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Il confronto tra Trump e Xi Jinping mostra la crisi profonda della democrazia liberale occidentale: multipartitismo formale, ma dominio reale del capitale. In Cina il mercato resta subordinato allo Stato; in Occidente è diventato una religione politica intoccabile.
Trump a Pechino e il grande equivoco occidentale sulla “democrazia”
La visita di Donald Trump in Cina, al netto della propaganda reciproca e delle fotografie ufficiali studiate come scenografie imperiali, ha prodotto un effetto politico difficile da occultare: il confronto tra Washington e Pechino non mette più soltanto in discussione la supremazia americana, ma l’intero paradigma della democrazia liberale occidentale. Non perché la Cina rappresenti un modello esportabile o moralmente superiore in senso assoluto, ma perché il sistema occidentale appare sempre più incapace di produrre futuro, coesione sociale e autonomia politica rispetto ai grandi interessi economici che lo dominano.
È qui che il dibattito diventa quasi proibito. Perché l’Occidente continua a giudicare sé stesso attraverso categorie formali — multipartitismo, alternanza elettorale, libertà procedurali — evitando accuratamente la domanda decisiva: il nostro sistema politico è ancora in grado di esercitare una reale sovranità collettiva? La risposta che emerge dagli ultimi trent’anni è piuttosto brutale.
Negli Stati Uniti democratici e repubblicani litigano ferocemente su aborto, immigrazione, linguaggio inclusivo e guerre culturali permanenti, ma condividono l’intoccabilità del primato finanziario, del capitalismo di piattaforma, della centralità di Wall Street e del complesso militare-industriale. In Europa la situazione è persino più caricaturale: si cambia governo, si cambiano simboli, slogan, leader, ma i dogmi fondamentali restano immutabili.
Mercato, austerità, privatizzazioni, subordinazione geopolitica alla NATO, centralità della finanza e compressione della spesa sociale non sono oggetto di dibattito democratico. Sono articoli di fede.
Il partito unico invisibile del neoliberismo
Il paradosso è che l’Occidente continua a descrivere la Cina come un sistema rigido e monopartitico mentre il nostro pluralismo si è trasformato progressivamente in un monopartitismo economico mascherato.
In Italia il recinto delle idee ammissibili si restringe ogni anno di più, ma viene ancora chiamato “pluralismo”. Chiunque provi a mettere in discussione anche marginalmente il dogma della concorrenza assoluta viene immediatamente trattato come un pericolo pubblico. È successo con il reddito di cittadinanza, misura modestissima se confrontata ai sistemi di welfare del Nord Europa, descritto però da editorialisti e imprenditori come una sorta di carestia sovietica calata sulla penisola. Succede ogni volta che si prova a parlare di salario minimo, controllo pubblico dell’energia o politica industriale: improvvisamente compaiono professori, banchieri e editorialisti in stato di agitazione mistica, come monaci medievali davanti a un’eresia ariana.
Il punto interessante è che ormai non serve nemmeno essere radicali. Basta sfiorare l’idea che la politica possa esercitare un primato sull’economia perché si attivi immediatamente il sistema immunitario del neoliberismo italiano. Elly Schlein, che guida un Partito Democratico lontanissimo da qualsiasi ipotesi socialista reale, viene trattata da Confindustria e da interi settori mediatici come una potenziale chavista emiliana solo perché pronuncia parole come “redistribuzione” o “sanità pubblica”. Parallelamente avanzano figure come Silvia Salis, costruite mediaticamente proprio per sterilizzare qualsiasi minima deviazione sociale dentro un centrosinistra sempre più addomesticato.
Poi c’è Carlo Calenda, che rappresenta forse la caricatura perfetta di questa fase storica: un politico che si presenta come pragmatico tecnocrate liberale e passa le giornate sui social a litigare compulsivamente con chiunque, oscillando tra il manager motivazionale e il capoufficio isterico di una multinazionale in crisi. È la riduzione della politica a performance algoritmica permanente. Un neoliberismo emotivo che pretende di apparire razionale.
E naturalmente incombe ancora Matteo Renzi, il grande specialista italiano del trasformismo neoliberale, l’uomo che è riuscito a rovesciare un governo sostenuto dalla sua stessa maggioranza nel momento più delicato della gestione del Recovery Fund, vendendo l’operazione come raffinata strategia istituzionale mentre spalancava la strada all’arrivo di Mario Draghi. Una perfetta operazione di ingegneria sistemica: troppi soldi, troppo margine politico, troppo rischio che una parte di quelle risorse sfuggisse ai circuiti tradizionali del potere economico-finanziario.
Così Draghi fu accolto come una figura metastorica, quasi sacerdotale. I giornali lo descrivevano come “il migliore”, le televisioni come una specie di entità neutrale discesa dal cielo della BCE per rimettere ordine tra i popoli emotivi del Mediterraneo. In realtà il suo compito era molto più semplice e molto più politico: garantire che il perimetro economico non venisse alterato.
È questa la grande contraddizione della nostra democrazia liberale: possiamo discutere di linguaggio inclusivo, monopattini, serie Netflix, cannabis light e polemiche da talk show infinito, ma non possiamo mettere realmente mano ai rapporti di forza economici. Quelli restano sacri, invisibili, costituzionalmente blindati. Una sorta di partito unico senza tessere, senza congresso e senza simbolo, ma infinitamente più potente di qualunque vecchio partito novecentesco.
La Cina e il tabù dell’autonomia politica
Ed è qui che la Cina produce un cortocircuito ideologico devastante per l’Occidente. Secondo i nostri parametri culturali, il sistema cinese resta autoritario, centralizzato e profondamente illiberale. Tutto vero. Ma il punto geopolitico fondamentale è un altro: Pechino mantiene la capacità di subordinare il mercato agli obiettivi strategici dello Stato e non viceversa.
In Cina i grandi gruppi privati possono prosperare soltanto entro limiti definiti dal Partito-Stato. Quando Jack Ma acquisì un potere comunicativo e finanziario considerato eccessivo, il sistema lo ridimensionò immediatamente. Immaginare una cosa simile in Occidente è quasi fantascienza: qui sono spesso i governi a dipendere dalle grandi piattaforme tecnologiche, dai fondi finanziari e dalle agenzie di rating.
Naturalmente sarebbe ridicolo idealizzare il modello cinese. Pechino non è un paradiso socialista, né una comunità armoniosa fuori dal capitalismo globale. Ma il confronto con l’Occidente rivela una differenza decisiva: il sistema cinese conserva una finalità collettiva leggibile, mentre il nostro appare dominato da una gestione tecnocratica senza visione storica.
Le democrazie liberali europee non promettono più progresso sociale, sicurezza economica o ampliamento dei diritti materiali. Promettono sacrifici, precarietà, flessibilità permanente, tagli e riarmo. In compenso aumentano gli ultramiliardari, crescono i dividendi finanziari e si moltiplicano le oligarchie tecnologiche.
Il risultato è un sistema che continua a definirsi democratico pur avendo ristretto drasticamente il perimetro delle idee realmente praticabili.
Ecco perché la visita di Trump a Pechino ha lasciato una sensazione così inquietante. Non perché Xi Jinping appaia moralmente superiore, ma perché la democrazia liberale occidentale sembra aver perso persino la capacità di immaginare sé stessa oltre gli interessi immediati del capitale.

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