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L’Europa abbandona la diplomazia per un identitarismo bellicista che ignora la realtà del conflitto ucraino. Tra isterie atlantiche, minacce nucleari e leadership improvvisate, l’UE rifiuta ogni compromesso mentre gli Stati Uniti trattano. La guerra diventa la sua unica coerenza.
Il continente che scambia la propaganda per strategia
L’Europa, un tempo patria della diplomazia raffinata, sembra aver deciso di rottamare secoli di esperienza per abbracciare un nuovo credo: la guerra come identità politica permanente. Non è tanto una deriva improvvisa quanto l’esito di una lunga incubazione, in cui gli Stati membri dell’Unione hanno progressivamente delegato la propria capacità decisionale a un mix di isteria geopolitica, industria militare e paternalismo atlantico.
Oggi il continente oscilla tra il fervore missionario e la miopia strategica, convinto che l’unica pace possibile sia quella predicata sulle macerie.
Che il quadro sia deteriorato lo conferma l’ostinazione con cui alcuni governi europei tentano di sabotare il progetto di accordo che Donald Trump discute con Mosca: non perché abbiano alternative credibili, ma perché ammettere errori sarebbe intollerabile.
L’idea che una soluzione negoziata possa mettere fine alle sofferenze dell’Ucraina appare quasi un atto sacrilego per questa nuova Europa militante, impermeabile perfino alle parole di Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelensky, che ricorda ai paladini della guerra “giusta” quanto poco comprendano ciò che avviene sul campo. È una dichiarazione che dovrebbe far vacillare qualche certezza, ma che in Occidente rimbalza senza lasciare traccia.
Più sorprendente è l’evidenza che Zelensky stesso abbia mostrato più realismo dei suoi sostenitori europei, accettando parti sostanziali del piano discusso tra Washington e Mosca. Ma nell’UE l’intransigenza è diventata una virtù: diplomazia e compromesso vengono trattati come vizi antiquati, mentre il conflitto viene brandito come l’ultima forma di coerenza morale.
Un’Unione smarrita tra simboli e minacce nucleari
Quel poco che restava dell’identità politica europea appare oggi assorbito da una miscela di improvvisazione e nostalgia per un’egemonia mai realmente posseduta. I Ventisette si muovono in ordine sparso sotto una Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che ha riesumato l’antico sospetto tedesco verso qualsiasi apertura diplomatica verso l’Est. Il quadro è aggravato dalla presenza, come volto della politica estera europea, dell’ex premier estone Kaja Kallas, che nel suo Paese fatica persino a garantire diritti di base alla minoranza russa. Una scelta che dice molto sulla distanza tra la retorica europeista e le condizioni reali delle popolazioni del continente.
Allo stesso tempo proliferano nuove “formazioni emergenti”: dai Volenterosi pronti a mandare truppe in Ucraina alla Comunità politica europea immaginata da Macron per inglobare Stati russofobici e riabilitare Londra. Intorno a queste architetture si muovono figure politiche in cerca di autore, unite più dalla volontà di apparire risolute che da una visione comune. Non sorprende che, in questo scenario, Berlino sia diventata l’avanguardia del riarmo, con generali e industria militare trasformati nei nuovi portavoce della nazione.
Non mancano neppure le derive più inquietanti. Il presidente di Airbus, René Obermann, ha recentemente invitato l’Europa a dotarsi di armi nucleari tattiche: un’uscita che suona quasi come routine, in un clima dove parlare di bombe tra 1 e 50 chilotoni è diventato normale. Dimenticando che Hiroshima fu annientata con 16. Nel vortice dell’escalation verbale, la logica elementare di Einstein – secondo cui l’umanità deve abbandonare la guerra come strumento politico – sembra finita in soffitta insieme alla diplomazia classica.
Eppure, dietro le quinte, gli Stati Uniti tentano almeno una trattativa, affidando a intermedi non convenzionali il dialogo con il Cremlino. In Europa invece prevale una rigidità ossessiva, che rifiuta perfino l’ipotesi di restituire indipendenza ai tre quarti dell’Ucraina in cambio della neutralità e di un contributo russo alla ricostruzione. Un compromesso che non sancirebbe la “capitolazione”, come alcuni urlano con fervore, ma piuttosto la fine dell’illusione di Kiev come baluardo dell’Occidente.
La domanda allora è semplice: quanti ucraini dovranno ancora morire affinché l’Europa torni a parlare la lingua che essa stessa ha inventato – quella della diplomazia? E quanto a lungo potrà resistere un continente che pretende prontezza militare mentre rinuncia alla propria capacità di ragionare?

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