Meloni e Schlein nemiche-amiche, il lavoro l’hanno distrutto insieme

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Meloni rivendica occupazione, Schlein denuncia precarietà. Ma i dati smontano entrambe: crescita debole, “stabilità” solo formale, salari stagnanti e lavoro segnato da trent’anni di deregolamentazione bipartisan. Il problema è strutturale.

Meloni vs Schlein, il duello che nasconde il problema: i numeri smontano entrambe*

Il confronto tra Giorgia Meloni e Elly Schlein sul lavoro italiano ha assunto negli ultimi mesi i toni di una disputa permanente. Da un lato il governo rivendica crescita dell’occupazione e aumento dei contratti stabili; dall’altro l’opposizione denuncia precarietà e salari insufficienti. Entrambe le narrazioni contengono frammenti di verità. Nessuna racconta il quadro reale.

I dati di ISTAT, Eurostat e OCSE restituiscono infatti un’immagine più scomoda: l’Italia non sta vivendo una trasformazione del mercato del lavoro, ma un lento assestamento su livelli già visti, con caratteristiche strutturali di precarietà che attraversano governi e maggioranze.

Dal 2022 al 2025 gli occupati sono cresciuti da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Un aumento reale, ma modesto, concentrato nella fase post-pandemica, quando la crescita economica era sostenuta da politiche espansive e dalla sospensione dei vincoli europei. Dal ritorno del Patto di stabilità, la dinamica si è visibilmente raffreddata.

Se si amplia lo sguardo, il dato diventa ancora più eloquente: le ore lavorate nel 2023 restano inferiori a quelle del 2007. In altre parole, più che una crescita, si tratta di un recupero incompleto dopo quasi due decenni di stagnazione.

Il trucco dei contratti “stabili”

È su questo terreno fragile che il governo costruisce la propria narrazione: meno contratti a termine, più contratti a tempo indeterminato. Formalmente corretto. Ma sostanzialmente fuorviante.

Il cosiddetto tempo indeterminato non è più quello di vent’anni fa. Con il Jobs Act, introdotto proprio dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha ridotto significativamente le garanzie contro il licenziamento. La stabilità è diventata più giuridica che reale.

E qui emerge la prima responsabilità condivisa: la deregolamentazione del mercato del lavoro è un processo lungo trent’anni. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme più recenti, il principio è stato sempre lo stesso: più flessibilità, meno protezioni.

L’aumento dei contratti stabili non rappresenta una svolta. È una variazione interna a un sistema già precarizzato.

L’effetto demografico che nessuno racconta

C’è poi un elemento che il dibattito politico evita con cura: la composizione per età della forza lavoro. La crescita dei contratti a tempo indeterminato è in larga parte trainata dagli over 50, e in particolare dagli over 60. L’innalzamento dell’età pensionabile ha prolungato la permanenza di lavoratori già stabilizzati, aumentando automaticamente il peso dei contratti “stabili”.

Secondo le analisi disponibili, circa l’85% dell’incremento degli indeterminati è legato a questa dinamica. Le fasce centrali restano stagnanti, mentre i giovani incidono marginalmente. Tradotto: non è il sistema che stabilizza i lavoratori. Sono i lavoratori già stabili che restano più a lungo nel sistema.

Incentivi alle imprese, non diritti ai lavoratori

Il secondo fattore è ancora più prosaico: gli incentivi. Negli ultimi anni, le politiche sul lavoro hanno puntato soprattutto sulla riduzione del costo del lavoro per le imprese: decontribuzioni, crediti d’imposta, deduzioni fiscali. Strumenti che incentivano le assunzioni a tempo indeterminato perché più convenienti, non perché più tutelate.

È una logica nota, quella del cuneo fiscale, riproposta in varie forme da governi di ogni colore. Il risultato è una stabilità “a sconto”, sostenuta da trasferimenti pubblici più che da un rafforzamento dei diritti.

Nel frattempo, il lavoro autonomo cresce fino a superare i 5,2 milioni, spesso in forme ibride e fragili. Un altro segnale di un mercato che si frammenta più che consolidarsi.

Salari: il vero problema che nessuno vuole affrontare

Se c’è un punto su cui i dati sono impietosi, è quello dei salari. Secondo OCSE e ILO, l’Italia resta uno dei paesi con la peggiore dinamica dei salari reali nel lungo periodo. Dopo il crollo del potere d’acquisto nel 2022, la ripresa è stata debole e insufficiente.

Le stime indicano una crescita reale attorno all’1% annuo negli ultimi anni. Troppo poco per recuperare le perdite. E in molti casi erosa dal fiscal drag.

Anche qui, il dato aggregato inganna: l’aumento del salario medio è in parte dovuto alla maggiore presenza di lavoratori anziani, che guadagnano di più. Non a un miglioramento diffuso delle retribuzioni.

I giovani restano penalizzati, con differenziali salariali che superano il 15% rispetto agli over 50. Una struttura che consolida disuguaglianze invece di ridurle.

Un teatrino bipartisan

Il risultato finale è un paradosso tutto italiano: una maggioranza che rivendica risultati parziali e un’opposizione che denuncia problemi che ha contribuito a creare.

Il duello tra Meloni e Schlein diventa così una rappresentazione, più che un confronto. Una disputa che oscilla tra autocelebrazione e indignazione selettiva, mentre il nodo centrale resta intatto. Un mercato del lavoro deregolamentato, salari stagnanti, crescita debole. Non è una questione di comunicazione. È una questione strutturale.

E forse il punto più scomodo è proprio questo: non si tratta di errori contingenti, ma di un modello condiviso, costruito negli anni da tutte le forze politiche. Il resto è rumore.

* Coniare Rivolta

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