Iran-USA, l’escalation che nessuno controlla più: guerra regionale alle porte

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Oltre una settimana di raid USA sull’Iran, la risposta di Teheran si estende a Kuwait, Bahrein, Giordania e Arabia Saudita. 50 morti civili, almeno 4 soldati americani uccisi, Hormuz chiuso e Brent oltre 88 dollari. Un’escalation senza direzione strategica che rischia la guerra totale.

Golfo in fiamme: quando la strategia lascia il posto all’improvvisazione armata

Definire “strategia” quello che sta accadendo tra Washington e Teheran richiede ormai un notevole sforzo di fantasia semantica. Da oltre una settimana gli Stati Uniti bombardano il territorio iraniano in tutta la sua estensione, mentre Teheran risponde colpendo sistematicamente gli interessi americani nei paesi limitrofi, in un’escalation che la comunità internazionale osserva senza pronunciare nemmeno un timido tentativo di mediazione.

Il bilancio, aggiornato a oggi, parla di almeno 50 vittime civili iraniane dalla tregua fallita e di almeno quattro soldati statunitensi morti — cifre che dovrebbero bastare a suscitare allarme diplomatico globale, e che invece vengono metabolizzate con la stessa indifferenza riservata a un bollettino meteorologico.

Il paradosso più inquietante di questa vicenda non riguarda tanto l’intensità dei bombardamenti quanto l’assenza totale di una direzione riconoscibile. Nemmeno alla Casa Bianca, e tantomeno al Congresso, sembra esserci chiarezza su dove tutto questo debba condurre. Ogni ora di escalation avvicina ulteriormente le parti a un conflitto totale in Medio Oriente, uno scenario che, se non arginato per tempo, minaccia di travolgere l’intero scacchiere internazionale.

E come sempre accade in queste dinamiche, il conto più salato lo pagheranno gli iraniani con la vita, i cittadini dei paesi più fragili della regione con un ulteriore impoverimento, e infine — con minore drammaticità ma pur sempre concretamente — anche l’Occidente, alle prese con inflazione e carovita che l’instabilità energetica renderà ancora più pesanti.

Villaggi senza acqua, ponti distrutti: la cronaca di un’offensiva che colpisce la vita quotidiana

Tra venerdì e sabato l’offensiva statunitense si è intensificata sensibilmente, spingendosi ben oltre le coste del Golfo Persico fino a colpire obiettivi nell’entroterra iraniano. Tra i raid più distruttivi, l’attacco contro l’impianto di desalinizzazione Bunji nella città portuale di Jask, dove sono stati colpiti una stazione di pompaggio e un trasformatore elettrico, lasciando senza acqua potabile circa 10.000 abitanti distribuiti in una ventina di villaggi — un dettaglio che dovrebbe far riflettere su cosa significhi realmente, sul piano umano, colpire “infrastrutture strategiche”. Danneggiati anche i tunnel gemelli Shahid Mirzaei e un ponte sull’autostrada settentrionale verso Bandar Abbas, mentre esplosioni sono state segnalate a Yazd, Ahvaz, Sirik e sull’isola di Qeshm, con un bilancio pesante anche sulle infrastrutture di comunicazione.

La risposta iraniana non si è fatta attendere, accompagnata da una dichiarazione politica di Mojtaba Khamenei che merita di essere riportata per la sua schiettezza quasi disarmante: le ripetute violazioni statunitensi del memorandum d’intesa firmato dai presidenti dei due paesi dimostrerebbero che la firma di Trump è, testualmente, “completamente priva di valore e credibilità”. Un giudizio tranchant, ma difficile da smentire alla luce dei fatti. Sul piano militare, Teheran ha colpito le installazioni statunitensi di Camp Arifjan e della base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, oltre a un molo per il rifornimento di carburante nel porto di al-Ahmadi, costringendo le autorità kuwaitiane a sospendere temporaneamente i voli dall’aeroporto internazionale. In Bahrein gli attacchi hanno colpito la base aerea di Sheikh Isa, dove sono schierati caccia americani, e un centro dati dell’intelligence gestito da Batelco.

Da Amman a Riad: l’escalation regionale che nessuno sembra in grado di fermare

Il conto più salato, in termini di vite militari statunitensi, arriva però dalla Giordania: l’attacco contro la base di Al Azraq ha visto l’Iran rivendicare l’abbattimento di due caccia americani, mentre Amman parla di dieci missili balistici iraniani intercettati prima di raggiungere il proprio spazio aereo. Il Comando centrale statunitense conferma comunque due militari uccisi e un terzo disperso — numeri che, per quanto contenuti su scala bellica, segnalano un salto qualitativo pericoloso nel coinvolgimento diretto di soldati americani.

L’Iran ha inoltre esteso gli attacchi all’Arabia Saudita, con allarmi antiaerei scattati alla base di Prince Sultan e nei pressi delle infrastrutture petrolifere di Yanbu sul Mar Rosso: la dimostrazione plastica che l’escalation non conosce più confini regionali precisi, ma si allarga a macchia d’olio coinvolgendo alleati che fino a poche settimane fa si consideravano relativamente al riparo.

Lo Stretto di Hormuz resta di fatto chiuso, e i mercati petroliferi ne registrano puntualmente l’effetto: il Brent ha superato gli 88 dollari al barile, mentre la Banca Mondiale stima un aumento dei prezzi energetici del 24%, con banche centrali costrette prima o poi ad alzare i tassi d’interesse, rendendo il debito pubblico globale ancora più oneroso. Per ridurre la dipendenza strategica dallo Stretto, le compagnie petrolifere statunitensi hanno firmato accordi da circa 60 miliardi di dollari con l’Iraq per sviluppare rotte alternative di esportazione, inclusa la riabilitazione dell’oleodotto Iraq-Siria. Peccato che Goldman Sachs stimi almeno due anni e mezzo per la costruzione di queste infrastrutture: un orizzonte temporale che rende tali soluzioni pressoché irrilevanti per l’emergenza attuale, un cerotto promesso su una ferita che sanguina oggi.

Resta poi da valutare l’impatto sugli accordi economici tra Washington e i partner arabi del Golfo. Dal gennaio 2025, secondo dati della stessa Casa Bianca, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita hanno annunciato investimenti negli Stati Uniti per complessivi 3.200 miliardi di dollari. Ma dopo che questa guerra ha mostrato con evidenza la fragilità delle garanzie di sicurezza americane nella regione, è lecito chiedersi quanto ancora quegli impegni economici reggeranno.

Gli Stati Uniti non controllano più realmente lo Stretto di Hormuz né i suoi traffici, e l’Iran lo ha ricordato colpendo direttamente petroliere emiratine — un segnale che costringerà inevitabilmente i paesi del Golfo a interrogarsi sul reale valore delle garanzie statunitensi prima di decidere come proseguire i propri rapporti commerciali con Washington. Ad oggi, tra tentativi vaghi di Trump di chiudere il conflitto senza apparire sconfitto e accordi che esistono più negli annunci ufficiali che nella realtà operativa, l’unica certezza tangibile resta il conto delle vittime che continua a salire.

 

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