Ricongiungimenti. Storie dal lockdown di Elena Bibolotti

Ricongiungimenti

… il Presidente francese Emmanuel Macron ha decretato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado da lunedì 16 marzo fino a data da destinarsi. Intanto i casi positivi si moltiplicano anche in Germania. La Cancelliera Angela Merkel dichiara che ogni stato federato deciderà per conto proprio come affrontare l’epidemia, dichiarata pandemia soltanto ieri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità…

«Non ne posso più di ascoltare sempre le stesse notizie» disse donna soverchiano la voce del cronista. «Non ti secca se spengo?».
La donna longilinea accese poi la fiamma sotto il bollitore e avanzò fino alla finestra della cucina, scostò la tendina e ammirò il sole che calava sulle colline. Si mise in ascolto della campagna, un merlo cantava tra i rami dell’acacia.

«Come si sono allungate le giornate, eh?».
Nell’altra stanza il fuoco nel camino illuminava il soffitto a travi e il profilo dell’ospite seduta sulla Frau. Le pareti erano di pietra, mobili di legno massiccio e piccoli capolavori di scuola napoletana alle pareti s’intonavano perfettamente al clima della tenuta tra le colline del Chianti.
«Sono contenta che tu abbia accettato il mio invito. Mi hai sorpreso, sul serio. Certo, noi siamo fuori dalla fascia di età più esposta al virus, ma perché restare a Roma, da sola, con le attività bloccate e i negozi chiusi. Sono felice, sì. Non ci fosse stato questo virus, non saresti mai capitata in questo paradiso. Come insegna il buddhismo, bisogna trasformare il veleno in medicina».

Adriana prese dalla mensola un piccolo annaffiatoio, lo riempì d’acqua, tornò alla finestra e annaffiò le violette africane sul davanzale.
«Cos’è che hai scritto sull’autocertificazione? Ah, sì, sei la solita pazza: sto andando ad accudire un’amica sola, anziana e in gravi difficoltà. Che poi non è così distante dal vero, a ben guardare». Si fece seria: «Ho pensato molto a te in questi anni, non riesco a immaginare quanto sia stato doloroso tirare avanti da quando Luca è morto e i ragazzi sono fuori. Ragazzi… eh, ormai sono due professionisti, padri di famiglia. Vivono a Londra, vero? Sì sì, aspetta, no dirmi niente, devo avere ancora le cartoline che m’inviasti quando Adriano si sposò».
Aprì un cassetto della madia e tirò fuori un mucchio di carte.

Ricongiungimenti, storie dal lockdown di Elena Bibolotti

«Ecco, sì, le avevo messe proprio qui». Dispose le cartoline sul tavolo. «Sei stata bravissima a non ostacolarli nelle loro scelte, non ti avrei mai creduto capace di tanta generosità. Scusami per la franchezza, Carla… ».
Il fischio del bollitore la interruppe.
«Il tè lo prendi con latte o limone?» poi alzò la mano elegante verso l’altra stanza «no no no, non dirmelo, ti prego, sono certa di ricordare che ci vuoi una lacrima di latte e mezzo cucchiaino di zucchero: eh la tua mania per l’Inghilterra» sogghignò.

Accese la luce della cucina che illuminò il suo viso di ragazza invecchiata, sei piccoli cerchi d’oro ai lobi, sulla nuca un tatuaggio sbiadito, i capelli corvini portati da un lato creavano un’onda che occultava buona parte del viso oblungo, gli occhi grandi di un celeste glaciale risaltavano sotto la linea scura sulle palpebre.
«Ricordi quella partenza rocambolesca per Londra? Era l’ottantanove». Riempì l’infusore con del tè in grani e versò l’acqua nella teiera.

«Io sì, la ricordo perfettamente perché i miei si rifiutarono di pagarmi il viaggio e dovetti lavorare nella vigna del nonno per l’intera raccolta. Partii con le vesciche alle mani». Gettò il capo all’indietro e rise ancora «E poi come dimenticare quelle tre settimane di follia. E il ragazzo tedesco, te lo ricordi? Si chiamava Werner. Lo adocchiai io, al Pub, fui io ad avvicinarlo. Veramente lo urtai e gli versai la birra addosso, gliene offrii un’altra e lo condussi al tavolo da te».

Guardò la lama del coltello luccicare sotto il faretto sui fuochi, l’affondò nella torta con calma chirurgica e tagliò due fette.
«Sul retro ho dieci meli e cinque peri» dichiarò soddisfatta.
«So a cosa stai pensando. Che la mia vita non è qui fuori dal mondo e il mio lavoro non è quello di ghostwriter» strinse i pugni e le labbra «ma la carriera universitaria mi fu preclusa, come sai, e quella di curatrice editoriale… be’ inutile rivangare».

Prese dalla credenza un piattino di porcellana e ci adagiò le porzioni.
«Werner, sì, era proprio bello. Che poi a te nemmeno piaceva. Infatti, sulle prime non capii. Come non mi ero capacitata di tutte le altre volte».

Si appoggiò al tavolo, incrociò le braccia sul petto e assottigliò lo sguardo, come per cercare una ragione da qualche parte sulle mensole, tra i vasetti di spezie. «È bizzarro come a certi avvenimenti non ci si opponga, così come non si cerchi mai la soluzione a vicende che ci appaiono ingiuste e che, ogni volta che le disseppelliamo anche involontariamente, a causa di una fotografia scivolata fuori da un libro, di una canzone che danno per radio, di un mucchio di cartoline, le ricacciamo via senza altre domande».

Si scosse, raggruppò le cartoline e le infilò nel cassetto. Il maglione nero scivolò sulla sua spalla magra.
«La vita è un pizzico, amica mia. E io, lo sai, ho sempre dato retta alla ragione. È la filosofia che me lo ha imposto. Era dalle elementari che mi rubavi fidanzatini, ma ho sempre pensato fossero più giusti per te, che, insomma, ecco, non so come dirlo, Carla, ma mi pareva ogni volta che io fossi soltanto il mezzo, il tramite attraverso cui loro dovevano conoscere te. Era come se io vivessi di luce riflessa, ero la tua ombra, nient’altro che una eco della tua personalità esuberante».

Scosse divertita la testa «Perché effettivamente era così, sebbene non fossi tu la più capace né la più bella. Roi, per esempio, lo ricordi no? Ma certo che sì, frequentava Lettere e Filosofia, alto, dai colori chiari, colto. Fosti tu a dirmi che con me era sprecato: come avrei potuto presentarmi dai suoi genitori, in veste di fidanzata, con addosso i miei quattro stracci. Dicesti proprio così. Anche l’anello era più giusto per la tua mano. Ma anche Stefano, con il quale trascorsi due anni splendidi. Sì, forse avevi ragione anche su di lui».

Dalla credenza trasse una tovaglietta che posò con cura sul vassoio assieme ai tovagliolini.
«Non capii perché poi non vi sposaste. Fu Marinella a raccontarmi che ti alzasti durante la discussione della tesi, che fuggisti a Capalbio nella villa dei tuoi e lì ti barricasti. Tuo padre era così furioso che ti regalò una Lamborghini, sì, me lo riferì sempre Marinella, venne a cercarmi a Milano, stanandomi nella redazione dov’ero in prova, forse soltanto per verificare quanto amassi ancora Stefano».
Mise tazze e piattini sul vassoio.

«Questo servizio non è inglese, ma è delizioso. Mi fu destinato per le nozze. Be’, sì, alla fine mia zia cedette, come per il baule del corredo, ma soltanto perché non sapeva a chi altro lasciare quel ben di dio di biancheria. Che usanza assurda quella del corredo nuziale, sembra fatta apposta per umiliare quelle come me e nonostante le lotte femministe. Sai, quando a ogni festa in famiglia tutti te ne domandano la ragione, è un po’ difficile non sentirsi inadeguate a farsi una famiglia».

Si diresse verso il camino e verso Carla. Appoggiò il vassoio sul tavolino etnico.
«Aspetta che porto la torta. Immagino avrai fame».

Andò. Tornò. Prese la propria fetta che addentò e ripose sul tovagliolino sul bordo di pietra del camino, tra le cornici che la ritraevano con Carla: ancora bambine sui pattini, a Piazza Navona durante il Carnevale vestite da fatine, adolescenti all’uscita dal Virgilio, in spiaggia a Ponza, al Giglio, fuori dalla canadese in un campeggio in Corsica.
Prese l’attizzatoio e mosse la legna, aggiunse un paio di ciocchi. Poi versò il tè, per l’amica mezzo cucchiaino di zucchero e la lacrima di latte dal minuscolo bricco, per sé una fetta di limone.

Si diresse alla finestra stringendo la tazza tra le mani, ci soffiò sopra, sorseggiò il tè e inspirò profondamente, aveva un retrogusto speziato che le ricordò quel lungo viaggio in India:  Delhi, poi Shimla, Kalpa e Tabo, il Monastero di Pangmo; la Valle dello Spiti nella regione dell’Himachal Pradesh, i suoi panorami mozzafiato; le faticose giornate di trekking, medicamentose per il suo spirito agitato da fantasmi; Dhankhar e Kaza, gli antichi villaggi e i monasteri; Kungri, la permanenza di tre giorni assieme ai monaci della setta Nyingma, nella regione più remota dell’India, la straordinaria scoperta della vastità della pratica meditativa della scuola tibetana.

Inspirò ancora quegli effluvi e si sentì al sicuro. Il blu della sera tingeva il cielo invernale. Le sagome della campagna erano mosse dal vento. Si strinse nel maglione. Prese da una sedia un ampio scialle di lana e se lo gettò sulle spalle.
«Peccato però per la tua laurea. Tra l’altro quella tesi era bellissima: Felicità e Virtù in Plotino» disse lasciando lo sguardo sull’imbrunire.

Ricongiungimenti, storie dal lockdown di Elena Bibolotti

«Nemmeno me la pagasti. No no, non dire niente, non giustificarti, ti prego. Non sono così meschina da averti chiesto di venire perché mi rifondessi di tutto quello che mi hai tolto. Rubato. Perfino il nome che hai dato a tuo figlio» chiosò tra le labbra.
Si voltò verso la poltrona.

«Sono diventata istruttrice di yoga, lo sapevi? È una disciplina che aiuta a dominare gli istinti, a percorrere la via della comprensione, giacché nulla avviene per caso e tutto torna. In definitiva non c’è necessità di opporsi alla vita. Parafrasando Borges, posso affermare che io non parlo né di perdono né di vendetta, la dimenticanza è l’unico perdono e l’unica vendetta: che senso avrebbe mettermi a conteggiare ora quello che mi devi?».

Picchiettò con le unghie sulla tazza e riprese «Sebbene mi piacerebbe tanto capire, adesso che è morto, che cosa trovasti di così irrinunciabile in Luca». Prese dalla madia la foto in bianco e nero di un uomo che sorrideva seduto sui gradini di Trinità dei Monti.

«Questa è la sola cosa che mi resta di lui, l’unico ricordo che portai via dalla casa di Roma. Tutto il resto, le lunghe e tenerissime lettere, i reportage dei nostri viaggi: Amazzonia, Africa, Capo Nord, Nuova Zelanda, Australia, perfino le decine di libri che mi regalò durante quei quattro splendidi anni, ho abbandonato tutto in cantina dai miei».

Sorrise teneramente. «Gliela scattai io. Eravamo stati a una conferenza di Bauman nei giardini dell’Ambasciata di Francia, ero così confusa dall’amore, che non ascoltai neppure una parola. Fu nell’aranceto, durante il buffet, che mi chiese di sposarlo. Non ho mai capito perché lo facesti, Carla».

Si voltò «Eri sposata, Franco ti adorava ed era l’uomo ideale per te: con tanti quattrini e un po’ tonto, come mi dicesti. E invece no», avanzò di pochi passi e poi si fermò «arrivasti tu e le tue idee megalomani sulla casa editrice che Luca avrebbe potuto fondare con i tuoi soldi e le tue conoscenze e tutte quelle idee incredibili su una materia di cui non ti è mai fregato niente: quando mai hai aperto un libro in vita tua, eh?».
Il festoso abbaiare di un cane la interruppe. Andò alla portafinestra e l’aprì.

«Homo, tesoro mio», si raddolcì e si chinò, lasciando che il grosso meticcio le facesse le feste.
«Homo lo presi al canile, come gli altri prima di lui. Tu non hai animali, vero? Ah, già, come potresti amare qualcuno che non può darti altro che amore incondizionato».
Il telefono squillò.

«Pronto? Adriano! Caro, ma che bello sentirti, che sorpresa… io sto bene, certo, per fortuna qui non sono stati ancora dichiarati casi… sì, in Toscana sono circa 600… va be’ ce la faremo anche stavolta… Tua madre? No, Carla non l’ho proprio sentita, anzi pensavo di chiamarla stasera. Ma dai… ma no… hai provato a telefonare a Marinella? Lo sai com’è fatta, magari è a Capalbio, o è partita per Zurigo e in aereo il cellulare è spento. Sì, certo… ti abbraccio anch’io. Sì, stai pure tranquillo, se la sentirò ti farò sapere. Sì, ora mi segno il numero».

Segnò il numero sul notes.

«E anche tu chiama se hai sue notizie, non farmi stare in pena».
Riagganciò.

Tornò alla finestra, alla notte e al silenzio. Guardò Homo che era andato a salutare l’ospite: «Lo so, lo so, comincia ad aver un odore terribile. Che ne pensi, Homo, stanotte la seppelliamo ai piedi dell’albero di Giuda?».

 

 

Elena Bibolotti

About Elena Bibolotti

Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->
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