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Herzog e i vertici israeliani prendono le distanze da Ben Gvir dopo le violenze contro gli attivisti della Flottiglia. Ma nessuno mette in discussione il sequestro illegale delle navi o i massacri a Gaza. Il problema nasce solo quando le vittime diventano europee.
Israele scarica Ben Gvir per salvare se stesso: la Flottiglia e l’ipocrisia occidentale
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente israeliano Isaac Herzog e da esponenti delle Forze di Difesa Israeliane segnano un passaggio politico significativo nella gestione internazionale della crisi legata alla Flottiglia diretta verso Gaza. Dopo la diffusione dei video e delle testimonianze sulle violenze, le umiliazioni e i trattamenti degradanti subiti dagli attivisti sequestrati in mare e trasferiti in Israele, una parte dell’establishment israeliano ha improvvisamente preso le distanze dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, figura ormai centrale nella radicalizzazione politica del governo Netanyahu. La tempistica non è casuale.
Per settimane il governo israeliano ha difeso l’operazione contro la Flottiglia come una necessaria misura di sicurezza. Le imbarcazioni civili sono state intercettate e sequestrate in acque internazionali dalla marina israeliana mentre tentavano di dirigersi verso Gaza con aiuti simbolici e con un evidente obiettivo politico-mediatico: rompere l’isolamento informativo sul blocco imposto alla Striscia. Le immagini successive, però, hanno creato un problema diplomatico più serio del previsto. Alcuni attivisti europei hanno denunciato percosse, privazioni, insulti e trattamenti assimilabili a pratiche di tortura psicologica durante la detenzione. A quel punto sono arrivate le proteste di diverse cancellerie europee, costringendo Israele a modificare parzialmente il registro comunicativo. È qui che emerge il nodo politico della vicenda.
Herzog, alcuni vertici militari e parte della stampa liberal israeliana non stanno mettendo in discussione il sequestro delle imbarcazioni. Non stanno contestando il blocco navale su Gaza. Non stanno aprendo alcuna riflessione sulle migliaia di morti civili palestinesi, sulla devastazione della Striscia o sulle operazioni in Cisgiordania e Libano. Stanno semplicemente tentando di isolare Ben Gvir come elemento disturbante, come eccesso caricaturale di una macchina politica che dovrebbe invece continuare a funzionare normalmente. In altre parole: il problema non sarebbe la struttura, ma il mostro troppo esplicito che ne rivela il funzionamento.
La funzione politica di Ben Gvir
Da mesi Ben Gvir svolge un ruolo preciso all’interno dell’ecosistema politico israeliano. Serve a concentrare su di sé la dimensione più apertamente violenta, razzista e provocatoria del governo Netanyahu. È il personaggio che consente ai settori più “moderati” dell’establishment israeliano di preservare una parvenza di rispettabilità internazionale pur sostenendo, nei fatti, la medesima linea strategica.
È un meccanismo noto nella storia politica occidentale: creare una figura tossica e radicale che permetta al resto dell’apparato di apparire ragionevole per contrasto. Il punto è che le decisioni fondamentali non vengono prese da Ben Gvir. L’assedio di Gaza, il blocco navale, le operazioni militari e le politiche di sicurezza sono il prodotto di una scelta sistemica condivisa da gran parte dell’apparato statale israeliano. Lo stesso sequestro della Flottiglia non è stato un’iniziativa personale del ministro estremista, ma un’operazione autorizzata e coordinata ai massimi livelli politici e militari. Il tentativo di sacrificare Ben Gvir sul piano mediatico serve quindi soprattutto a rassicurare l’Occidente europeo.
L’Europa scopre la brutalità solo quando riguarda gli europei
La reazione delle cancellerie occidentali rivela però una contraddizione ancora più profonda. Per mesi governi europei, Commissione UE e gran parte dei grandi media hanno minimizzato o relativizzato le accuse provenienti da Gaza. Rapporti delle Nazioni Unite, denunce delle ONG internazionali e immagini di distruzione sistematica sono stati trattati spesso come materiale politicamente gestibile. La soglia dell’indignazione si è improvvisamente alzata soltanto quando nei video della detenzione sono comparsi cittadini europei. È questo il dato più inquietante.
La protesta diplomatica non nasce da una revisione morale della politica israeliana, ma dalla percezione che determinate pratiche abbiano colpito persone considerate parte dello spazio occidentale. Come se esistesse una gerarchia implicita delle vite e dei diritti. I palestinesi restano confinati dentro una dimensione quasi astratta, statisticamente metabolizzabile. Gli europei, invece, introducono un elemento di prossimità politica che altera il meccanismo narrativo.
Herzog lo ha capito perfettamente. E infatti la presa di distanza da Ben Gvir non rappresenta un cambiamento strategico, bensì un tentativo di contenimento diplomatico.
La vera questione è se l’Europa intenda finalmente utilizzare gli strumenti politici ed economici di cui dispone. Israele dipende fortemente dai rapporti commerciali, tecnologici e militari con l’Occidente. Una sospensione degli accordi, restrizioni sulle esportazioni militari o misure economiche concrete produrrebbero effetti immediati. La risposta è: no.
L’attuale classe dirigente europea appare strutturalmente incapace di compiere una scelta simile. Figure come Ursula von der Leyen o Kaja Kallas continuano a muoversi dentro una logica di piena subordinazione geopolitica agli equilibri atlantici e israeliani. Per questo Ben Gvir può essere sacrificato senza che cambi nulla di sostanziale. La macchina continua a funzionare.

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