATO a Bagram conferma che il Paese rimane centrale nelle dinamiche internazionali, mentre i decreti talebani mostrano come il controllo culturale e sociale sia parte integrante del nuovo ordine imposto a Kabul.
Due facce della stessa medaglia: da una parte la militarizzazione globale, dall’altra l’oscurantismo politico-religioso. In entrambi i casi, il prezzo è pagato dalla popolazione civile e dal patrimonio culturale di un Paese che continua a essere terreno di scontro e strumentalizzazione.

* Grazie alla professoressa Maria Morigi per le informazioni presenti nelt esto
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