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Mosca avverte la NATO che un tentativo di isolare Kaliningrad potrebbe provocare una risposta militare anche nucleare. Nel Baltico aumentano esercitazioni e capacità NATO: la deterrenza di una parte viene letta come minaccia dall’altra, mentre cresce il rischio di escalation.
Kaliningrad, il messaggio di Mosca alla NATO alza la soglia del rischio
La Russia ha trasmesso alla NATO un “non-paper”, cioè un documento diplomatico informale, nel quale avverte che un tentativo di isolare Kaliningrad potrebbe provocare una risposta militare comprendente anche l’impiego di armi nucleari. Il documento, visionato da Reuters, accusa l’Alleanza di alimentare una situazione pericolosa attraverso esercitazioni e attività militari nel Baltico. Mosca sostiene inoltre che, in caso di conflitto, potrebbe colpire centri decisionali nei Paesi del Patto atlantico.
La NATO ha confermato di aver ricevuto la comunicazione. La portavoce Allison Hart, in carica dal 2025, ha ribadito la posizione dell’Alleanza: le attività militari sul fianco orientale vengono presentate come misure difensive e non come preparativi per un attacco alla Russia.
Il contesto, però, è tutt’altro che immaginario. Nel Baltico la presenza militare della NATO è aumentata e le esercitazioni sono numerose. BALTOPS 2026, svoltasi dal 4 al 19 giugno, ha coinvolto circa 6.000 militari di 15 Paesi e ha compreso attività di difesa aerea, guerra antisommergibile, operazioni navali, sminamento e operazioni anfibie. Anche sul fianco orientale l’Alleanza sta sviluppando esercitazioni e capacità dedicate alla risposta a droni e ad altri scenari di conflitto.
Kaliningrad è quindi inserita in una delle aree più militarizzate e sensibili del continente. L’exclave russa è separata fisicamente dalla Russia continentale e confina con Polonia e Lituania. La sua posizione rende particolarmente delicata qualsiasi attività militare che possa essere interpretata come preparazione a un isolamento territoriale.
La geografia che la propaganda tende a dimenticare
Qui occorre distinguere la realtà geografica dalla narrazione politica. Kaliningrad è territorio della Federazione Russa. La sua storia contemporanea nasce dalla ridefinizione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, quando Königsberg e l’area circostante passarono sotto amministrazione sovietica. Oggi nessun Paese NATO mette ufficialmente in discussione la sovranità russa sulla regione.
Questo non significa che ogni esercitazione occidentale vicino a Kaliningrad costituisca automaticamente un atto offensivo. La NATO sostiene esattamente il contrario e considera la propria presenza sul fianco orientale uno strumento di deterrenza. Ma significa che parlare di isolamento militare di un territorio russo non è una forzatura propagandistica.
La questione è ancora più delicata perché le due parti attribuiscono significati opposti alle stesse attività. Per la NATO, prepararsi a intervenire rapidamente sul fianco orientale significa essere in grado di difendere i propri membri. Per Mosca, l’accumulo di capacità militari attorno a Kaliningrad può essere interpretato come preparazione a uno scenario di interdizione o di attacco.
È il classico problema della deterrenza quando viene spinta oltre il limite: ciò che uno considera una garanzia di sicurezza diventa, agli occhi dell’altro, una minaccia.
E il linguaggio utilizzato dal Cremlino non lascia molto spazio all’interpretazione. La Russia non si è limitata a protestare contro un’esercitazione. Ha associato esplicitamente la difesa di Kaliningrad alla possibilità di utilizzare l’intero apparato militare disponibile, comprese le armi nucleari.
Naturalmente questo non dimostra che la NATO stia preparando un attacco contro Kaliningrad. Non lo sostiene nemmeno la documentazione pubblica disponibile. Dimostra però che Mosca considera lo scenario sufficientemente grave da inserirlo nella propria comunicazione strategica ed è proprio questa la parte che dovrebbe interessare l’Europa.
Quando la deterrenza diventa una gara a chi minaccia di più
Il precedente del 2021 rende il quadro ancora più significativo. Nel dicembre di quell’anno Mosca presentò agli Stati Uniti proposte scritte sulla sicurezza europea. Karen Donfried, allora assistente del Segretario di Stato americano, incontrò a Mosca il viceministro degli Esteri Sergej Ryabkov; successivamente le proposte russe furono discusse con gli alleati NATO. Washington dichiarò di voler mantenere aperti i canali diplomatici, ma respinse le richieste considerate incompatibili con i principi dell’Alleanza.
Pochi mesi dopo arrivò l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Non esiste una relazione meccanica tra quei documenti e la guerra, ma il precedente mostra quanto poco sia prudente ignorare gli avvertimenti diplomatici quando vengono accompagnati da una crescente pressione militare.
La questione, dunque, non è stabilire chi abbia il monopolio della ragione. È capire dove conduca una spirale nella quale ogni esercitazione viene letta come preparazione all’attacco, ogni risposta come conferma della minaccia e ogni nuova capacità militare come giustificazione per svilupparne un’altra.
La retorica della deterrenza funziona finché comunica un limite. Quando invece comincia a trasformarsi in una sequenza di minacce sempre più esplicite, può produrre l’effetto opposto.

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