www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
L’Ucraina è solo il pretesto: il vero fallimento è dell’Europa, guidata da una classe politica confusa e subalterna. Londra manipola, Bruxelles obbedisce, mentre Mosca resiste perché sa cosa vuole. L’Occidente parla di valori, ma segue strategie altrui senza capirne il costo.
Europa allo sbando: mentre Mosca decide, noi obbediamo
L’Europa che ama proclamarsi “faro civile del mondo” rischia di essere ricordata piuttosto come una compagnia di attori improvvisati, intenta a recitare un dramma geopolitico che non comprende.
A guidare la carovana, l’immancabile presidente della Commissione e la nuova stella baltica, proiettata troppo in fretta nel firmamento. Von der Leyen e Kallas, una coppia che la storia non tratterà con indulgenza: non per malvagità, ma per un’inconsapevolezza talmente vasta da risultare imbarazzante.
Se il conflitto ucraino ha rivelato qualcosa, è la fragilità di un establishment che ha scambiato i briefing NATO per analisi strategiche e le conferenze stampa per azione politica.
L’Occidente tra calcolo e autoinganno
Quando la polvere — quella vera, non quella prodotta dai commentatori da talk show — si poserà, il giudizio non partirà da Kiev. L’Ucraina verrà raccontata come accade ai Paesi-mandatari: pedina inconsapevole, strumento dell’altrui agenda, sacrificabile per definizione.
I riflettori, invece, illumineranno Londra, la patria del pragmatismo che in questa vicenda ha deciso di indossare il costume dell’illusionista. Per anni – passando da Boris Johnson a Keir Starmer – con parentesi intermedie brevi e targicomiche, con Theresa May e Sunak, che non hanno fatto che rimarcare la pesantissima crisi economica e sociale interna del Regno Unito, ha incoraggiato un conflitto che non aveva alcuna intenzione di combattere, ha avallato trattative di pace che non avrebbe mai permesso di concludere e ha alimentato un apparato di propaganda così meccanico e grossolano da risultare inefficace perfino agli occhi di Washington.
La capitale dell’ex impero, che da secoli costruisce potere col metodo indiretto, questa volta si è limitata a sfruttare un alleato disperato, offrendo in cambio soltanto illusioni di sostegno.
E se Londra piange, Parigi non ride certamente. Macron incarna l’ambiguità europea: predica autonomia strategica ma segue puntualmente la linea anglosassone. Alterna minacce velleitarie e retromarce imbarazzate, trasformando la Francia in un attore inconcludente. La sua “leadership” peggiora la confusione dell’UE.
Alla base di questa deriva c’è una strutturale disconoscenza della storia: è bastata una narrazione binaria — buoni da una parte, cattivi dall’altra — per convincere milioni di cittadini europei che la complessità geopolitica si potesse ridurre a una favola morale.
I Russi, eterni villain; Putin, un novello Rasputin delirante. Un racconto puerile, utile però a evitare l’esame di coscienza che l’Europa teme più di tutto: quello sulla propria irrilevanza strategica.
L’idea russa e la crisi occidentale
Mentre l’Occidente discute di budget, costi e flussi energetici, a Mosca si ragiona in termini di idee, identità e destino collettivo. È qui che l’analisi di Karaganov coglie un punto essenziale: le grandi nazioni vivono di visioni, non di bonus fiscali.
La Russia, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, continua a immaginarsi come un’entità morale prima che economica, convinta di incarnare una missione civile e storica. Piaccia o no, questo immaginario funziona: dà coesione, legittima il sacrificio, rende sopportabile il peso della guerra.
Il contrasto con l’Europa è impietoso. Nel nostro continente i leader parlano di valori per poi sacrificarli con disinvoltura, invocano il popolo solo per trasformarlo in merce politica.
Una distanza morale che molti fingono di non vedere, ma che emerge con chiarezza nel confronto militare: chi crede in qualcosa resiste, chi non crede più a nulla si affida al prossimo alleato disponibile.
Non è un elogio ingenuo della Russia, ma la constatazione di un fatto: chi possiede un’idea di sé sopravvive; chi vive seguendo l’agenda altrui è destinato a smarrirsi.
E forse la guerra non si decide solo sui campi di battaglia, ma nelle società che la sostengono. Da un lato, un Paese convinto di essere padrone del proprio destino; dall’altro, un continente che ha subappaltato il proprio giudizio strategico. In questa asimmetria, l’esito è già scritto.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Israele perde la guerra dell’immagine: la disfatta della Hasbara
- Dietro la moda, la fabbrica: Firenze svela il volto nascosto del lusso
- Centrali in fiamme e propaganda in farsa: il fronte ucraino crolla, i social insabbiano
- Gaza, la tregua come finzione: la guerra continua sotto silenzio
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













