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Le analisi sul conflitto ucraino hanno spesso scambiato la guerra per una cronaca di territori conquistati, mancando completamente la complessità dello scontro: una guerra che è diventata confronto diretto tra Russia e NATO, ridefinizione degli equilibri di sicurezza globale e partita per il riassetto dell’ordine internazionale, ragioni che rendevano illusoria fin dall’inizio l’idea di un conflitto breve.
La guerra che non finisce: il problema non è quanto può avanzare Mosca, ma quanto può resistere l’Occidente
La domanda «perché la Russia non ha conquistato l’Ucraina in poche settimane?» contiene già una risposta implicita: presume che la guerra del 2022 sia stata concepita da Mosca come una semplice operazione di conquista territoriale e che la mancata vittoria rapida dimostri automaticamente un fallimento strategico.
La realtà militare ed economica del conflitto è assai più complessa. L’Ucraina continua a ricevere armi, addestramento, intelligence e sistemi di difesa dai Paesi NATO, mentre l’Alleanza coordina direttamente parte di queste forniture.
Dal 2014 era uno dei territori più militarizzati e fortificati del mondo: sistemi di difesa antiaerea sofisticati, linee difensive profonde, bunker sotterranei, sorveglianza satellitare permanente.
Non si tratta dunque, sul piano materiale, di una guerra nella quale l’esercito russo combatte esclusivamente contro le forze armate ucraine nel senso tradizionale del termine. Ma significa che il campo di battaglia è inserito dentro una competizione strategica molto più ampia. La stessa NATO riconosce il ruolo determinante delle capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione spaziale, compresi i satelliti, nel seguire gli sviluppi terrestri, aerei e marittimi della guerra.
Anche il peso economico del conflitto smentisce l’immagine di una Russia che avrebbe dovuto semplicemente «schiacciare» il vicino. Secondo il SIPRI, nel 2025 Mosca ha destinato alla spesa militare circa 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del PIL, mentre l’Ucraina ha raggiunto gli 84,1 miliardi, equivalenti addirittura al 40% del proprio prodotto interno lordo. I 32 Paesi NATO, nello stesso anno, hanno totalizzato circa 1.581 miliardi di dollari di spesa militare, il 55% del totale mondiale.
Il quadro è quindi paradossale: la Russia sostiene uno sforzo bellico enorme, ma combatte contro un Paese che dispone di una profondità finanziaria e tecnologica garantita da una coalizione occidentale enormemente più ricca. L’Ucraina, d’altra parte, non è affatto economicamente autonoma rispetto alla prosecuzione della guerra. Reuters ha riferito a settembre che la spesa bellica ucraina per il 2026 è stimata in circa 155 miliardi di dollari e che Kyiv deve affrontare un deficit di finanziamento di circa 27 miliardi per mantenere le operazioni militari fino all’inizio del 2027.
Anche gli sviluppi delle ultime settimane mostrano quanto il conflitto sia diventato una guerra industriale e tecnologica di lunga durata. La Germania ha annunciato a ottobre un ulteriore miliardo di euro di aiuti militari all’Ucraina, mentre sono stati sottoscritti accordi industriali per 6,6 miliardi di euro riguardanti sistemi di difesa aerea, radar e droni. Nel frattempo l’Unione Europea continua ad ampliare le sanzioni contro il complesso militare-industriale russo e Mosca ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture ucraine.
Questi elementi rendono difficile sostenere seriamente che il conflitto possa essere interpretato soltanto attraverso il rapporto numerico tra Russia e Ucraina.
La posta in gioco oltre il fronte
Ridurre il conflitto alla linea del fronte significa ignorare la questione strategica che ne ha determinato la durata e la natura. Per Mosca, la guerra non riguarda soltanto il controllo di porzioni di territorio ucraino, ma la ridefinizione della propria sicurezza strategica e del rapporto di forza con l’Occidente.
L’allargamento della NATO, la presenza militare occidentale ai confini russi, il ruolo dell’intelligence e delle infrastrutture militari euroatlantiche, il fronte baltico, la Georgia, la Trasnistria, Kalinigrad, sono tutte parole segnate in rosso che hanno trasformato l’Ucraina in uno dei punti centrali della competizione tra Russia e sistema occidentale.
Dall’altra parte, Stati Uniti ed europei hanno progressivamente interpretato il conflitto come una questione che investe l’intero equilibrio di sicurezza del continente. È qui che la guerra smette di essere una semplice disputa territoriale e diventa uno scontro più ampio sull’ordine internazionale, sulle garanzie di sicurezza e sulla futura distribuzione della potenza. Per qu
Il tempo come arma e il paradosso della potenza
Qui entra in gioco la lettura proposta da Emmanuel Todd, che ha interpretato la guerra come una crisi più ampia dell’equilibrio occidentale. Todd sostiene da tempo che la capacità russa di assorbire le sanzioni e mantenere una consistente produzione militare abbia rivelato una fragilità dell’apparato industriale occidentale che il semplice confronto tra PIL non riesce a fotografare. In una recente intervista ha ribadito la propria lettura del conflitto come parte di un processo di declino dell’Occidente e di progressiva perdita della sua centralità geopolitica.
La tesi più generale di Todd resta comunque significativa: la dimensione nominale dell’economia non coincide automaticamente con la capacità di sostenere una guerra industriale. Produzione energetica, materie prime, capacità metallurgica, disponibilità di personale tecnico, catene logistiche, produzione di munizioni e adattamento dell’industria civile alla domanda militare possono modificare profondamente il rapporto tra ricchezza nominale e potenza effettiva.
Su questo punto il conflitto ucraino ha fornito una lezione che l’Occidente ha imparato piuttosto tardi. L’Europa ha scoperto che possedere un PIL enorme non significa automaticamente possedere milioni di proiettili d’artiglieria, capacità produttiva immediatamente disponibile o sistemi di difesa aerea sufficienti. Nessuno dei due blocchi dispone di una bacchetta magica.
È precisamente per questo che la lentezza dell’avanzata russa non può essere interpretata automaticamente come prova di debolezza, ma nemmeno automaticamente come prova di una sofisticata strategia deliberatamente pianificata fin dall’inizio. Sono due semplificazioni speculari. La guerra reale è fatta di adattamenti, errori, perdite, obiettivi modificati, vincoli industriali e decisioni prese sotto pressione.
Dunque, la questione non è stabilire se Mosca avrebbe potuto conquistare Kyiv più rapidamente. È capire quale tipo di guerra sia diventata l’Ucraina. Una guerra di logoramento, certamente, ma anche una competizione industriale, finanziaria, tecnologica e diplomatica nella quale il fattore decisivo non coincide necessariamente con il numero di chilometri conquistati in un determinato mese.
Il tempo, in questo quadro, diventa una risorsa strategica per tutti gli attori. Per Mosca significa verificare la sostenibilità del proprio apparato militare ed economico e mantenere la pressione sul fronte. Per Kyiv significa continuare a ottenere finanziamenti, armamenti e sistemi tecnologici dall’esterno. Per l’Europa significa sostenere costi economici e industriali crescenti mentre costruisce, contemporaneamente, una nuova politica di difesa. Per Washington significa decidere fino a quale punto mantenere il proprio impegno e quale parte dell’onere trasferire agli alleati europei.
Insomma, il famoso interrogativo sulla «guerra che doveva durare tre giorni» racconta soprattutto la povertà dell’analisi con cui molti osservatori hanno guardato al conflitto. Accompagnare le narrazioni degli editori e dei loro referenti politici, evidentemente, era l’obiettivo principale, non informare. E questa è una delle eredità più pesanti che lascera questo conflitto.

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