L’impero colpisce ancora: Raúl Castro incriminato a 94 anni e si muove la Nimitz contro Cuba

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Gli USA incriminano il 94enne Raúl Castro mentre aumentano sanzioni e pressione militare contro Cuba. Tra accuse sui droni, minacce e interessi legati a nichel e cobalto, Washington invia la portaerei Nimitz nei Caraibi e ripropone una strategia che dura da oltre sessant’anni.

Raul Castro, i droni fantasma e il nichel cubano: i nuovi pretesti di Washington contro l’isola ribelle

L’incriminazione di Raúl Castro da parte della giustizia statunitense per l’abbattimento di due velivoli dell’organizzazione Brothers to the Rescue nel 1996 rappresenta uno di quei momenti in cui la geopolitica smette perfino di fingere e si mostra nella sua forma più elementare. Non stiamo parlando di un generale operativo, di un leader in carica o di un comandante coinvolto in attività militari contemporanee. Parliamo di un uomo di 94 anni, ritirato dalla vita politica attiva da anni, che Washington ha improvvisamente deciso di trasformare nel simbolo di una nuova offensiva contro Cuba.

L’accusa arriva in un contesto preciso. L’amministrazione di Donald Trump ha progressivamente intensificato la pressione economica, diplomatica e militare sull’isola. Nuove sanzioni, minacce, accuse di collaborazione con Russia e Cina, presunti droni iraniani presenti nei Caraibi e perfino il dispiegamento della portaerei USS Nimitz nella regione. La domanda è: quante volte ancora Washington pensa di poter riproporre lo stesso copione senza risultare ridicola?

Perché la più grande macchina militare della storia umana, dotata di undici portaerei, migliaia di testate nucleari e una spesa militare superiore a quella delle successive dieci potenze mondiali sommate, continua a descrivere Cuba come un pericolo strategico. Una piccola isola sottoposta a embargo da oltre sessant’anni.

L’embargo infinito e la fabbrica dei pretesti

La storia recente dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba assomiglia sempre più a una ricerca disperata di giustificazioni. Negli anni Sessanta era il comunismo sovietico. Negli anni Ottanta la minaccia castrista in America Latina. Poi il terrorismo. Poi i diritti umani. Poi l’influenza venezuelana. Poi quella russa. Poi quella cinese. Adesso i droni. Il meccanismo resta identico.

Si costruisce un dossier, si individua una minaccia, si alimenta un clima d’emergenza e si giustifica un ulteriore irrigidimento delle misure coercitive. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito l’incriminazione di Raúl Castro un’operazione politica priva di fondamento giuridico e finalizzata ad alimentare una narrativa aggressiva contro l’isola. Naturalmente Washington sostiene il contrario.

Il segretario di Stato Marco Rubio afferma che Cuba costituisce una minaccia perché ospiterebbe infrastrutture d’intelligence russe e cinesi e disporrebbe di armamenti acquisiti da potenze rivali. Argomento interessante. Se applicassimo la stessa logica, qualunque Paese che ospiti basi straniere o cooperi militarmente con altre potenze dovrebbe essere considerato una minaccia internazionale. Compresi numerosi alleati degli Stati Uniti. Ma la coerenza non è mai stata il punto forte dell’imperialismo.

Dietro la retorica, le materie prime

C’è però un elemento che merita attenzione e che raramente compare nei titoli dei grandi media occidentali. Cuba possiede alcune delle più importanti riserve mondiali di nichel e cobalto. Materie prime strategiche per la transizione energetica, le batterie elettriche, l’elettronica avanzata e l’industria tecnologica. Tesla, Apple, General Motors, Ford e l’intera filiera delle tecnologie verdi dipendono sempre più da questi minerali.

Attualmente gran parte della produzione cubana è gestita da accordi tra il governo dell’Avana e la compagnia canadese Sherritt International. Proprio mentre cresce la pressione americana sull’isola, l’investitore statunitense Ray Washburne, ex collaboratore dell’amministrazione Trump, ha promosso un’operazione finanziaria destinata ad acquisire una quota di controllo della stessa Sherritt, con il coinvolgimento di fondi americani e strutture finanziarie vicine a Washington. Coincidenza? Forse. Ma la geopolitica contemporanea è piena di coincidenze che finiscono sempre vicino a miniere, oleodotti, porti e corridoi commerciali.

Del resto la storia del Venezuela dovrebbe aver insegnato qualcosa. Quando un Paese possiede risorse strategiche e mantiene una linea politica autonoma, improvvisamente diventa una minaccia alla sicurezza internazionale. Accade con il petrolio, con il gas, con il litio. Accade ora con nichel e cobalto.

Una guerra che dura da sessant’anni

La vera anomalia non è Cuba. L’anomalia è che dopo oltre sessant’anni di embargo, sanzioni, sabotaggi economici e isolamento finanziario, gli Stati Uniti continuino a riproporre la stessa strategia aspettandosi risultati diversi.

L’isola è certamente attraversata da una grave crisi economica. Mancano energia, beni essenziali e investimenti. Ma gran parte di queste difficoltà è aggravata proprio dal sistema sanzionatorio imposto da Washington. Eppure la narrazione ufficiale continua a presentare Cuba come il problema e non come il bersaglio.

L’incriminazione di Raúl Castro sembra inserirsi perfettamente in questo schema. Non serve tanto a ottenere giustizia per un episodio di trent’anni fa. Serve a costruire l’ennesimo tassello di una narrativa ostile che possa giustificare nuove pressioni, nuove sanzioni e forse nuove avventure geopolitiche. Perché gli imperi raramente ammettono i propri fallimenti ma peferiscono costruire nuovi pretesti, anche quando il nemico designato ha novantaquattro anni.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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